Buoni pasto cancellati, orario modificato e smart working revocato nel 2024. Il giudice ha ordinato il pagamento di 3.600 euro, il ripristino dell’orario precedente e il ritorno al lavoro da casa. Una sentenza che, per molti lavoratori, potrebbe aprire una strada nuova.
Il lavoro da remoto è ormai parte stabile dell’organizzazione di moltissime aziende italiane, ma continua a generare contenziosi su un punto apparentemente banale: ai lavoratori in smart working spettano i buoni pasto? Una recente decisione del Tribunale di Trieste dà una risposta netta e rischia di avere effetti ben oltre il caso singolo. Il giudice del lavoro ha infatti riconosciuto le ragioni di una dipendente che si era vista togliere i ticket, modificare l’orario e, nel 2024, negare la possibilità di continuare a lavorare da casa.
Tutto comincia durante il periodo in cui la lavoratrice svolgeva la propria attività in smart working. Con il passaggio al lavoro da casa, il datore di lavoro decide di sospendere l’erogazione dei buoni pasto, ritenendo che questo beneficio fosse legato alla presenza fisica in sede e che, lavorando da remoto, la dipendente non ne avesse più diritto.
È una scelta che molte aziende hanno adottato negli ultimi anni, spesso senza un confronto con i lavoratori e talvolta senza una base contrattuale precisa. Per la dipendente, però, la riduzione non era solo una questione di principio: ogni mese veniva meno una parte del trattamento economico a cui era abituata, con un impatto concreto sul bilancio familiare.
Alla cancellazione dei ticket è seguito un secondo passaggio. Il datore di lavoro ha modificato l’orario di lavoro della donna, cambiando l’organizzazione della sua giornata rispetto a quanto stabilito in precedenza. Una variazione che, nella ricostruzione portata in giudizio, non sarebbe stata giustificata e che avrebbe inciso sull’equilibrio tra tempi di vita e tempi di lavoro, proprio quell’equilibrio che lo smart working dovrebbe contribuire a garantire.
La lavoratrice ha continuato a svolgere le proprie mansioni, ma la sensazione di un progressivo peggioramento delle condizioni si è fatta sempre più forte.
Il terzo atto della vicenda arriva nel 2024, quando all’impiegata viene comunicato che non potrà più lavorare da casa. Lo smart working, fino a quel momento praticato, viene interrotto e la dipendente è chiamata a tornare in presenza.
A quel punto la donna decide di rivolgersi a un legale e di portare il datore di lavoro davanti al Tribunale di Trieste, contestando l’insieme dei provvedimenti adottati nei suoi confronti: la perdita dei buoni pasto, il cambio di orario e la revoca del lavoro agile.
Il giudice del lavoro ha dato ragione alla dipendente sulla gran parte delle contestazioni. In particolare, la sentenza ha disposto:
Il principio che emerge da questa vicenda è di grande rilevanza pratica. Il lavoro agile, secondo la disciplina di riferimento, non dovrebbe comportare un trattamento economico e normativo inferiore rispetto a quello applicato ai colleghi che svolgono le stesse mansioni in sede. Se i buoni pasto fanno parte del trattamento complessivo riconosciuto ai dipendenti in presenza, la loro eliminazione per chi lavora da casa può configurare una disparità di trattamento.
Naturalmente ogni caso dipende dal contratto collettivo applicato, dagli accordi individuali e dalle regole aziendali. Ma la pronuncia triestina conferma un orientamento sempre più diffuso: lo smart working non è, di per sé, una ragione valida per cancellare il buono pasto, soprattutto quando il lavoratore svolge la propria prestazione con orari analoghi a quelli in ufficio.
Il motivo per cui la sentenza di Trieste viene seguita con attenzione è il suo potenziale effetto domino. Nel periodo successivo alla pandemia, migliaia di lavoratori hanno visto sospendere i buoni pasto in concomitanza con il lavoro da remoto. Se la linea del Tribunale dovesse consolidarsi, molti di loro potrebbero valutare di richiedere gli arretrati.
Le somme in gioco non sono trascurabili. Nel caso esaminato si parla di 3.600 euro, ma per chi ha lavorato da casa per periodi lunghi, con valori giornalieri dei ticket anche elevati, gli importi possono crescere in modo significativo. Per le aziende, questo si traduce in un rischio di contenzioso e in un possibile impatto sui bilanci, oltre alla necessità di rivedere le proprie policy.
Chi si trova in una situazione simile dovrebbe, prima di tutto, verificare il proprio contratto collettivo e gli eventuali accordi individuali di smart working. È utile raccogliere buste paga, comunicazioni aziendali e documenti che dimostrino quando i buoni pasto sono stati sospesi e con quale motivazione.
Il passo successivo è rivolgersi a un sindacato o a un avvocato giuslavorista, che possa valutare la fondatezza della pretesa e la corretta decorrenza dei termini di prescrizione, elemento decisivo quando si parla di arretrati. Attendere troppo può significare perdere la possibilità di recuperare parte delle somme.
Per i datori di lavoro la sentenza è un invito a fare chiarezza. Conviene definire in modo esplicito, negli accordi individuali o nei regolamenti interni, come si applicano i buoni pasto nelle giornate di lavoro agile, evitando decisioni unilaterali che possano essere lette come discriminatorie.
Anche le modifiche dell’orario e la revoca dello smart working devono essere motivate e coerenti con quanto pattuito. Un cambio di rotta improvviso, privo di una ragione organizzativa solida, può trasformarsi facilmente in materia di causa.
La decisione del Tribunale di Trieste non crea automaticamente un diritto universale ai buoni pasto per tutti i lavoratori da remoto, perché ogni sentenza resta legata al proprio caso concreto e la giurisprudenza non è uniforme. Tuttavia segna un precedente significativo, destinato a pesare nel dibattito tra sindacati, imprese e professionisti del settore.
La vicenda della dipendente triestina racconta bene il nuovo terreno di scontro del lavoro agile: non più soltanto la possibilità di lavorare da casa, ma la parità di trattamento tra chi è in ufficio e chi è in remoto. Un tema che, con ogni probabilità, produrrà altre pronunce e altre richieste di arretrati nei prossimi mesi.
La Dott.ssa Marianna Bassetti è una consulente esperta in ambito lavoro con oltre 10 anni di esperienza nel settore delle risorse umane. Laureata presso l’Università degli Studi di Milano in Giurisprudenza, attualmente opera a Milano e si è specializzata nell’analisi delle dinamiche lavorative dal punto di vista dei dipendenti, con particolare attenzione ai contratti collettivi e alle indennità...