Nel 2025 gli italiani hanno affrontato e continuano ad avere due grandi timori: il costo della vita mai così alto e tempi d'attesa sanitari in crescita. Analisi delle cause, effetti sulle famiglie, criticità e sfide future in vista del 2026.
Le priorità degli italiani si sono profondamente trasformate nell’ultimo anno, creando un clima di crescente inquietudine. I dati recenti mettono in luce che le principali ansie della popolazione ruotano intorno alle difficoltà economiche e all’accesso ai servizi sanitari, segnando una nuova stagione di incertezza. Nell’aria pesa una sensazione di precarietà, alimentata da prezzi al consumo in costante aumento, salari fermi e timori per la salute. Il Rapporto Coop e i principali studi sociologici sottolineano come questa combinazione stia portando i cittadini a scegliere strategie di risparmio e a rivedere stili di vita e priorità, puntando su sicurezza familiare e benessere domestico. In parallelo, la difficoltà a garantire cure tempestive accentua una percezione di disuguaglianza. In questo scenario, analizzare le radici di queste preoccupazioni, individuando rischi e possibili soluzioni, diviene sempre più indispensabile.
L’ultimo biennio ha visto un sensibile peggioramento delle condizioni economiche delle famiglie, con ripercussioni concrete sul potere d’acquisto. L’aumento dei costi nei settori essenziali – energia, alimentare, carburanti e salute – è tra le cause principali della tensione percepita. Le famiglie affrontano spese obbligate in crescita, come evidenziato dal Rapporto Coop, che rileva una diffusa attesa di ulteriori aumenti per bollette e generi di prima necessità. Se da un lato la maggioranza degli italiani prevede un incremento dei consumi, dall’altro cresce la differenza fra chi può permettersi di investire in salute e qualità v/s chi si vede costretto a razionalizzare la spesa e rinunciare al superfluo.
Le strategie di adattamento si diversificano:
Il sistema sanitario nazionale si trova oggi sotto la pressione di tre fattori principali: spesa pubblica limitata, carenza di personale, e inefficienza nella gestione delle liste d’attesa. Secondo l’ultimo rapporto Ocse Health at a Glance 2025, la quota di risorse pubbliche destinata alla salute in Italia è una delle più basse dell’area industrializzata, portando conseguenze dirette sia sull’accessibilità ai servizi sia sull’equità.
In particolare l’allungamento dei tempi di attesa – spesso oltre i limiti di accettabilità per visite specialistiche e interventi – sta favorendo la crescita del ricorso al privato, costringendo una parte significativa dei cittadini a rinunciare a cure o a sostenere oneri sempre maggiori di tasca propria. Al quadro si aggiunge la progressiva perdita di attrattività delle professioni sanitarie, in primis quella infermieristica, aggravando le difficoltà di ospedali, RSA e servizi domiciliari nell’erogare assistenza tempestiva e di qualità.
Dall’analisi comparata con altri Paesi europei emergono dati allarmanti: la spesa pro capite per la sanità pubblica in Italia è inferiore alla media Ocse, con 5.164 dollari annui contro i quasi 6.000 dei partner europei, e distanze ancora più marcate rispetto a Francia e Germania. L’incidenza della spesa privata (“out of pocket”) raggiunge in Italia il 3,5% dei consumi domestici, quasi il doppio rispetto a Francia (2%) e ben oltre la media europea. Il 48% di questi esborsi privati è destinato all’assistenza ambulatoriale, rendendo la sanità pubblica sempre meno universale e più costosa per chi ha meno opportunità economiche.
La tabella seguente offre una panoramica dei principali indicatori:
| Italia | Media Ocse | Francia | Germania | |
| Spesa sanitaria pubblica pro capite ($) | 5.164 | 5.967 | 7.367 | 9.365 |
| Spesa out of pocket (% consumi) | 3,5% | n.d. | 2% | 2,5% |
| Quota spesa privata su ambulatorio | 48% | 22% | n.d. | n.d. |
Le conseguenze sono immediate: chi può permetterselo ricorre al privato, altri rinunciano alle cure. Il rischio concreto è accentuare disuguaglianze e allontanare il Servizio Sanitario Nazionale dal suo modello universalistico e solidale.
La disponibilità di personale sanitario – con particolare attenzione agli infermieri – rappresenta un elemento chiave nella tenuta del sistema. I dati del rapporto Ocse mostrano come in Italia la densità di infermieri sia inferiore rispetto alla media europea, con 6,9 professionisti ogni 1.000 abitanti, contro i 9,2 dell’area Ocse, gli 11 francesi e i 13 tedeschi.
Questa lacuna si traduce in pressione insostenibile per i reparti ospedalieri e una forte penalizzazione dell’assistenza territoriale e domiciliare. La professione sta perdendo attrattività tra i giovani per via delle condizioni economiche sfavorevoli: i salari sono inferiori alla media nazionale e molti professionisti scelgono di emigrare o di passare al settore privato. Il trend negativo sembra destinato a proseguire: negli ultimi dieci anni i laureati in infermieristica sono diminuiti del 20%, e i posti vacanti nelle università testimoniano una crisi d’identità profonda per la categoria.
Il progressivo invecchiamento demografico aggrava la fragilità del sistema. L’Italia conta solo 1,5 operatori sanitari ogni 100 ultra 65enni, a fronte di una media Ocse di 5. Una carenza di risorse che si riflette anche nella disponibilità di posti letto: appena 3 ogni mille abitanti rispetto ai 4,2 della media europea, ai 5,4 francesi e ai 7,7 tedeschi.
Questa situazione acuisce la difficoltà nel garantire assistenza a lungo termine e nei contesti di RSA, rendendo particolarmente complesso il sostegno ai più fragili e agli anziani non autosufficienti. In uno dei Paesi più longevi del mondo, strutturare una rete efficiente per affrontare l’invecchiamento della popolazione è ormai un obbligo più che un’opzione.
Nonostante la scarsità di risorse e le criticità emerse, permangono alcuni indicatori di eccellenza: l’aspettativa di vita resta di 83,5 anni, superiore alla media OCSE, e la mortalità post-infarto o ictus si mantiene più bassa rispetto ai principali partner europei. Tuttavia, senza un’inversione di tendenza nei finanziamenti e un rafforzamento dell’assistenza territoriale, il Paese rischia di compromettere nel medio periodo questi risultati.
La recente approvazione della Legge di Bilancio ha segnato una nuova tappa nel dibattito su come affrontare le emergenze legate all’economia e ai servizi pubblici. L’esecutivo ha evidenziato l’impegno nel rafforzamento della sanità pubblica e nel sostegno a famiglie, lavoro e imprese, con misure come la riduzione dell’Irpef per il ceto medio, detassazione degli aumenti salariali e interventi sull’età pensionabile. Tuttavia, ampie fasce dell’opposizione giudicano le politiche adottate insufficienti e poco in linea con le necessità prioritarie della popolazione.
Il Partito Democratico ha sottolineato che la legge non offre risposte concrete ai bisogni legati alle liste d’attesa sanitarie e agli effetti negativi dell’aumento dei prezzi. Anche il Movimento 5 Stelle ha mosso critiche sul mancato rispetto delle promesse in ambito pensionistico e sanitario. Alti rappresentanti parlamentari hanno lamentato una gestione eccessivamente centralizzata e un uso crescente della decretazione d’urgenza, a scapito del dibattito democratico e della trasparenza.
Le divisioni appaiono quindi ancora profonde. Mentre il governo difende le scelte come necessarie per garantire la tenuta economica e sociale, le opposizioni richiamano il rischio di aggravare diseguaglianze e precarietà. Sullo sfondo, il dibattito resta acceso sulla necessità di rafforzare i controlli sull’impiego delle risorse pubbliche, specie dopo la recente riforma della Corte dei Conti.
Lo scenario che si prospetta per i prossimi anni resta carico di incognite. Se le attuali tendenze dovessero proseguire, è prevedibile un ulteriore allungamento delle liste di attesa e un aumento delle difficoltà nell’accesso a beni e servizi essenziali per una parte crescente della popolazione. Il rischio di veder consolidare un sistema sanitario a due velocità è reale, così come quello di veder crescere l’onere privato a danno della solidarietà pubblica.
Gli esperti rilevano l’urgenza di politiche strutturali volte a: