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Cosa significa un dollaro debole per l'economia mondiale e quella italiana e perchè Trump esulta

di Marcello Tansini pubblicato il
dollaro debole e conseguenze per italia

Il valore del dollaro influisce sull'economia globale, europea e italiana: dalle scelte politiche USA di Trump ai mercati finanziari, passando per debito, export e materie prime, il futuro della valuta ridefinisce strategie e scenari.

Da oltre un anno, la valuta statunitense è al centro dell’attenzione degli osservatori finanziari e degli operatori economici di tutto il mondo. Determinante per gran parte degli scambi internazionali, il biglietto verde ha raggiunto i livelli più bassi dal 2022, incidendo su equilibri globali e sull’assetto delle economie locali, con effetti particolarmente visibili anche in Italia. Gli analisti sottolineano come le oscillazioni del dollaro si riflettano sulla competitività delle imprese europee, sul costo delle materie prime e sulle politiche monetarie delle principali banche centrali.

Le cause della debolezza del dollaro: politica, debito e Federal Reserve

Il recente indebolimento del dollaro è il risultato di un insieme articolato di fattori macroeconomici, politici e di politica monetaria. Sul versante interno, le dichiarazioni dell’amministrazione americana hanno alimentato il clima di incertezza. Il presidente degli Stati Uniti ha rimarcato in più occasioni che un valore contenuto della moneta nazionale sia “ottimo” per il Paese, segnalando un cambiamento di strategia rispetto alla tradizionale enfasi sulla forza del dollaro.

Molti osservatori collegano la recente debolezza del dollaro all’espansione del debito federale, che ha superato da tempo i 38 trilioni di dollari, generando dubbi sulla sostenibilità delle finanze pubbliche statunitensi. L’accelerazione dell’indebitamento, sommata a una crescita delle spese pubbliche e a un deficit persistente, rappresenta un elemento di vulnerabilità sistemica, all’origine di ondate di vendite sulla valuta americana nei mercati internazionali.

Il ruolo della Federal Reserve (Fed) è altrettanto centrale. Negli ultimi mesi, la banca centrale ha mantenuto i tassi di interesse su valori elevati nel tentativo di contrastare le pressioni inflazionistiche. Tuttavia, le pressioni politiche per una riduzione dei tassi si sono accentuate: si ipotizza che la prossima presidenza della Fed possa essere affidata a una figura più incline ad adottare politiche monetarie accomodanti, in linea con le priorità dell’attuale amministrazione. Ciò solleva interrogativi sull’effettiva indipendenza dell’istituto e sulle sue scelte future.

Altri elementi che contribuiscono al quadro attuale includono:

  • Incertezze sulle manovre fiscali, con risiko tra Congresso e Casa Bianca su nuovi pacchetti di spesa e deficit.
  • Speculazioni su possibili interventi di coordinamento valutario, in particolare tra Stati Uniti e Giappone, per contenere eccessive fluttuazioni dei cambi.
  • Riposizionamento dei capitali e delle riserve verso monete alternative e beni rifugio, come oro e criptovalute, in risposta all’aumentata volatilità finanziaria.
Nel loro insieme, tali dinamiche dipingono un quadro di vulnerabilità strutturale che alimenta la pressione ribassista sulla divisa americana.

Implicazioni economiche globali: mercati finanziari, materie prime ed economie emergenti

Il deprezzamento del biglietto verde ha prodotto effetti immediati e profondi sui mercati finanziari globali. Tra le prime conseguenze si osserva un’erosione dei rendimenti per quegli investitori che detenevano asset denominati in dollari, ad esempio azioni o obbligazioni americane, con conseguente fuga di capitali verso asset alternativi e altre aree valutarie.

Nelle ultime settimane, la svalutazione ha avuto un impatto significativo anche sulle materie prime, tradizionalmente prezzate in dollari sui mercati internazionali. In genere, un biglietto verde più debole si traduce in un aumento dei prezzi di oro, rame e altri metalli preziosi; tuttavia, le dinamiche del petrolio stanno illustrando l’esistenza di variabili aggiuntive, come la domanda globale e la produzione statunitense.

L’effetto sulle economie emergenti è particolarmente rilevante. Un dollaro meno forte facilita il servizio del debito per quei Paesi e aziende che hanno obbligazioni in valuta americana, riducendo i pagamenti effettivi e incentivando nuovi flussi di capitale verso queste aree. Inoltre, le banche centrali di molte economie emergenti possono allentare la propria politica monetaria, favorendo investimenti e crescita interna, mentre la maggiore competitività dei prezzi delle materie prime esportate potenzia i ricavi in valuta locale.

Il quadro complessivo mostra quindi come la debolezza della valuta statunitense generi un’articolata serie di ripercussioni, sia a vantaggio di alcuni attori sia a svantaggio di altri, contribuendo a ridefinire le gerarchie del sistema economico globale.

Gli effetti di un dollaro debole sull'economia europea e italiana: export e PMI a rischio

L’indebolimento del biglietto verde rappresenta una sfida significativa per le economie dell’eurozona, in particolare per la Germania e l’Italia, storicamente forti esportatrici verso gli Stati Uniti. La svalutazione della valuta americana comporta un apprezzamento dell’euro, incrementando i costi dei prodotti europei per i consumatori statunitensi e riducendone la competitività sui mercati d’oltreoceano. Le stime indicano che il rialzo dell’euro rispetto al dollaro ha sfiorato il 14% nel solo primo semestre dell’anno.

Per le imprese italiane – e in particolare per le piccole e medie imprese (PMI) – la situazione è particolarmente delicata. Se da un lato i beni di fascia alta riescono a resistere, grazie alla loro unicità e al prestigio del Made in Italy, dall’altro le aziende dei segmenti intermedi e bassi vedono comprimere i margini e rischiano un drastico calo delle esportazioni. Secondo le analisi di Confindustria, il combinato tra svalutazione della moneta e possibili nuovi dazi americani potrebbe tradursi in un rincaro superiore al 20% per i prodotti italiani, con un impatto stimato in decine di miliardi di euro e fino a 118.000 posti di lavoro a rischio.

L’effetto domino non si limita solo all’export: un euro forte può condizionare anche la competitività delle filiere estese, come quella dell’automotive, della moda e dell’agroalimentare, oltre che pesare sulla crescita delle regioni più industrializzate. Ciò accentua le difficoltà delle PMI meno strutturate nell’assorbire l’aumento dei costi legati non solo ai cambi, ma anche all’importazione di componenti e materie prime spesso acquistate in dollari.

Infine, gli effetti sulla bilancia commerciale tendono ad amplificarsi se si considera la minaccia rappresentata dalle tariffe americane. L’eventuale innalzamento dei dazi, se unito alla dinamica valutaria, rischia di penalizzare ulteriormente la competitività dei prodotti europei negli Stati Uniti, colpendo in modo particolare i settori che dipendono dall’integrazione con la filiera americana.

La strategia di Trump e la reazione dei mercati: svalutazione competitiva e politiche fiscali

Il cambiamento di orientamento della Casa Bianca verso il valore della valuta nazionale è stato esplicito e senza precedenti negli ultimi decenni. Il presidente ha dichiarato che un dollaro meno forte è da considerarsi positivo in una logica di sostegno all’apparato produttivo e all’export statunitense. “Voglio che la valuta cerchi il suo livello, che è la cosa giusta da fare”, ha affermato in recenti incontri con la stampa finanziaria.

La rinuncia alla cosiddetta “Strong Dollar Policy” si innesta in una più ampia strategia di svalutazione competitiva. L’obiettivo dichiarato è favorire le industrie nazionali, rendendo i prodotti americani più accessibili e concorrenziali nei mercati stranieri, mentre le importazioni diventano meno convenienti per i residenti negli USA. Questa strategia è rafforzata da manovre fiscali espansive – come tagli alle imposte e aumenti di spesa pubblica – volte a stimolare domanda interna e occupazione.

Gli operatori di mercato hanno reagito a questa “dottrina” con forti movimenti sui cambi: la valuta statunitense è stata oggetto di massicce vendite, mentre euro, yen e franco svizzero hanno visto un deciso rafforzamento. Si sono accentuate pertanto dinamiche speculative e volatilità sui mercati finanziari, anche in virtù delle aspettative su possibili interventi futuri della Federal Reserve, la cui indipendenza viene messa in discussione da molti osservatori.

La combinazione tra svalutazione controllata e politiche di bilancio genera rischi e opportunità. Da un lato, viene innescata una spinta all’export non solo per gli USA ma anche per altre economie intenzionate a reagire con contromisure valutute o tariffarie, aumentando le tensioni commerciali globali. Dall’altro, vi sono rischi per la stabilità dei prezzi: un dollaro meno forte produce un rincaro delle importazioni e può alimentare pressioni inflazionistiche, complicando l’azione della banca centrale sul fronte monetario.

Il futuro del dollaro come valuta di riserva e possibili scenari

Anche nel contesto attuale, la posizione del dollaro come valuta di riserva globale appare al momento salda. Vari analisti ritengono improbabile che l’attuale fase ribassista possa minare, nel medio termine, la centralità del biglietto verde negli scambi e nelle riserve delle banche centrali internazionali. Infatti, il dollaro rimane coinvolto nell’88% delle transazioni valutarie mondiali e costituisce una risorsa imprescindibile per il regolamento dei pagamenti internazionali.

Nonostante ciò, non vanno sottovalutati i rischi di lungo periodo. La crescita del debito federale statunitense, la perdita di fiducia di alcuni grandi operatori internazionali, l'incipiente ricerca di alternative da parte delle banche centrali (tra cui l’oro e le criptovalute a offerta fissa) potrebbero accelerare processi di diversificazione delle riserve mondiali. La mancanza di candidati credibili in grado di sostituire il dollaro – come l’euro, penalizzato dall’assenza di un Tesoro europeo unificato, o il renminbi cinese, ancora non pienamente convertibile – rappresenta però un limite oggettivo a qualsiasi cambiamento di paradigma immediato.

Sullo sfondo rimane il tema delle materie prime strategiche e il loro potenziale come riserve alternative. In uno scenario geopolitico meno stabile, prodotti come petrolio, rame e litio acquisiscono rilevanza come strumenti di “assicurazione” per gli Stati, che cercano di sottrarsi alla volatilità delle monete.

La prospettiva più probabile, secondo il consensus degli economisti, è che il dollaro conserverà un ruolo centrale per i prossimi anni, pur in un contesto di crescente concorrenza e dispersione delle riserve su più asset e valute.






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