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Don Alberto Ravagnati non più prete: il business e i guadagni dei social network hanno inciso nella sua scelta?

di Marcello Tansini pubblicato il
don alberto ravagnati lascia sacerdozio

La decisione di Don Alberto Ravagnati di lasciare il sacerdozio, analizzata attraverso il ruolo sempre più incisivo dei social network, i loro guadagni, e il confronto tra fede, business e libertà personale.

L’abbandono del ministero sacerdotale da parte di Don Alberto Ravagnati ha sollevato numerosi interrogativi, in particolare legati alla crescente presenza sui social network. Un fenomeno contemporaneo, quello dei presbiteri digitali, che viene spesso associato a motivazioni economiche, considerata la visibilità raggiunta online. Ma quanto può incidere davvero un’attività social, anche con centinaia di migliaia di follower, sulle scelte personali di un sacerdote?

Il fenomeno dei social network tra ex personaggi pubblici e religiosi

I social network hanno progressivamente cambiato le regole della notorietà e della partecipazione pubblica. Molti personaggi che hanno abbandonato ruoli tradizionali – dalla tv alla religione – hanno trovato online una nuova dimensione lavorativa. Casi come quello di Sonia Grey, ex conduttrice che oggi costruisce su piattaforme digitali un’impresa con sostanziosi introiti economici, dimostrano come l’attività online possa diventare professione. Non si tratta solo della pubblicazione di contenuti, ma di vere e proprie aziende familiari, organizzate e gestite con rigore manageriale.

Il fenomeno riguarda anche il contesto religioso, dove molte figure hanno scelto di raccontare la propria esperienza di fede sui social, rivolgendosi sia a credenti sia a un pubblico variegato e distante dalle pratiche consuete. In questo scenario non mancano le critiche: l’esposizione digitale di storie di conversione o di abbandono viene spesso letta in chiave opportunistica, come se la visibilità fosse accompagnata da notevoli ricompense economiche.

Tuttavia, l’esperienza dimostra che solo una minima parte riesce a trarre dai social un guadagno paragonabile a un’attività lavorativa tradizionale. La moltiplicazione dei canali digitali favorisce la nascita di personal brand, ma gli algoritmi, la frammentazione del pubblico e la bassa propensione alla spesa degli utenti rendono difficile monetizzare in proporzione alla notorietà social. Molti influencer, anche con migliaia di follower, ricevono compensi cumulativamente modesti salvo dedicare un impegno costante e strutturato nella produzione di contenuti sponsorizzati e servizi correlati.

Diverso è il caso delle imprese che fanno leva su contenuti ad alto tasso emotivo e d’intrattenimento, mentre per le personalità religiose i limiti deontologici ed etici sono, generalmente, più rigidi. Questo scenario permette di comprendere meglio il contesto in cui si inserisce la vicenda dell’ex sacerdote citato, fornendo strumenti per distinguere tra reali motivi personali e percezione pubblica dell’influenza economica dei social.

Don Alberto Ravagnati: un caso a parte rispetto ad altre celebrità dei social?

Nel dibattito su Don Alberto Ravagnati, i riflettori si sono concentrati su una questione chiave: l’eventuale influenza dei social network nella scelta di lasciare il sacerdozio. La sua presenza digitale, con circa 500mila follower complessivi suddivisi tra diverse piattaforme, non rappresenta comunque un unicum nel panorama degli ex religiosi online.

Cosa differenzia la sua storia rispetto a personaggi dello spettacolo o altri ecclesiastici attivi sui social? In primo luogo, il tipo di contenuto proposto: mentre molte celebrità si spostano su argomenti di intrattenimento o lifestyle, Don Alberto ha sempre mantenuto la narrazione della propria esperienza di fede e riflessione personale. Le sue piattaforme hanno avuto, negli anni, una funzione divulgativa ed educativa, senza mai sconfinare in promozioni massicce di prodotti commerciali o servizi a pagamento. Il seguito raccolto può essere, quindi, più affine a una community d’ascolto e confronto che a una fanbase tradizionale di influencer.

Dal confronto con altre figure pubbliche che hanno creato vere aziende digitali – come nel caso degli ex conduttori televisivi – emerge una sostanziale differenza nella struttura delle attività. I contenuti di Don Alberto sono rimasti ancorati a una dimensione personale ed etica e, sebbene una monetizzazione minima sia tecnicamente possibile tramite partnership, questa rimane lontana dalle cifre ipotizzate nell’immaginario collettivo.

Non trascurabile è la specificità del contesto religioso: tra le motivazioni che portano un sacerdote a interrompere il proprio mandato, le questioni finanziarie sono spesso un aspetto marginale, superate da dinamiche personali, crisi spirituali o contesti di incomprensione con la comunità. Nella vicenda Ravagnati, quindi, pare quantomeno azzardato collegare direttamente l’abbandono del ministero a finalità di profitto strettamente connesse al mondo social.

I guadagni sui social: mito e realtà per influencer religiosi

Il tema dei possibili compensi derivanti dall’attività sui social da parte di figure religiose è spesso circondato da numerosi equivoci. Il numero di follower non corrisponde automaticamente a guadagni elevati: il sistema delle sponsorizzazioni su piattaforme come Instagram, TikTok o YouTube prevede che il compenso dipenda da variabili come il tasso di coinvolgimento, la natura dei contenuti e il tipo di pubblico raggiunto.

Prendendo come riferimento Don Alberto, un bacino di circa 500.000 follower potrebbe portare entrate che, salvo campagne pubblicitarie massicce e continuative, restano lontane dalle cifre di cui spesso si favoleggia. Ad esempio, secondo alcune stime di settore, un influencer con questo seguito potrebbe percepire somme variabili tra poche centinaia e qualche migliaio di euro al mese, a seconda della frequenza delle collaborazioni e della rilevanza degli sponsor coinvolti. Nel mondo religioso, i limiti autoimposti e le aspettative della comunità riducono ulteriormente la possibilità di monetizzare la notorietà digitale.

Per inquadrare meglio il fenomeno, si può utilizzare la seguente tabella che riassume le possibili fonti di introito e le relative stime di guadagno medio per un influencer con caratteristiche simili a quelle di Don Alberto:

Fonte di guadagno Stima mensile
Pubblicità tradizionale (post/sponsorizzazioni) €200–€1.500
Collaborazioni continuative €500–€2.000
Donazioni dagli utenti Variabile, generalmente bassa
Vendita di corsi/libri Poche centinaia a migliaia di euro, se presenti

Questi dati mostrano che, nel caso in esame, la scelta di lasciare il sacerdozio difficilmente può essere ricondotta esclusivamente alla ricerca di maggiori guadagni dai social. La gestione etica richiesta a un sacerdote e le aspettative pubbliche giocano un ruolo determinante nel limitare la monetizzazione, senza considerare che l’attività online può affiancare, ma non sostituire, le sicurezze e il senso di missione derivanti dal ruolo religioso.

Il voto di povertà: regole, eccezioni e la condizione dei sacerdoti diocesani

Nell’analisi delle motivazioni relative all’attività digitale dei religiosi, è importante comprendere il contesto normativo del voto di povertà. Non tutti i sacerdoti sono tenuti a osservare il voto: mentre per ordini come francescani e salesiani si tratta di una disposizione obbligatoria, i sacerdoti diocesani non sono soggetti a tale vincolo.

Ciò significa che, anche nel corso dell’attività ministeriale, è perfettamente legittimo per un prete diocesano ricevere compensi per attività extraliturgiche, inclusa la gestione di contenuti sui social, purché questi non interferiscano con la testimonianza e la dignità del ruolo. Regolamenti ecclesiastici, come il Codice di Diritto Canonico, prevedono la libertà per i sacerdoti diocesani di gestire il proprio patrimonio e di svolgere ulteriori attività lavorative, sotto la supervisione dell’ordinario diocesano e nel rispetto delle linee guida pastorali.

È necessario quindi sfatare l’idea che l’impegno su piattaforme digitali implichi, per forza, motivazioni economiche clandestine o irregolari. La condizione dei sacerdoti diocesani prevede un certo margine di autonomia: situazioni analoghe si verificano, ad esempio, per i presbiteri insegnanti, autori di libri o attivi in associazioni caritative. L’importante è garantire la trasparenza nella destinazione dei proventi e la coerenza con la missione apostolica. L’impegno sui social, purché ispirato a valori di testimonianza e dialogo, rientra a pieno titolo tra le attività compatibili con la vocazione sacerdotale.

Business, fede e libertà di scelta...

Le dinamiche che portano un religioso a lasciare il ministero sono sempre complesse e coinvolgono aspetti profondamente personali e spirituali. Dal caso analizzato, si evidenzia come l’attività social non rappresenti, di per sé, una ragione determinante per un abbandono. I possibili introiti generati dalle piattaforme digitali restano, nella maggior parte dei casi, limitati e non comparabili a realtà imprenditoriali della comunicazione o dell’intrattenimento.

Il percorso di un sacerdote diocesano offre la possibilità – anche restando nell’alveo ecclesiale – di affiancare alla missione pastorale attività online, sempre nel rispetto delle norme canoniche e della trasparenza verso la comunità. Fede, vocazione e scelta personale superano qualsiasi bilancio economico, restando l’unico vero discrimine fra proseguire nell’impegno ministeriale e intraprendere una nuova strada.