Dopo due anni segnati da andamenti negativi, il prodotto interno lordo (PIL) della Germania registra finalmente un lievissimo segno positivo nella chiusura del 2025, salendo dello 0,2%. Un dato che, pur rappresentando una crescita molto contenuta, segna la fine di una recessione che aveva colpito duramente il principale motore economico europeo. Alla base di questa modesta ripresa vi è soprattutto il rinnovato dinamismo nei consumi delle famiglie e nella spesa pubblica, testimoniato dagli ultimi dati diffusi dall’Ufficio Federale di Statistica tedesco (Destatis). L’incremento rispetto al precedente biennio – dove si erano registrate contrazioni dello 0,5% nel 2024 e dello 0,9% nel 2023 – offre per la Germania un primo segnale di inversione di tendenza rispetto a un contesto che aveva visto la più grande economia europea performare meno rispetto a tutti gli altri Paesi del G7. Le aspettative per il 2026 appaiono leggermente più incoraggianti, con le stime degli analisti che oscillano su una prospettiva di crescita dell’1%. Si tratta di indicatori che, pur prudenti, rinnovano la fiducia nel potenziale di ripresa del sistema germanico e pongono le basi per valutare i risvolti su scala continentale, in particolare rispetto al contesto italiano.
Le cause della crescita minima e i fattori strutturali che frenano la Germania
L’analisi del recente andamento congiunturale pone in luce una serie di fattori strutturali e congiunturali che continuano a contenere lo sviluppo economico tedesco, rendendo la fase di recupero più fragile e incerta. La ripresa, sostenuta soprattutto dai consumi interni e dalla spesa pubblica, è stata contrastata da un significativo calo delle esportazioni, che storicamente insieme al comparto manifatturiero rappresentano i pilastri dell’economia del Paese. “Le esportazioni hanno affrontato forti venti contrari a causa di dazi statunitensi più elevati, dell’apprezzamento dell’euro e della crescente concorrenza dalla Cina”, ha affermato Ruth Brand, presidente dell’ente statistico federale.
Con l’introduzione di barriere commerciali negli Stati Uniti, una valuta europea più forte e l’accresciuta competitività asiatica, le imprese tedesche hanno subìto pressioni sui margini e sull’occupazione, riducendo la capacità di espansione sui mercati esteri. A pesare ulteriormente vi è stato il rallentamento della domanda internazionale e la crisi del settore automobilistico e della meccanica pesante, comparti caratteristici del tessuto produttivo tedesco ma sempre più soggetti alla concorrenza diretta di aziende cinesi e alla transizione tecnologica.
Un quadro articolato di criticità strutturali emerge con forza da una lettura più approfondita degli ultimi dati:
- Banca dati demografica in contrazione: la popolazione invecchia e la forza lavoro diminuisce, alimentando una diffusa carenza di manodopera qualificata e rallentando la produttività nazionale.
- Burocrazia eccessiva: le imprese denunciano ritardi nei processi autorizzativi, ostacoli normativi e una lentezza negli iter decisionali che limitano gli investimenti, specialmente in ambito infrastrutturale.
- Investimenti pubblici e privati in calo: i dati indicano che anche nel 2025 si è registrata una flessione generale degli investimenti, in particolare nel settore privato (-0,5% annuo) a causa dell’incertezza geopolitica e dei ritorni limitati dall’export.
- Costi energetici in rialzo: la crisi innescata dalla guerra in Ucraina ha accentuato la dipendenza del Paese dai combustibili fossili d’importazione, determinando un forte aumento dei costi di produzione.
- Stasi della produttività: la produttività stagnante penalizza la competitività delle imprese e risulta accentuata dagli effetti del lento rinnovamento tecnologico e della digitalizzazione ancora incompleta delle filiere produttive.
Il settore pubblico ha provato a rispondere stanziando maggiori risorse per infrastrutture, difesa e trasporti, programmi che già nel 2025 hanno sostenuto la domanda interna e che potrebbero fornire ulteriore impulso nel breve periodo. Tuttavia rimane diffusa la consapevolezza che
tali misure espansive rappresentano un sostegno temporaneo, incapace da solo di invertire la tendenza, se non accompagnato da riforme strutturali più ampie, in linea con le raccomandazioni della Commissione Europea e degli analisti del Kiel Institute for the World Economy.
Implicazioni per l'Italia e le sfide ancora da affrontare nel contesto europeo
La ripartenza, seppur timida, del ciclo economico tedesco mostra ricadute potenzialmente positive sull’insieme del tessuto produttivo europeo, in particolare per quei Paesi, come l’Italia, il cui interscambio commerciale con la Germania rappresenta una delle principali fonti di valore aggiunto. La fine della recessione tedesca ha risvolti rilevanti sia a livello settoriale che macroeconomico per l’Italia:
- Effetti sull’export: la ripresa della domanda interna tedesca offre nuove opportunità alle imprese italiane specializzate nella produzione di beni intermedi (meccanica, componentistica, settore chimico) e alimenta l’interscambio nei distretti industriali del Nord Italia, che restano fortemente integrati nella filiera manifatturiera.
- Catene del valore europee: la timida crescita riattiva i flussi di approvvigionamento e la domanda di partner italiani, rafforzando le prospettive di stabilità occupazionale e di investimenti tecnologici.
- Stabilità finanziaria: l’uscita dalla recessione consente una minore pressione sulle finanze pubbliche tedesche e, di riflesso, una maggiore disponibilità di sostegno nell’ambito delle politiche comunitarie condivise.
Tuttavia le opportunità devono essere lette anche in relazione alle
“tante sfide da affrontare ancora” per il sistema Italia e più in generale per tutta l’Unione Europea. I rischi di una crescita ancora lenta si riflettono, in particolare, sui seguenti aspetti:
- Sostenibilità della ripresa: la continuità della crescita tedesca non è ancora data per scontata, sia per la natura temporanea degli stimoli pubblici, sia per la presenza di criticità come la scarsa produttività e le difficoltà sul mercato del lavoro.
- Competitività e concorrenza globale: la progressiva perdita di competitività tedesca, se non arrestata, può rallentare l’export italiano nei settori a maggiore integrazione e aprire una competizione più forte con la Cina sia sul mercato europeo che extraeuropeo.
- Vincoli geopolitici: la strategia commerciale degli Stati Uniti e le tensioni con la Russia impongono una crescente incertezza che potrebbe ridurre i margini di manovra per l’industria europea, Italia inclusa.
- Rischi comuni UE: la lentezza delle riforme strutturali tedesche rischia di compromettere la più ampia agenda europea sull’innovazione, la sostenibilità e il rafforzamento del Mercato Unico.
Per le imprese e per le istituzioni rimane prioritario avviare un
effettivo coordinamento delle politiche industriali e fiscali a livello europeo, così da sostenere sia la ripresa tedesca che la competitività dell’intero continente. Il rafforzamento delle filiere integrate, la digitalizzazione, l’innovazione tecnologica e la formazione rappresentano leve vitali su cui investire, in coerenza con le linee guida stabilite su scala comunitaria.
La sfida per l’Europa e per l’Italia consisterà quindi nell’affrontare non solo l’eredità di questi anni difficili, ma anche le difficoltà strutturali che condizionano la capacità di crescita di lungo periodo. Solo attraverso scelte condivise e investimenti di sistema sarà possibile consolidare una crescita equa, resiliente e sostenibile.
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