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Il grano canadese trattato con glifosato vietato in Europa finisce nella pasta italiana: come capire se quello che si mangia è davvero italiano

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di Dott.ssa Sara Melchionda pubblicato il

Il grano canadese trattato con glifosato, vietato in Europa, viene spesso utilizzato nella pasta presente sul mercato italiano: dati ufficiali, rischi per la salute e metodi per riconoscere la vera pasta italiana.

Perché la "pasta italiana" rischia di non essere solo italiana? Negli ultimi anni, l’aumento consistente delle importazioni di grano duro dal Canada ha sollevato domande stringenti sulla qualità e sulla reale origine delle materie prime utilizzate nei pastifici italiani. Questo fenomeno, coinciso con la stagione del raccolto e l’attivazione dell’accordo CETA, genera una tensione crescente tra esigenze produttive e aspettative dei consumatori.

L'urgenza di informare il consumatore è guidata da due ordini di fattori: da un lato la richiesta del mercato interno di circa 6 milioni di tonnellate di grano duro (contro una produzione nazionale di circa 4 milioni), dall’altro la preoccupazione per l’uso in Canada del glifosato come "desiccante" in pre-raccolta, una tecnica vietata in Italia e nell’Unione Europea. Questa differenza di pratica agronomica risulta centrale nel confronto tra le due filiere.

Il nucleo della polemica è chiaro: import di grano trattato diversamente rispetto alle regole italiane, accese discussioni sulla trasparenza dell’etichettatura, e la difficoltà dei consumatori nell’identificare la provenienza del grano nella pasta. Il recente dibattito è stato spesso amplificato da dichiarazioni e campagne promosse da associazioni di categoria, con toni a volte allarmistici non sempre supportati da evidenze oggettive.

In Italia il glifosato come diserbante è ancora consentito (in linea con le recenti proroghe UE fino al 2033), ma il suo impiego per l’essiccazione pre-raccolta resta vietato dal 2016. In Canada, invece, questa pratica è diffusa per ragioni climatiche e produttive, generando un confronto tecnico e mediatico tra modelli agricoli. Da qui il sospetto, non sempre giustificato dai dati ufficiali, che nel nostro piatto possano arrivare residui di glifosato fuori norma.

Nel quadro attuale, la domanda chiave è come sapere se la pasta acquistata sia realmente prodotta solo con grano italiano o da filiere integrate internazionali. Il peso delle importazioni, gli errori frequenti di comunicazione e la complessità della normativa sull’etichettatura espongono a scelte poco consapevoli anche i consumatori attenti. Comprendere la reale portata del fenomeno richiede oggi più che mai dati affidabili e strumenti pratici di lettura delle informazioni a scaffale.

Residui di glifosato e sicurezza alimentare: Cosa dicono dati ufficiali e controlli

La questione glifosato nel grano duro importato, soprattutto di origine canadese, divide opinione pubblica, istituzioni e settore agricolo. Il focus mediatico va spesso oltre la realtà delle analisi ufficiali. È essenziale distinguere tra le legittime preoccupazioni legate all’uso della sostanza e la reale incidenza di residui pericolosi negli alimenti.

Le pratiche agronomiche canadesi prevedono il trattamento del grano con il glifosato subito prima della raccolta, per facilitare l’essiccazione dei chicchi sotto condizioni climatiche non sempre favorevoli. Questa pratica, pur autorizzata in Canada e in larga parte delle Americhe, è vietata in Italia e nell’UE dal 2016, dove la maturazione avviene naturalmente. Tuttavia, anche in Italia, l’uso del diserbante resta consentito in fasi precedenti del ciclo colturale, entro precisi limiti fissati dalla normativa europea.

I dati di sorveglianza ufficiali sono la bussola per orientarsi nella complessità del tema. Negli ultimi due anni, il Ministero della Salute italiano (attraverso relazioni annuali e programmi straordinari) ha diffuso risultati di controlli puntuali:

  • 21 campioni di grano duro importato (pari a 420.000 tonnellate) – Nessuna non conformità rilevata sulle soglie di glifosato.
  • 124 campioni di “grano duro in granella” (monitoraggio ordinario 2024): 92 senza residui, 32 con tracce ritenute regolari e zero eccedenze rispetto ai limiti fissati dalla legge.
  • 225 campioni complessivi di cereali: solo 14 non conformità, in massima parte relative a riso e granaglie diverse dal frumento duro.
Le indagini svolte dai Nas, Asl e uffici competenti presso i principali porti d’ingresso e stabilimenti molitori confermano l’assenza sistematica di gravi irregolarità. Un dato che resta stabile anche nei report degli ultimi cinque anni, con i risultati delle analisi di autocontrollo (centinaia ogni anno) svolte da pastifici e grandi aziende del settore.

Analisi e controlli interni alle aziende sono ormai prassi consueta presso le principali realtà industriali italiane (Barilla, De Cecco, Divella, Garofalo etc.), alle quali un lotto fuori specifica comporterebbe sia rischi legali sia danni reputazionali gravissimi. Secondo i tecnici ANTIM (Associazione nazionale dei tecnici dell’industria molitoria), non si rinvengono tracce di glifosato prossime ai limiti di legge nei risultati degli autocontrolli.

  • Il glifosato come residuo nei prodotti finiti – studi universitari e test indipendenti mostrano che la sostanza, se presente, si ritrova in tracce largamente inferiori ai limiti previsti (che tengono conto di assunzione regolare per tutta la vita).
  • Le fasi di lavorazione (decorticazione e macinazione) riducono la presenza di eventuali residui nella semola, e la cottura ne abbatte ulteriormente la quantità, soprattutto per la sua natura termolabile.
La questione dell’effetto cumulativo sollevata in diversi dibattiti scientifici rimane aperta: gli esperti ribadiscono che è la somma quotidiana di tutte le esposizioni alimentari e ambientali a residui di fitosanitari, non il singolo consumo, a delineare il rischio complessivo. Tuttavia, i livelli del pesticida riscontrati nei campioni monitorati restano molto al di sotto delle soglie considerate a rischio per la popolazione generale e per i soggetti sensibili (bambini, donne in gravidanza, etc.).

Criticità e punti ancora dibattuti:

  • Non tutti gli esperti concordano sulla sicurezza a lungo termine di bassi livelli di glifosato; alcune ricerche mettono in guardia sui possibili effetti endocrini o sul microbiota, ma mancano per ora evidenze univoche in relazione al consumo di pasta prodotta in Italia.
  • Il glifosato e il suo metabolita AMPA sono monitorati periodicamente anche nelle acque superficiali e di falda in Italia, dove si registrano superamenti degli standard ambientali più di frequente che negli alimenti. Ciò richiama la necessità di attenzione anche all’impatto ambientale dell’uso generalizzato dei diserbanti.
  • Le pratiche di rotazione e gestione del suolo adottate in Europa concorrono a ridurre il rischio di accumulo nel terreno rispetto ad altri areali di coltivazione.
Il coro delle associazioni di categoria (Coldiretti in particolare) resta vigile sulla partita delle regole e dell’equità commerciale, denunciando la "concorrenza sleale" dei grani provenienti da sistemi regolatori meno stringenti. Tuttavia, la presa di posizione viene periodicamente ricalibrata, richiedendo maggiore trasparenza su tutta la filiera – tema che trova d’accordo anche diversi operatori industriali e istituzioni pubbliche.

Per un completamento del quadro si segnalano alcuni studi condotti fuori Europa che hanno rilevato esposizione a glifosato in percentuali molto più alte tra la popolazione nordamericana. Tuttavia le filiere, i limiti e i consumi in Italia risultano notevolmente differenti e nessuno studio ha sinora documentato rischi specifici nella pasta oggetto di importazione legalmente commercializzata.

Le raccomandazioni attuali convergono nell’invitare a una vigilanza responsabile, con controlli periodici e revisione continua dei limiti di riferimento, senza cedere a narrazioni allarmistiche prive di basi oggettive. Al contempo, la richiesta di maggior chiarezza e accessibilità alle informazioni sui risultati delle analisi di filiera viene riconosciuta come leva utile per diminuire la diffidenza dei cittadini.

Pasta davvero italiana? Etichettatura, tracciabilità e consigli pratici per il consumatore consapevole

Individuare la reale provenienza del grano nella pasta resta complesso anche dopo l’introduzione dell’etichettatura obbligatoria dal 2019. Il consumatore interessato si trova spesso davanti a diciture legali che possono disorientare o offrire solo una parziale ricostruzione del percorso dal campo al pacco sugli scaffali.

Le etichette regolamentari prevedono oggi l’obbligo di indicare

  • "Paese di coltivazione del grano"
  • "Paese di molitura del grano".
Tuttavia, sono consentite formule cumulative come "Italia e altri Paesi UE e/o non UE" nel caso in cui il grano sia miscelato provenendo da diverse aree. Questo sistema, pur rappresentando un passo avanti nella trasparenza, non consente spesso di identificare con precisione il singolo Paese di origine, lasciando spazio a interpretazioni e contestazioni, anche da parte di paesi fornitori come il Canada.

Le diciture più frequenti sono:

  • "Grano 100% italiano": garantisce la provenienza esclusivamente da filiere nazionali.
  • "Italia e altri Paesi UE e/o non UE"
  • Solo "UE" o "non UE" (soprattutto per formati destinati all’esportazione o a basso costo)
Il Canada, tramite Cereals Canada, ha più volte accusato l’Italia di pratiche scorrette e motivazioni protezionistiche nell’introduzione delle regole sull’etichettatura, rivalutate più volte a livello europeo e in sede WTO come possibile ostacolo alla libera circolazione delle merci.

I dati essenziali per orientarsi nell’acquisto consapevole:

  • La scritta “grano 100% italiano” rappresenta l’unica vera garanzia per chi vuole evitare farine di origine estera, anche se questa opzione, per ragioni quantitative di produzione nazionale limitata, copre solo una parte del mercato.
  • Le paste etichettate come "Italia e altri Paesi Ue/non Ue" o solo "Ue" possono contenere quote variabili di grano importato, compreso quello di origine canadese.
  • La tracciabilità integrale è dichiarata solo da alcune filiere corte regionali o da pochi pastifici con sistemi di controllo certificati dalla semina alla vendita.
Consigli pratici per il consumatore attento:
  • Leggere bene l’etichetta: «100% grano italiano» è la chiave per individuare la provenienza esclusivamente nazionale della materia prima; in caso di miscele, è sempre specificato se vi sono grani UE e/o non UE.
  • Verificare le informazioni aggiornate sui siti ufficiali dei produttori, dove sono spesso presenti pagine dedicate alla tracciabilità della filiera e diari di raccolto/produzione.
  • Valutare le filiere regionali e i consorzi, che garantiscono una filiera corta (Es: grano Senatore Cappelli pugliese, pasta prodotta in loco).
  • Su selezioni bio, la presenza di residui è generalmente inferiore, per via dei protocolli restrittivi sulle sostanze chimiche impiegabili.
  • Attenzione al prezzo eccessivamente basso: spesso corrisponde a miscele di grani differenti e minore attenzione alla trasparenza produttiva.
Gli errori comuni da evitare:
  • Confondere il luogo di produzione della pasta con la provenienza del grano: un produttore italiano che utilizza grano estero può legittimamente etichettare il prodotto come "pasta prodotta in Italia".
  • Presumere che il grano italiano sia sempre sinonimo di assenza di residui: anche le paste 100% italiane possono contenere tracce di fitosanitari, come emerge da alcuni test indipendenti, pur restando nei limiti di legge.
  • Affidarsi unicamente a diciture di marketing senza controllare le specifiche della materia prima.
Cosa fare concretamente?
  • Cercare marchi trasparenti che pubblichino periodicamente esiti di test indipendenti e dettagli sulla tracciabilità della filiera.
  • Favorire acquisti presso produttori regionali e filiere corte, ove la tracciabilità è più agevole e la comunicazione con il produttore immediata.
  • Informarsi presso associazioni di categoria e consultare rapporti istituzionali aggiornati su sicurezza alimentare e test di laboratorio.





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Dott.ssa Sara Melchionda

La Dott.ssa Sara Melchionda è un’esperta nel settore della sanità con oltre 15 anni di esperienza. Laureata in Tossicologia dell'ambiente e alimenti all'Università Statale di Lodi, ha sviluppato una solida competenza nelle tematiche legate alla sicurezza sanitaria, alla prevenzione dei rischi e alla valutazione degli effetti delle sostanze sulla salute. Nel corso della sua carriera ha collabora...