In Italia si assiste al paradosso della filiera della carta: chiudono cartiere mentre la carta raccolta viene esportata, trasformata all'estero, e rivenduta nel nostro Paese. Un viaggio tra eccellenze, criticità e sfide ambientali.
L’Italia si distingue da anni per una filiera del riciclo della carta avanzata e riconosciuta a livello europeo. Tuttavia, oggi, questo punto di forza si sta trasformando in un fenomeno paradossale: mentre la raccolta differenziata raggiunge standard elevati e la rete industriale appare ben strutturata, diversi impianti produttivi hanno cessato l’attività nell’ultimo biennio. Accade così che una parte significativa della materia prima recuperata lasci il territorio nazionale per poi rientrare sotto forma di prodotti finiti, spesso provenienti dall’Asia e, in particolare, dall’India. Una dinamica che rimette in discussione la sostenibilità industriale, ambientale ed economica della filiera della carta in Italia.
Il settore cartario italiano vanta una lunga tradizione di qualità, innovazione e sostenibilità. La storia delle cartiere nel Paese ha radici profonde e, fino a pochi anni fa, l’Italia poteva considerare il proprio sistema una delle espressioni migliori in Europa per raccolta, trattamento e utilizzo della carta da macero. L’industria nazionale copre una vasta gamma di prodotti — dagli imballaggi alimentari a quelli industriali passando per la carta grafica — con una capacità produttiva teoricamente sufficiente a soddisfare tutta la domanda interna.
Negli ultimi anni, però, sono emersi fattori che mettono a rischio questa eccellenza. Dopo oltre un decennio senza chiusure significative, dal 2025 almeno sei cartiere hanno interrotto le attività, facendo scendere la capacità produttiva utilizzata al 70-75%, ben al di sotto della soglia necessaria per la sostenibilità economica di un’industria a ciclo continuo. Non mancano le materie prime, né la domanda di carta riciclata: ciò che manca sono condizioni strutturali competitive— spesso collegate ai costi di produzione, alla gestione degli scarti, al quadro normativo e alle dinamiche dei prezzi internazionali.
Accanto alle grandi realtà industriali, il tessuto imprenditoriale della carta è formato anche da piccole e medie imprese, spesso custodi di saperi artigianali e di innovative procedure di riciclo, come dimostra la costante ricerca di nuove tecnologie per il trattamento delle fibre riciclate e la stampa sostenibile. Nonostante ciò, l’intera filiera risente delle stesse vulnerabilità che oggi ne minacciano la stabilità.
Nel sistema italiano la raccolta e il trattamento della carta hanno raggiunto efficienze elevate, con tassi di recupero tra i più alti in Europa. Tuttavia, il ciclo virtuoso si interrompe proprio nella fase della valorizzazione industriale. Circa un quarto della carta raccolta viene esportata, spesso verso Paesi asiatici, e tra questi l’India si è affermata come il maggiore acquirente negli ultimi anni. L’incremento delle esportazioni verso Nuova Delhi — oltre il 60% in più nel solo periodo gennaio-ottobre 2025 secondo i dati delle federazioni europee — evidenzia una crescente dipendenza dall’estero per la chiusura del ciclo economico.
La filiera si trova di fronte a una sorta di “riciclo a doppio senso”:
Sul rallentamento della filiera si concentrano fattori noti e nuove criticità. In primo piano ci sono gli elevati costi dell’energia, che in Italia risultano strutturalmente superiori rispetto a Paesi come Francia, Spagna e Germania, rendendo le cartiere italiane meno competitive sia nella vendita sia nella capacità di sostenere scontistiche e marginalità ridotte.
La gestione ambientale degli scarti produttivi emerge come ulteriore elemento penalizzante. In altre nazioni UE gli scarti dei processi di riciclo sono spesso valorizzati in termovalorizzatori, generando energia a basso impatto. In Italia, invece, la filiera è costretta a sostenere costi per lo smaltimento, privando le imprese non solo di una risorsa ma anche di un’opportunità economica.
L’aspetto normativo aggiunge complessità. Regole stringenti sull’origine delle fibre, certificazioni e controlli, se da un lato aumentano la qualità del prodotto, dall’altro introducono costi gestionali e rischi di ritardi, in un contesto dove la concorrenza internazionale punta sulla riduzione dei tempi e sulla flessibilità produttiva.
La perdita di competitività è il riflesso di un duplice squilibrio:
La sostenibilità ambientale del ciclo cartario subisce un serio contraccolpo quando la catena si interrompe all’esportazione. Trasportare grandi volumi di carta su lunghe tratte intercontinentali genera emissioni di carbonio superiori rispetto al trattamento e al riciclo domestico; inoltre, la mancata valorizzazione della risorsa comporta la perdita di efficienza della filiera circolare.
Secondo studi commissionati dal settore, il mantenimento del valore aggiunto in Italia permetterebbe non solo di ridurre le emissioni di CO2, ma anche di aumentare la produttività industriale fino al 27%, favorendo la crescita occupazionale (stimati 1.360 nuovi posti) e un incremento del PIL annuo superiore a un miliardo di euro. Il beneficio ambientale si sovrappone a quello socioeconomico, dimostrando che la prossimità e l’endogamia della filiera sono determinanti per la transizione sostenibile.
Il trasferimento della materia verso paesi a legislazione ambientale meno stringente, inoltre, espone la filiera a rischi indiretti:
Il protrarsi di questa situazione determina una divaricazione tra capacità produttiva disponibile e reale utilizzo degli impianti. Le cartiere italiane, spesso supportate da una forza lavoro qualificata e tecnologie d’avanguardia, rischiano di rimanere marginalizzate rispetto alle strategie produttive globali dei grandi operatori.
Il rischio occupazionale è concreto: ogni impianto che chiude priva il territorio di competenze ed esperienza, impoverendo non solo la dimensione industriale diretta ma anche l’indotto. Nella scelta di esportare la materia prima, il paese rinuncia alla generazione di lavoro locale, incrementando la dipendenza da fornitori esterni e perdendo il vantaggio competitivo maturato in decenni di investimenti e innovazione.
In questo scenario, la ricaduta ambientale non si limita alle emissioni di CO2: si crea infatti un cortocircuito che peggiora la capacità di gestione degli scarti e diminuisce la resilienza della filiera nei confronti di shock esterni (oscillazioni dei mercati, crisi geopolitiche, mutamenti normativi nei paesi importatori).
Tale vulnerabilità rischia di trasformarsi in un’emergenza strutturale, se non verranno adottate strategie di rilancio dedicate alla filiera italiana.
In risposta a queste criticità, gli operatori del settore e le associazioni di categoria chiedono interventi mirati per ridare centralità al riciclo di prossimità. Le azioni prioritizzate includono: