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Il potere di acquisto reale degli italiani sale, ma perchè non si spende per nulla o quasi?

di Marcello Tansini pubblicato il
potere di acquisto reale degli italiani

Nonostante il potere d'acquisto degli italiani sia in crescita, i consumi restano fermi tra incertezze economiche, timori diffusi e un forte orientamento al risparmio. Una analisi sulle dinamiche che influenzano le scelte delle famiglie in Italia, esaminando il confronto europeo e le prospettive future.

Negli ultimi trimestri, il panorama economico italiano ha mostrato segnali di ripresa sotto il profilo della disponibilità finanziaria delle famiglie. L’incremento registrato nel reddito reale disponibile ha riscosso l’attenzione di economisti e analisti, con dati Istat che indicano un aumento dell’1,8% nel terzo trimestre 2025. Eppure, a fronte di questa ripresa del potere d’acquisto, la spesa per consumi delle famiglie continua a mantenersi contenuta. Nei report statistici, si evidenzia come la propensione al risparmio sia tornata ai massimi dal 2009, nonostante l’accresciuta capacità di spesa degli italiani. Si tratta di un fenomeno che appare controintuitivo: famiglie più solide dal punto di vista del reddito, ma restie a rimodulare le proprie abitudini di consumo, preferendo accumulare risparmi. Un approccio prudenziale che pone interrogativi sulla reale percezione di benessere e sulla fiducia nel futuro.

La dinamica del potere d'acquisto degli italiani: dai crolli storici al recente recupero

Per comprendere l’attuale quadro economico domestico è necessario ripercorrere la storia recente del potere d’acquisto degli italiani. Negli ultimi decenni, il valore medio dei salari lordi nel nostro Paese si è distinto negativamente rispetto ai principali partner europei. Secondo dati Ocse, tra il 1990 e il 2020 l’Italia ha visto una riduzione di quasi il 3% nei salari lordi, a fronte di incrementi del 30% circa in paesi come Francia e Germania. Sul potere d’acquisto, la pressione fiscale elevata e l’inflazione crescente hanno contribuito in modo rilevante a erodere la capacità di spesa delle famiglie e a deprimere la domanda interna.

I colpi più duri sono arrivati tra il 2012 e il 2013, quando – a seguito della crisi dei debiti sovrani e delle politiche di austerità – il reddito reale disponibile delle famiglie è sceso a 1.103 miliardi di euro (dati Istat, valori reali). Da allora si è innescata una graduale ripresa, interrotta solo dalla pandemia di Covid-19 che ha comportato una riduzione nel 2020 e nel 2021. Il rimbalzo post-pandemia ha beneficiato di una ripresa dei livelli occupazionali, di politiche fiscali espansive e, più di recente, di un rallentamento dell’inflazione.

Secondo le rilevazioni più aggiornate, nel periodo ottobre 2024-settembre 2025 il reddito disponibile reale delle famiglie è salito a 1.198 miliardi di euro, recuperando ben 39 miliardi rispetto al 2022. Rispetto al livello minimo toccato nell’ultimo decennio, la crescita ammonta a quasi 100 miliardi di euro. Questo recupero è stato reso possibile non solo da un maggiore numero di occupati, ma anche da misure di sostegno al reddito attuate nel biennio più recente. La componente salariale registra segnali di miglioramento, anche se il recupero a livello pro capite risulta ancora parziale rispetto ad altri paesi avanzati.

Perché gli italiani non spendono? Timori, incertezza e propensione al risparmio

Una delle dinamiche più discusse degli ultimi mesi riguarda l’evidente divario tra crescita del reddito reale e consumi. Malgrado una maggiore disponibilità economica, molte famiglie scelgono di accantonare le risorse anziché reinvestirle nei consumi. Le ragioni di questa prudenza possono essere ricondotte principalmente al clima di incertezza che caratterizza lo scenario nazionale e internazionale. La propensione al risparmio, misurata sui massimi da oltre quindici anni, segnala una preferenza per la cautela.

Tra le cause principali si segnalano i timori legati all’instabilità geopolitica (guerra in Ucraina e tensioni globali), alle prospettive poco rosee della crescita economica e al persistere di difficoltà nel mercato del lavoro, in cui seppure sale il numero degli occupati, permane una diffusa sensazione di scarsa sicurezza occupazionale. Le famiglie, anche in presenza di maggiori entrate, giudicano troppo incerta la durata degli attuali miglioramenti e preferiscono dunque investire il surplus in risparmi, complice un’esperienza recente che ha visto l’erosione dei salari per effetto dell’inflazione.

  • La bassa fiducia nelle prospettive di sviluppo del paese
  • L’andamento degli indicatori macroeconomici che suggeriscono una crescita limitata nel breve termine
  • L’esperienza negativa della perdita di potere di acquisto tra 2019 e 2024, non ancora pienamente recuperato a livello individuale
  • Una ripresa dei prezzi al consumo su beni essenziali, come alimentari e trasporti, che rafforza la percezione di fragilità della ripresa
I dati Istat mostrano come nella seconda metà del 2025, a fronte di un aumento del reddito lordo disponibile del 2%, i consumi finali delle famiglie siano cresciuti solo dello 0,3%. Le famiglie italiane hanno scelto di risparmiare oltre l’11% del loro reddito, come non avveniva dal 2009

L'impatto dell'inflazione e del carrello della spesa sul comportamento delle famiglie

Il comportamento di consumo osservato negli ultimi mesi è profondamente influenzato dai timori legati all’inflazione, soprattutto quella percepita nei beni di uso quotidiano. Sebbene l’inflazione ufficiale abbia segnato un significativo rallentamento – con aumenti annui medi intorno all’1,1% nel novembre 2025, al di sotto della media europea – la percezione delle famiglie è condizionata dall’andamento del cosiddetto “carrello della spesa”. In particolare, a dicembre 2025 prezzi dei beni alimentari e della cura della persona hanno registrato una crescita del 2,2%, trainati dagli aumenti dei costi dei trasporti (+2,6%) e dei voli (+15,1% su anno per i nazionali).

Questi incrementi nei beni ad alta frequenza di acquisto rafforzano un atteggiamento di cautela: talvolta l’inflazione “percepita” supera quella reale, specie nelle fasce a basso reddito che investono una quota maggiore di risorse in consumi essenziali. Inoltre, la memoria recente delle impennate di prezzi del biennio 2022-2023 – che avevano eroso i risparmi accumulati – ha lasciato un’impronta psicologica profonda. Gli effetti dell’inflazione si sono manifestati anche nella diversa distribuzione dell’impatto: i redditi più bassi hanno visto ridurre la loro capacità di spesa proprio per l’aumento del costo dei beni di primaria necessità.

  • L’inflazione annua nel 2025 si è mantenuta al di sotto dell’area euro, ma sui beni alimentari e sulla mobilità si registrano dinamiche sopra la media
  • I rincari più marcati hanno interessato il paniere degli acquisti essenziali, acuendo le difficoltà delle famiglie più vulnerabili
  • Le tensioni su energia e materie prime continuano a trasmettersi a cascata su tutto il sistema dei prezzi, alimentando la prudenza nella spesa

Redditi, occupazione e politica fiscale: cosa sostiene (o frena) il potere d'acquisto

L’andamento dei redditi e delle politiche fiscali ha giocato un ruolo determinante nel recente aumento della capacità di spesa degli italiani. L’Istat segnala un miglioramento del quadro occupazionale: il tasso di occupazione ha raggiunto il 62,7% a ottobre 2025, con 24,2 milioni di occupati e una diminuzione del tasso di disoccupazione al 6%. Questo incremento degli occupati, accompagnato da alcuni rinnovi contrattuali e interventi di sostegno fiscale, ha contribuito a innalzare il reddito lordo reale disponibile.

Di rilievo sono stati anche gli interventi normativi recenti, come il taglio dell’aliquota Irpef dal 35% al 33% per i redditi fino a 50 mila euro e la conferma della tassazione agevolata sulle rivalutazioni salariali fino a 33mila euro. Tali misure, inserite nelle ultime leggi di Bilancio, hanno generato un effetto positivo sulle fasce meno abbienti, pur non controbilanciando integralmente la perdita subita tra 2019 e 2024. Tuttavia, la pressione fiscale italiana resta tra le più elevate in Europa (pur recente lieve calo, ora al 40%), contribuendo a limitare l’impatto netto degli aumenti salariali.

L’aspetto fiscale incide anche sulla crescita dei consumi, poiché la progressività delle aliquote e il fenomeno del cosiddetto fiscal drag possono sterilizzare i benefici delle rivalutazioni stipendiali. Inoltre, la diffusione dell’economia sommersa riduce la base imponibile, scaricando il carico fiscale su una quota limitata della popolazione e alterando la distribuzione dei benefici delle politiche di sostegno al reddito.

Confronto internazionale: dove si posiziona l'Italia in Europa e nel G7

L’analisi a livello internazionale evidenzia una posizione ancora fragile per il potere d’acquisto delle famiglie italiane rispetto ai principali paesi avanzati, nonostante il recupero recente. Secondo i dati Ocse e Eurostat, l’Italia registra un reddito parametrato (PPS) di 24.051, inferiore sia alla media europea (27.530 PPS), sia a paesi come Germania (34.900 PPS), Francia (28.500 PPS) e Paesi Bassi. Peggio dell’Italia tra i paesi dell’area Ocse fa solo la Grecia. In termini di classifica, il nostro Paese si colloca al 19° posto su 34 per potere di acquisto reale netto.

È interessante notare che, nell’ultimo biennio, la crescita del potere d’acquisto pro capite in Italia è stata la più marcata nel G7: tra il quarto trimestre 2021 e il secondo trimestre 2025 si è osservato un balzo del +2,6%, alla pari con la Francia e appena dietro agli USA. Tale evoluzione fotografa una capacità di ripresa superiore rispetto a Regno Unito, Canada e Germania. Tuttavia, il livello assoluto resta al di sotto delle economie più forti del gruppo e anche di numerose nazioni dell’Europa occidentale di dimensioni minori.

Paese PPS 2025 Variazione 2021-2025 (%)
Italia 24.051 +2,6
Germania 34.900 -0,2
Francia 28.500 +2,6
Stati Uniti 47.000 +4,6
Regno Unito 25.000 -0,5
Spagna 24.500 +0,3

Potere d'acquisto, consumi e scenari economici

Sul medio termine, gli scenari ipotizzati dagli osservatori economici indicano una modesta, ma costante, risalita della capacità di spesa delle famiglie. Le previsioni più recenti dell’Istat suggeriscono per il 2026 una crescita dei consumi reali dello 0,9%, trainata da tendenze di miglioramento nei redditi disponibili e da una progressiva stabilizzazione dell’inflazione sotto il 2%. In questo contesto, si attende una lenta erosione della forte propensione al risparmio osservata nel 2025, con una parziale riallocazione delle risorse verso il consumo.

Le incognite principali restano legate agli sviluppi dell’economia globale, ai prezzi delle materie prime e all’evoluzione occupazionale interna. Persistono fragilità strutturali: la produttività contenuta, la pressione fiscale tra le più alte in Europa, l’incidenza dell’evasione e la lentezza nei rinnovi contrattuali. Tuttavia, il sistema sembra mostrare una crescente resilienza: un più ampio numero di lavoratori, misure di sostegno al reddito rafforzate, una maggior attenzione alla tutela dei meno abbienti rappresentano fattori di stabilità. Banche centrali e governo nazionale saranno chiamati a mantenere condizioni favorevoli alla crescita dei redditi reali—presupposto indispensabile per un ritorno duraturo a livelli più alti di benessere e dinamismo nel sistema dei consumi.