Negli ospedali italiani un infermiere su cinque è straniero, elemento cruciale per evitare la chiusura di molti reparti. Numeri, motivi, norme, esperienze, rischi e prospettive legate a questo fenomeno.
Negli ultimi anni, la presenza di professionisti internazionali nel settore sanitario italiano è diventata un pilastro per garantire la continuità delle cure. Oggi negli ospedali, una consistente quota di personale proviene dall'estero, contribuendo in modo significativo alla tenuta del sistema pubblico e privato. Senza il contributo di queste figure, molte realtà rischierebbero un rallentamento drastico dei servizi o addirittura la chiusura di reparti chiave, un dato che spesso non trova spazio nella comunicazione istituzionale. Le competenze, la resilienza e la capacità di adattarsi a modelli organizzativi diversi fanno sì che queste persone rappresentino una risorsa imprescindibile per fronteggiare una situazione strutturalmente critica sotto il profilo numerico e qualitativo, rendendo il sistema più resistente alle pressioni crescenti della domanda di assistenza.
La penuria di personale infermieristico costituisce un problema annoso e complesso, ben noto agli addetti ai lavori e riconosciuto dalle principali istituzioni nazionali. Secondo le stime elaborate dalla Federazione Nazionale degli Ordini delle Professioni Infermieristiche e da enti come AGENAS, al 2026 mancano circa 65.000 unità per allineare l'Italia agli standard europei. Gli infermieri italiani sono infatti il 20% in meno rispetto alla media OCSE: se in Italia si registrano 6,5 infermieri ogni 1.000 abitanti, in Francia il rapporto sale a 8,8 e in Germania raggiunge quota 12.
Le cause di questo disequilibrio coinvolgono molteplici fattori:
Sono circa 43.600 i professionisti originari di altri Paesi che oggi lavorano in Italia (dati FNOPI/Amsi, 2025), con una crescita media annua del 9,4% negli ultimi cinque anni. Di questi, almeno 18.000 sono entrati grazie alle deroghe introdotte dal 2020 in risposta agli effetti della pandemia, mentre una parte significativa transita attraverso canali ordinari di riconoscimento del titolo.
Le principali provenienze includono:
Il ministro Orazio Schillaci ha parlato pubblicamente del reclutamento dall’India e, nell’ottobre 2024, ha spiegato che il protocollo serviva a tamponare la carenza, richiamando qualità della formazione e conoscenza della lingua. Manca una comunicazione sistematica fondata su un archivio nazionale unico. Il principale rapporto AGENAS sul personale del SSN analizza età, genere, consistenza, rapporto con la popolazione, flussi formativi e pensionamenti, ma non offre una ripartizione per cittadinanza, Paese di nascita o Stato di formazione.
Gli Ordini contano gli iscritti, mentre le Regioni gestiscono molti ingressi in deroga. I due circuiti non restituiscono in tempo reale la stessa popolazione.
Il risultato è un paradosso: il settore pubblico ricorre al personale formato all’estero, lo cita nei piani di reclutamento, ma non permette ai cittadini di sapere con precisione quanti professionisti lavorino, dove siano impiegati, con quale titolo e attraverso quale procedura. Più che una mancata “pubblicità”, è un vuoto di trasparenza statistica e programmazione.
La legge di Bilancio 2026 ha prorogato fino al 31 dicembre 2029 la disciplina che consente l’esercizio temporaneo in Italia ai professionisti sanitari con qualifica conseguita all’estero. In base all’articolo 15 del decreto legge 34 del 2023, le Regioni possono riconoscere in via temporanea quei titoli per il lavoro nelle strutture pubbliche, private, accreditate e del Terzo settore.
La misura aiuta a coprire i vuoti con tempi più brevi rispetto al riconoscimento ordinario. Porta anche nodi da sciogliere: verifica uniforme dei documenti, competenza linguistica, conoscenza delle procedure cliniche italiane, tracciamento professionale, assicurazione e responsabilità.
FNOPI ha chiesto elenchi speciali per chi lavora in deroga, così da rendere controllabili identità, qualifiche e luogo di attività. Non è una battaglia contro chi arriva dall’estero. È il tentativo di evitare che l’urgenza produca un doppio binario: regole ordinarie per alcuni, controlli frammentati per altri.
A partire dal 2020, il sistema italiano ha introdotto specifiche deroghe per agevolare l'assunzione di personale infermieristico in risposta all'emergenza sanitaria. Il cosiddetto Decreto Cura Italia ha consentito a migliaia di professionisti stranieri di lavorare pur senza l'iscrizione immediata all'Ordine professionale (Opi) e senza la verifica ministeriale sui titoli di studio.
Da allora, queste misure eccezionali sono state prorogate ripetutamente, ad oggi la scadenza attuale è fissata al 31 dicembre 2027, estendendosi anche ai profughi provenienti da aree di crisi (tramite il decreto Ucraina) e consolidando modelli di assunzione rapidi soprattutto in risposta alle urgenze territoriali.
Il meccanismo di inserimento si basa su più livelli di reclutamento:
La Dott.ssa Marianna Bassetti è una consulente esperta in ambito lavoro con oltre 10 anni di esperienza nel settore delle risorse umane. Laureata presso l’Università degli Studi di Milano in Giurisprudenza, attualmente opera a Milano e si è specializzata nell’analisi delle dinamiche lavorative dal punto di vista dei dipendenti, con particolare attenzione ai contratti collettivi e alle indennità...