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Investire in Europa o in Usa nel 2026? Le diverse strategie e previsioni di gestori e fondi a confronto

di Marcello Tansini pubblicato il
Strategie di investimento

Nel 2026 il confronto tra Europa e Stati Uniti si fa acceso: politiche macroeconomiche, visioni dei principali gestori, trend settoriali, rischi, opportunità e nuove strategie per una scelta consapevole.

Dietro al dibattito tra investimento nei listini europei o americani si celano variabili macroeconomiche, politiche e settoriali che rendono la scelta tutt'altro che banale. In questo scenario, gli esperti del settore finanziario evidenziano sfumature e strategie che tengono conto non solo della crescita attesa, ma anche dei rischi specifici, della divergenza delle politiche monetarie e dei trend di lungo termine.

La decisione se orientare il portafoglio verso Wall Street o le Borse europee si intreccia così con elementi come l'andamento delle big tech, il rafforzamento dei comparti difesa e finanziari in Europa, e la necessità di costruire portafogli più resistenti agli shock. Di seguito, un'analisi strutturata e approfondita delle principali variabili in gioco, supportata dalle opinioni degli asset manager di rilievo internazionale.

Quadro macroeconomico 2026: crescita, inflazione e politiche

Nell'anno corrente, la crescita economica globale si preannuncia moderata ma stabile, secondo le previsioni degli istituti internazionali e delle principali società di gestione. Negli Stati Uniti, il PIL reale dovrebbe aumentare tra l'1,5% e il 2,8%, mentre per l'Eurozona si stimano tassi più contenuti, dallo 0,8% all'1,6% (BCE prevede 1,2%). L'inflazione si conferma in progressiva moderazione, con valori che paiono tornare nella fascia obiettivo delle banche centrali: la BCE stima l'1,9% per il Vecchio Continente, mentre negli Stati Uniti si registra ancora una certa vivacità (2,7% su base annua a novembre).

Il contesto monetario appare diametralmente opposto rispetto agli ultimi anni: dopo una lunga fase restrittiva, ci si attende una transizione graduale verso politiche più accomodanti, sebbene senza le forti espansioni del passato. La Federal Reserve punta a portare i tassi verso il 3,1% entro la fine dell'anno, proseguendo con prudenza e monitorando da vicino l'andamento dei prezzi e del mercato del lavoro. La BCE, invece, ha già adottato di un approccio più flessibile e pronto ad adattarsi alle mutevoli condizioni macroeconomiche.

L'elemento politico, soprattutto negli Stati Uniti, introduce ulteriori complessità: la spesa fiscale resta elevata in vista delle elezioni di metà mandato, con ricadute anche sul deficit e sulle prospettive di debito. In Europa, la politica fiscale tedesca e i piani di spesa per difesa e infrastrutture contribuiscono a mantenere un livello di stimolo positivo, pur nei limiti dettati dalla governance UE.

L'interazione tra crescita e inflazione determinerà l'efficacia delle strategie di investimento, in un ambiente in cui l'allineamento degli stimoli e la resilienza alla volatilità saranno determinanti. Di conseguenza, la diversificazione geografica e la selezione settoriale assumono un valore ancora maggiore.

Cosa pensano gli asset manager su Europa e Stati Uniti

Le principali case di gestione internazionale sottolineano la necessità di approcci dinamici e più selettivi nella costruzione dei portafogli per il 2026. Mentre per anni le borse americane hanno trainato la performance globale, si avvertono segnali di riequilibrio, con l'Europa vista sempre più come tassello chiave di diversificazione, pur senza previsioni di sorpasso sulla crescita statunitense. Pierluigi Ansuinelli, portfolio manager di Franklin Templeton, indica come fattori macro quali indebolimento del dollaro e politiche monetarie meno restrittive possano favorire questa fase di parziale riequilibrio globale.

L'approccio delle grandi società oscilla tra ottimismo selettivo e cautela. Alcuni analisti evidenziano che le valutazioni oltreoceano restano elevate - l'indice MSCI Usa tratta sopra 22 volte gli utili attesi, con i titoli tech ancora protagonisti - mentre il listino europeo appare più abbordabile in termini di multipli (14-15 volte gli utili, secondo le ultime rilevazioni). Nel Vecchio Continente, pesano positivamente la composizione settoriale più ampia (finance, industria, energia) e i piani pubblici di investimento, in particolare sulla difesa, che promettono nuove opportunità di crescita.

L'importanza assunta dagli ETF attivi è una novità strutturale, con la crescita dei flussi verso strumenti che combinano liquidità e discrezionalità gestionale. Vincenzo Sagone (Franklin Templeton) rileva come il boom dei prodotti attivi stia attraendo gestori legati invece ai fondi comuni, grazie alla maggiore possibilità di controllo del rischio e alla capacità di generare alfa selettivo.

Le politiche di diversificazione suggerite dai gestori contemplano un'esposizione importante all'azionario small e mid cap europeo, la ricerca di value nei settori finanziari e industriali, senza rinunciare tuttavia alle storiche eccellenze USA come le grandi aziende tecnologiche. La flessibilità e la diversificazione restano principi cardine.

Le opinioni di Larry Fink (BlackRock), Monica Defend (Amundi), Paul Jackson (Invesco), Maria Paola Toschi (JP Morgan) e altri

Numerose le voci di rilievo che delineano le strategie più prudenti da adottare. Larry Fink, CEO di BlackRock, sostiene la necessità di un approccio fondamentale e selettivo, con attenzione sia alle grandi tech statunitensi che ai finanziari europei, sottolineando le differenze strutturali tra i mercati e la nuova selettività richiesta anche nell'ambito AI. Monica Defend, responsabile del think tank di Amundi, vede opportunità concrete nella difesa, nella transizione verde e nelle infrastrutture europee, mantenendo un posizionamento neutrale sugli USA e privilegiando gli indici equiponderati rispetto alle mega-cap.

Paul Jackson (Invesco) evidenzia nei portafogli modello per il 2026 una marcata sovraponderazione del Vecchio Continente e del Regno Unito, a fronte invece di una posizione cauta sugli Stati Uniti, favorendo così un equilibrio tra value e growth. Maria Paola Toschi di JP Morgan, invece, rimarca il valore della diversificazione valutaria, sottolineando l'impatto dell'indebolimento del dollaro e la robustezza di alcuni settori europei - come la difesa - in grado di sovraperformare largamente i benchmark globali. Bruno Rovelli (BlackRock Italia) riporta come le banche europee abbiano registrato record storici per i ritorni sul capitale, pur mantenendo valutazioni inferiori del 40% rispetto agli omologhi USA, segnalando un potenziale di rialzo ulteriore in un portafoglio ben diversificato.

Settori e trend chiave del 2026: tecnologia, difesa, finanziari

L'Information Technology resta il principale motore degli utili attesi, con una crescita stimata oltre il 16% per le società leader dell'S&P 500. Tuttavia, tutte le previsioni convergono sulla necessità di un approccio più selettivo: la dispersione delle performance tra titoli e la differente capacità di monetizzazione degli investimenti in AI rendono la scelta nei settori tecnologici meno automatica rispetto al passato.

I trend di lungo periodo si stanno tuttavia ampliando oltre la pura digitalizzazione. In Europa, la spinta verso la difesa, la transizione energetica e le infrastrutture alimenta prospettive positive per industria, utility e società legate all'innovazione climatica. Da segnalare la crescita degli investimenti green e i flussi diretti verso il climate-tech e le tecnologie per l'adattamento ambientale.

Il settore bancario e finanziario, spesso trascurato negli USA in favore delle big tech, emerge come protagonista tra le piazze europee: le banche dell'Eurozona hanno fatto segnare negli ultimi anni una crescita del total return superiore (fino al 274%) rispetto anche ai colossi tecnologici d'oltreoceano. Questo ritorno del value coinvolge anche le mid e small cap a prezzi storicamente più accessibili.

Nel complesso, il 2026 sembra restituire al mercato una maggiore varietà di scelte, favorendo la rotazione settoriale e la ricerca di nuovi temi di investimento, come fintech, biotecnologie, salute e comparto energia, in aggiunta ai comparti high growth statunitensi.

Valutazioni, rischi e opportunità a Wall Street o in Europa

L'azionario statunitense mantiene valutazioni più elevate della media storica, in particolare per le aziende legate all'IA e ai servizi di comunicazione (con multipli sopra 22 volte gli utili attesi). Il potenziale di crescita degli utili continua a essere solido, ma aumentano i timori su possibili correzioni, con una crescente attenzione per la qualità dei bilanci e la durata dei trend di crescita.

Le Borse europee, invece, presentano un posizionamento di partenza più basso e valutazioni ritenute più convenienti. L'offerta di valore è data anche dagli spazi di recupero per settori come finanza, industria e difesa, in una fase caratterizzata dal rafforzamento della spesa fiscale e da tassi di interesse che si avvicinano alla fine del ciclo rialzista. La sovraperformance di alcuni segmenti europei sugli omologhi statunitensi - come il caso delle banche - arricchisce ulteriormente il quadro di valutazione per l'investitore attento.

Non mancano tuttavia i rischi: l'Europa soffre di una governance frammentata e di una crescita ancora modesta, e risente delle asimmetrie regolamentari e fiscali tra Paesi membri. In USA, invece, il rischio principale è la concentrazione degli investimenti sulle grandi capitalizzazioni e le possibili tensioni legate a scontri politici e fiscalità.

Soluzioni e strumenti per la diversificazione

Il 2026 è l'anno in cui le strategie di diversificazione entrano in una nuova fase, sospinte da una più marcata dispersione dei rendimenti tra settori e mercati. Gli ETF attivi riscuotono crescente consenso quale soluzione che abbina trasparenza, liquidità e capacità di gestione flessibile a costi contenuti. I dati relativi all'Europa confermano la forte crescita per gli ETF attivi, che hanno superato i 20 miliardi di euro in flussi solo nel 2025, con tassi di crescita annui del 30%.

Questi strumenti si affiancano ai fondi comuni, soprattutto dove la ricerca di alfa e la selettività nei mercati meno efficienti rappresentano un plus (come nelle small cap, nei mercati emergenti e nei segmenti fixed income complessi). Le grandi società di investimento internazionale lavorano sempre più per portare le proprie competenze all'interno del formato ETF, anche sulle asset class non tradizionali.

Torna inoltre rilevante la componente attiva nella scelta dei titoli, grazie all'aumento della volatilità e delle asimmetrie informative tra le due sponde dell'Atlantico. La raccomandazione condivisa dagli strategist è di integrare esposizioni geografiche e settoriali differenziate, valutando l'opportunità offerta dai prodotti passivi per accedere a specifici trend e dai fondi attivi per cogliere inefficienze e rischi non replicabili da un semplice indice. Di seguito una tabella di sintesi sui principali strumenti:

Strumento

Vantaggi

ETF attivi

Gestione flessibile, liquidità, trasparenza, costi contenuti

Fondi comuni

Professionalità nella selezione, diversificazione, adatti a mercati meno efficienti

Azioni dirette

Possibilità di focalizzare su titoli ad alto potenziale, gestione personalizzata

Obbligazioni

Protezione del portafoglio, stabilità nei contesti avversi