La depressione, riconosciuta tra le più diffuse e invalidanti del nostro secolo, impatta profondamente sulla vita lavorativa. Ecco perchè è davvero importante capire i diritti, tutele, aiuti economici e strategie di reinserimento per i lavoratori colpiti.
Negli ultimi anni, il riconoscimento della depressione come malattia che può incidere profondamente sulle capacità lavorative ha assunto una rilevanza crescente, sia sul piano medico che giuridico. Questa condizione non è più vista solo come un disagio personale, ma come uno stato patologico che, in molti casi, compromette realmente le attività quotidiane.La crescente attenzione normativa e sociale testimonia un cambio di paradigma nell’approccio al benessere psicologico dei lavoratori.
La depressione è oggi pienamente riconosciuta come malattia dal sistema normativo italiano, alla pari delle patologie fisiche. La legge distingue fra forme lievi, moderate e gravi, considerando la profondità e la durata dei sintomi: perdita di interesse, disturbi del sonno, cambiamenti nell’appetito, difficoltà di concentrazione, fino a pensieri autodistruttivi.
La diagnosi di depressione incide concretamente sulla possibilità di lavorare, poiché i sintomi possono ridurre la produttività, aumentare l’assenteismo e, nei casi più severi, rendere impossibile il normale svolgimento delle mansioni.
Nel mondo del lavoro, la depressione comporta conseguenze importanti: il diritto all’astensione per malattia, la necessità di adattamenti organizzativi, la valutazione della capacità lavorativa residua e, talvolta, l’accesso a categorie protette. Il sistema di tutela passa attraverso la certificazione medica della malattia, che consente di usufruire dei periodi di comporto previsti nei contratti collettivi.
È importante sottolineare che non sono riconosciuti strumenti di tutela per generici disagi non certificati; la diagnosi deve essere affidata a un professionista e supportata da documentazione clinica adeguata.
L’approccio integrato tra medico di famiglia, specialisti e strutture di supporto rappresenta un elemento chiave per assicurare corretta valutazione e tutela delle persone che si trovano a convivere con questa patologia sul posto di lavoro.
Chi riceve una diagnosi di depressione certificata può beneficiare di un periodo di astensione retribuita dal lavoro, garantito dalla normativa italiana. Il diritto all’assenza è collegato al cosiddetto periodo di comporto, ovvero il lasso di tempo durante il quale il lavoratore non può essere licenziato a causa dell’assenza per malattia, come disciplinato dagli specifici contratti collettivi nazionali.
Le tappe fondamentali per usufruire dell’aspettativa sono:
Durante l’assenza per malattia certificata da depressione, la persona è soggetta agli stessi controlli previsti per ogni altra patologia. Le visite fiscali, disposte dall’INPS, mirano a verificare l’effettiva impossibilità al lavoro nel periodo indicato dal certificato medico. Sono previste fasce di reperibilità quotidiana:
Rispettare correttamente le fasce di reperibilità e documentare ogni allontanamento è essenziale per evitare contestazioni. Una comunicazione chiara con il proprio medico e con il datore di lavoro aiuta a prevenire equivoci e a gestire con sicurezza i propri diritti in un momento di particolare difficoltà.
Il riconoscimento della depressione come invalidità civile rappresenta un passaggio significativo per accedere a specifiche tutele lavorative ed economiche. La procedura inizia con la compilazione di un certificato introduttivo da parte del medico curante, seguito dalla presentazione della domanda all’INPS. Dopo la valutazione da parte della commissione medico-legale, viene attribuita una percentuale di invalidità in base alla gravità e alla durata dei sintomi, secondo le tabelle ministeriali (D.M. 5 febbraio 1992).
Le percentuali di riferimento variano a seconda della forma e della severità del disturbo:
Determinante per l’esito è la qualità della documentazione presentata: certificazioni aggiornate di psichiatra o Centro di Salute Mentale, referti, attestazioni di ricoveri e continuità terapeutica costituiscono la base per una valutazione positiva. La decisione della commissione può essere impugnata tramite ricorso motivato se si ritiene sia inadeguata rispetto al quadro clinico.
Tra le misure di sostegno più recenti spicca il cosiddetto Bonus psicologo, che consente di ottenere un contributo per coprire le spese delle sedute di psicoterapia per chi si trova in situazioni di depressione, ansia, stress o fragilità psicologica. Per accedervi, è necessario possedere un ISEE non superiore a 50.000 euro. L’importo varia a seconda delle fasce ISEE:
| ISEE fino a 15.000 € | fino a 1.500 € |
| ISEE fra 15.001 e 30.000 € | fino a 1.000 € |
| ISEE fra 30.001 e 50.000 € | fino a 500 € |
La domanda si presenta tramite il portale INPS e il contributo, erogato direttamente al professionista, copre fino a 50 euro per seduta. Oltre a questo bonus, esistono altre forme di sostegno:
Se risulta accertato che la depressione sia conseguenza diretta dell’attività lavorativa – per stress prolungato, mobbing, carichi di lavoro eccessivi o ambiente tossico – può essere riconosciuta come malattia professionale. Secondo una recente sentenza della Cassazione (Ordinanza n. 29611/2022), anche ansia e depressione causate dal lavoro rientrano tra le condizioni indennizzabili dall’INAIL.
Il percorso per l’ottenimento di tale riconoscimento prevede:
Il ritorno sul posto di lavoro dopo un periodo di malattia legata a sindrome depressiva va pianificato in modo accurato. Le strategie più efficaci includono:
Ecco alcune buone pratiche per lavoratori e famiglie che affrontano situazioni di malattia psichica in ambito lavorativo: