Abbiamo scelto di immergerci nella realtà dei rider a Milano, dedicando settimane all'ascolto e al confronto diretto con chi ogni giorno consegna pasti pedalando per la città. In strada, nei punti di ristoro e durante le serate piovose, abbiamo raccolto testimonianze dirette, dati dettagliati e racconti personali che svelano aspetti spesso nascosti del lavoro su due ruote. Il nostro obiettivo non è fornire grandi numeri, bensì restituire umanità e complessità a una categoria vista ancora troppo spesso come una funzione di servizio, invisibile e anonima.
Tra interviste, osservazioni sul campo e l'analisi di fonti sindacali e istituzionali, nasce un'inchiesta sui rider che mira, attraverso esperienze ed evidenze, a chiarire quali siano le vere condizioni quotidiane di chi trasporta cibo sulle strade milanesi. Dietro ogni zaino fluorescente, abbiamo scoperto molto più di un semplice lavoratore autonomo: storie, speranze, sacrifici e tante sorprese.
Chi sono davvero i rider: storie, nazionalità, età e formazione
Chi pedala ogni giorno per portare il cibo a domicilio? Il profilo che emerge dalla nostra inchiesta e dagli studi di settore (come quello promosso da Nidil Cgil) è variegato ma con tratti ricorrenti:
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Prevalenza maschile: la maggior parte dei rider intervistati sono uomini, spesso tra i 21 e i 39 anni.
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Forte presenza di immigrati: la componente migrante domina la categoria. Giovani di origine pakistana, egiziana, bengalese, ma anche studenti e lavoratori espulsi da altri settori.
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Livello di istruzione: sorprendentemente, molti hanno una formazione superiore, alcuni possiedono lauree conseguite nel paese di origine, ma trovano nel food delivery l'unica chance immediata di produzione di reddito.
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Contesto socio-economico fragile: tanti tra coloro che abbiamo intervistato lavorano in attesa di regolarizzazione, con permessi di soggiorno precari o dopo aver perso altri lavori.
Dietro ogni volto si celano storie di viaggi, speranze e delusioni. C'è Ahmed, 25 anni, laureato in economia in Egitto:
Lavoro su due piattaforme, sperando di poter avere un permesso stabile. Non pensavo di vivere così a Milano, ma almeno questo mi dà autonomia. O Paolo, italiano, che a 44 anni ha perso il posto in un call center:
Ho ripreso a pedalare dopo anni. Non è un ripiego, è fatica vera. Lo stipendio non basta mai, ma almeno porto qualcosa a casa.
Perché si diventa rider e cosa cercano in questo lavoro
I motivi che portano sempre più persone a intraprendere questa attività sono articolati e intrecciati con le condizioni sociali ed economiche del territorio:
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Assenza di alternative: molti migranti scelgono il delivery come strada d'accesso al mercato del lavoro, attratti dall'immediatezza di ingresso rispetto ad altre professioni più tutelate.
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Flessibilità apparente: tra gli italiani emergono spesso esigenze di conciliazione con altri impegni, come gli studi o la ricerca di un impiego stabile. Tuttavia, la libertà promessa si traduce troppo spesso in turni lunghi e imprevedibili.
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Bisogno di reddito immediato: in quasi tre intervistati su quattro, questa attività rappresenta la fonte primaria di sostentamento. L'urgenza del pagamento rapido spinge a lavorare anche sotto condizioni meteorologiche sfavorevoli.
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Speranza di riscatto: per alcuni, diventare rider è un modo per ottenere una nuova possibilità sociale, ricostruirsi dopo eventi avversi o periodi di difficoltà.
Nel corso delle nostre interviste, molti rider milanesi hanno sottolineato anche
la necessità di autonomia e la percezione di essere imprenditori di se stessi, nonostante la realtà molto diversa rispetto all'immagine diffusa delle piattaforme. Samir, 33 anni, spiega:
Mi piace poter scegliere quando lavorare, ma se non accetto tutte le corse rischiano di bloccarmi l'account o darmi meno consegne.
Le condizioni di lavoro: turni, piattaforme e retribuzioni
L'inchiesta sul campo e il confronto con i dati sindacali restituiscono una fotografia netta del lavoro da rider in città. Turni massacranti sono la regola, non l'eccezione:
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Più del 70% lavora almeno 6 giorni su 7, con picchi di sette giorni su sette per chi ha un permesso di soggiorno da rinnovare o famiglie da mantenere.
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Quasi la metà degli intervistati trascorre tra le 7 e le 10 ore al giorno collegato all'app - spesso senza la possibilità di staccare, perché le piattaforme penalizzano chi rifiuta le consegne.
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Oltre il 50% dei lavoratori opera tramite più piattaforme contemporaneamente, principalmente Glovo e Deliveroo, ma anche Just Eat, con contratti a partita IVA, collaborazioni occasionali o rapporti di lavoro subordinato parziale.
La retribuzione avviene a consegna: come conferma la raccolta delle nostre testimonianze, i compensi vanno mediamente da 2 a 4 euro lordi per ogni ordine portato a termine. I rider sostengono tutte le spese: dall'acquisto e manutenzione del veicolo, ai dispositivi di protezione individuale, fino al costo del telefono e dell'energia.
Abbiamo realizzato una tabella riassuntiva per presentare i dati raccolti a Milano:
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Parametro
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Valore Medio
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Giorni lavorativi/settimana
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6-7
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Ore lavorate/giorno
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7-10
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Compenso a consegna (€)
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2-4
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Spese mensili
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200+€
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Le testimonianze dirette raccolte fanno emergere un sistema di paghe largamente inferiore ai minimi contrattuali, con una pressione costante determinata da algoritmi e performance, in un quadro contrattuale instabile: la maggioranza non ha tutele per malattia, ferie o maternità.
Le sorprese sull'effettivo guadagno dei rider
Molti rider raccontano di aver scoperto solo dopo settimane la reale portata delle proprie entrate. Il calcolo puro delle consegne, infatti, non tiene conto di tutte le spese effettive. Le piattaforme pubblicizzano guadagni potenzialmente elevati, ma la realtà vissuta nelle strade di Milano è molto diversa:
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Compensi mensili spesso sotto la soglia di povertà: alcune indagini giudiziarie e sindacali rilevano che un lavoratore può arrivare a guadagnare addirittura l'81% in meno rispetto ai minimi previsti dai contratti collettivi nazionali (CCNL).
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I costi a carico del ciclofattorino superano spesso i 200 euro al mese tra manutenzione della bicicletta/moto, carburante o energia elettrica, piani telefonici, abbigliamento idoneo.
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Le piattaforme intervengono sui guadagni attraverso criteri di performance: accettazione, puntualità, disponibilità e feedback dei clienti.
Un rider intervistato ci ha mostrato il suo registro entrate/uscite: in un mese di 220 consegne ha incassato poco più di 600 euro al netto delle spese, lavorando oltre 200 ore. In queste condizioni,
il guadagno orario reale risulta spesso ben al di sotto della paga minima legale.
Il racconto in prima persona: voci, testimonianze e dati
Nei punti di ritrovo vicini al Parco Sempione, durante una giornata di pioggia battente, abbiamo raccolto storie che danno voce alla fatica e alla dignità del lavoro da rider. Ecco alcune testimonianze:
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Lavoro per tre piattaforme diverse, almeno dieci ore quasi tutti i giorni. Se rifiuto una consegna l'app inizia a penalizzarmi, mi vedo arrivare meno ordini e il rischio è di guadagnare ancora meno - Abdullah, 28 anni, originario del Bangladesh.
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A volte capita che si resti fermi mezz'ora ad aspettare fuori dal ristorante senza essere pagati per il tempo. E quando piove o c'è freddo forte nessuno pensa a come stiamo messi: siamo solo numeri per l'app - Riccardo, 34 anni, italiano.
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Non ho mai avuto ferie, se sto male perdo lo stipendio. L'altra settimana ho bucato la ruota e sono dovuto andare avanti lo stesso, altrimenti rischio il blocco dell'account - Said, 31 anni, marocchino.
Il quadro che emerge dagli incontri e dalla compilazione di questionari è spesso quello di una
precarietà economica ed esistenziale costante,
esacerbata dalla mancanza di spazi di confronto reale con le piattaforme e di tutele concrete.
Salute, sicurezza e rischi: cosa vivono ogni giorno i rider
L'aspetto della sicurezza e della salute appare fortemente sottovalutato dalla maggior parte delle piattaforme di delivery. Dai questionari e dalle testimonianze raccolte, emerge che:
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Molti rider non sanno di avere copertura INAIL, o ne ignorano le reali condizioni di applicazione.
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Le principali cause di infortunio sono legate agli eventi atmosferici: pioggia, freddo, caldo estremo, tutti fattori che aumentano il rischio di incidenti e malattie.
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Il traffico di Milano, la pressione sui tempi di consegna e la manutenzione a carico del rider stesso, aggravano ulteriormente il rischio di incidenti.
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Le dotazioni di protezione fornite dalle piattaforme, quando presenti, sono giudicate assolutamente insufficienti.
I dati INAIL sugli infortuni, insieme all'esperienza raccontata dai rider, confermano che si tratta di
un mestiere esposto ad alti livelli di rischio fisico e psicologico, privo spesso di un reale supporto nel momento del bisogno.
I punti di ristoro e le case dei rider: luoghi di incontro e tutela
A Milano, negli ultimi anni, sono nati spazi che sono un punto di riferimento prezioso per il mondo dei rider. Le cosiddette case dei rider e alcuni punti di ristoro offrono:
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luoghi di accoglienza dove riposarsi, riparare la bici, ricaricare il cellulare o trovare riparo dal caldo e dal freddo;
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assistenza sindacale e consulenza su contratti e diritti;
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supporto in caso di infortuni e accesso alle tutele previdenziali;
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servizi di orientamento fiscale e legale.
Questi spazi nascono come risposta collettiva a un
bisogno di comunità e rappresentanza che i rider da soli non riuscivano più a soddisfare. La loro presenza in città, come nelle esperienze già avviate a Firenze,
ha contribuito al rafforzamento dell'identità collettiva e alla lotta contro lo sfruttamento digitale.
Cosa chiedono i rider e cosa serve per cambiare
Dall'ascolto dei rider milanesi, così come dalle analisi sindacali, le richieste emergenti sono chiare e guidate da esigenze concrete:
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Compensi più alti e trasparenti, almeno in linea con i minimi della contrattazione collettiva;
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tutele per malattia, ferie, maternità e accesso a una pensione dignitosa;
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rimborsi reali per i costi sostenuti sul lavoro;
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stop al blocco indiscriminato degli account, che equivale a un licenziamento senza spiegazione;
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strumenti efficaci per la sicurezza e per la formazione sui rischi legati alla professione;
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più spazi di confronto permanenti con istituzioni e piattaforme per una rappresentanza reale.
L'esperienza delle case dei rider e i tavoli di confronto avviati in altre città mostrano che una trasformazione è possibile, ma la strada passa per la
costruzione di nuove tutele normate - anche a livello europeo (come la direttiva UE 2024/2831) - e per
un'organizzazione sindacale capillare che sappia rispondere alle sfide di una professione nata nel digitale, ma fatta di persone in carne e ossa, con diritti e bisogni concreti.
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Nato a Milano nel 1979, laureato alla Bocconi dopo il liceo classico ai Salesiani di Milano. Uno dei pionieri dell'Internet italiano, uno dei fondatori tra l'altro del celebre sito degli anni 90-2000 webmasterpoint.org, si occupa di organizzare tutta la parte editoriale di Businessonline, ma scrive anche lui stesso sia sulle tematiche legate ai suoi studi che alle sue passioni.
In modo particolar...