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Lo smart working fa malissimo secondo nuovo studio ma c'è chi lo smentisce e la discussione si accende

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di Dott.ssa Marianna Bassetti pubblicato il
smart working fa malissimo secondo nuovo studio

Il dibattito sullo smart working si infiamma tra studi contrastanti: una recente ricerca americana lo accusa di minare benessere mentale e socialità, ma in Italia ed Europa emergono benefici e opinioni opposte.

Lavorare da remoto, secondo una ricerca americana di grande risonanza pubblicata su Science, può avere un impatto negativo sulla salute mentale. I dati sono chiari: l’isolamento torna a essere protagonista nel dibattito, alimentando una tensione tra aspettative dei lavoratori e realtà dei numeri. Mentre cresce la richiesta di flessibilità, le aziende riflettono su quale sia la strada migliore. È un duello tra bisogni individuali e esigenze produttive, tra la comodità della casa e i rischi della solitudine. Il messaggio sembra netto: la rivoluzione digitale deve fare i conti con un prezzo psicologico che non era stato pienamente compreso finora.

L’urgenza del tema emerge dai numeri: oltre mezzo milione di lavoratori statunitensi osservati, una delle più ampie analisi sul fenomeno negli ultimi anni. La promessa di autonomia e work-life balance si scontra con una realtà dove malessere e segnali di disagio mentale sembrano in aumento tra chi lavora troppo spesso da remoto. L’inchiesta scientifica, però, non è priva di contraddittorio: parte della comunità scientifica, esperienze aziendali e altri studi europei restituiscono invece un quadro molto più articolato e variegato.

Per capire dove sta la verità occorre andare oltre le semplificazioni. Solo un’analisi attenta di dati, confronti internazionali e testimonianze aziendali consente di distinguere gli effetti dannosi reali da quelli percepiti ed effettivamente reali e di evitare errori di valutazione che possono penalizzare o potenziare l’adozione di pratiche flessibili. 

Cosa dice davvero la ricerca USA pubblicata su Science: isolamento, rischi e limiti dei dati

Pubblicata sulla rivista Science e firmata da Natalia Emanuel (Federal Reserve di New York), Amanda Pallais (Harvard) ed Emma Harrington (University of Virginia), la ricerca analizza oltre 500.000 casi di lavoratori americani tra il 2019 e il 2024. Lo studio si concentra sul legame tra smart working e incremento della solitudine e sintomi di disagio psicologico, offrendo risultati che suscitano ampio dibattito non solo nel mondo accademico, ma anche in quello aziendale.

I dati mostrano come lavorare in smart working in modo continuativo sia associato ad un deterioramento del benessere mentale, specie tra chi vive da solo. Gli effetti negativi si manifestano principalmente attraverso:

  • Sensazione di isolamento, con riduzione drastica delle interazioni umane faccia a faccia
  • Insorgenza o peggioramento di sintomi ansiosi e depressivi, soprattutto nel lungo periodo
  • Difficoltà a distinguere il tempo libero dallo spazio lavorativo
  • Maggiore difficoltà di disconnessione psicologica dai problemi professionali.
I ricercatori puntualizzano che lo smart working rimane comunque e sempre un desiderio diffuso tra i lavoratori, ma sottolineano che molti di essi sottovalutano i costi "nascosti" sulla salute psicologica derivanti dall’isolamento prolungato. Non si tratta quindi solo di orari e location, ma di come la struttura stessa del lavoro possa modificare profondamente gli equilibri emotivi e relazionali.

Dal punto di vista metodologico, lo studio integra dati amministrativi, survey e indicatori oggettivi sulla produttività. Ha il pregio di essere trasversale su tutto il territorio statunitense, permettendo un’analisi solida sia nei grandi centri urbani che nelle aree rurali. Fra i limiti citati dalle stesse autrici:

  • I dati raccolti arrivano soltanto fino al 2024: non considerano pienamente eventuali strategie di adattamento adottate nel tempo (coworking, reti sociali digitali, nuove routine)
  • Il campione riflette prevalentemente contesti culturali e normativi degli Stati Uniti, con scarsissima sovrapposizione con quello europeo
  • Non vengono analizzate le possibili differenze di impatto tra i diversi settori professionali e livelli di inquadramento.
Un elemento rilevante emerso dallo studio riguarda gli errori più comuni commessi dai lavoratori che adottano modelli di lavoro a distanza in modo non equilibrato:
  • Mancanza di momenti di socializzazione reale durante la settimana lavorativa
  • Assenza di una routine domestica che separi le fasi del lavoro da quelle personali
  • Scarso ricorso a strategie di supporto psicologico o counseling.
Altri dati aiutano a contestualizzare l’impatto: oggi negli USA quasi tre giornate lavorative su dieci per la fascia 28-64 anni si svolgono "da casa"; è un valore quattro volte superiore rispetto al 2019 e dieci rispetto agli anni Novanta. Questa espansione rapida pone interrogativi su effetti non previsti a lungo termine.

Infine, il rapporto suggerisce che le imprese dovrebbero monitorare costantemente lo stato psicologico dei collaboratori in modalità remota, adottando misure preventive per evitare l’insorgere di condizioni cliniche più gravi come il burn-out, inserendo supporto psicologico e promuovendo l’accesso a reti sociali reali anche fuori dal contesto di lavoro.

Smart working in Italia ed Europa: benefici, produttività e le ragioni di una discussione ancora aperta

La questione sul lavoro flessibile nel vecchio continente si sta svolgendo su coordinate molto diverse rispetto a quelle statunitensi ed è proprio in questa via di mezzo che il dibattito su tale forma di lavoro si accende. In Italia, il quadro normativo e le prassi aziendali hanno accelerato l’adozione del lavoro da remoto “agile”, ma con approcci più cauti e regolamentati.

Studi recenti, tra cui quello di Bankitalia sul periodo 2019-2023, confermano che l’effetto dello smart working sulla produttività delle imprese è positivo ma anche trascurabile. Non si osserva un calo sistematico nelle performance dei collaboratori che alternano presenza e lavoro a distanza, a condizione che siano garantiti formazione digitale, strumenti idonei e monitoraggio costante.

Una macro-ricerca europea, pubblicata su Nature (progetto R_MAP, più di 20.000 partecipanti), restituisce un quadro ulteriore: la maggioranza degli intervistati dichiara di ottenere risultati migliori e percepire più soddisfazione grazie all’autonomia nella gestione delle proprie attività. Nel dettaglio si osservano benefici come:

  • Riduzione dei tempi di pendolarismo e costi correlati
  • Maggiore possibilità di conciliare esigenze familiari e lavorative
  • Diminuzione dei livelli di stress legato all’ambiente di lavoro tradizionale
  • Incremento della motivazione generato dal senso di fiducia e responsabilizzazione
Anche l’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano e la ricerca Robert Walters fotografano una situazione favorevole: oltre il 70% dei lavoratori italiani attribuisce un valore decisivo alla flessibilità nella scelta del datore di lavoro. Una larga maggioranza percepisce un incremento della produttività o comunque nessuna flessione. Tali dati suggeriscono che, almeno per alcuni comparti professionali (ICT, consulenza, servizi digitali), la rivoluzione dello smart working abbia portato vantaggi concreti e tangibili.

Tuttavia, la situazione non è priva di zone d’ombra. Secondo il Centro Studi Co.N.A.P.I. e Ecosistema Formazione Italia, la tutela della salute mentale rimane una priorità, insieme all’equilibrio lavoro-vita personale e a un welfare realmente accessibile anche nelle micro e piccole imprese. I dati della ricerca 2026 sulle micro-PMI mostrano:

  • Il 71,4% delle aziende lamenta carenze di risorse economiche come primo limite all’adozione di politiche di benessere strutturate
  • Il 28,6% segnala carenza di competenze specifiche interne
  • Circa un terzo dei lavoratori porta problemi professionali nella sfera privata; la percentuale sale al 91% tra gli imprenditori nelle imprese a conduzione familiare
  • Smart working e flessibilità oraria sono adottati abitualmente dal 42,9% delle micro-imprese in settori che lo rendono compatibile.
I fattori di rischio associati al lavoro remoto vengono riconosciuti anche nel contesto nazionale:
  • Tecnostress: overload informativo e presenza costante delle tecnologie rischiano di amplificare la fatica mentale
  • Deficit di comunicazione e isolamento sociale: maggiore rischio nelle realtà meno strutturate o nelle aree periferiche
  • Ambiente domestico inadeguato e difficoltà a delimitare tempi e spazi di lavoro
  • Diritto alla disconnessione: molte aziende non dispongono ancora di policy efficaci per tutelare la sfera privata
La normativa vigente per l'uso dello smart working impone sia la valutazione dello stress lavoro-correlato anche nei modelli agili, sia l’obbligo di piani di prevenzione e correzione laddove emergano segnali di rischio medio-alto. La checklist operativa suggerita da INAIL prevede il monitoraggio di:
  • Turnover, assenze per malattia e tassi di disconnessione reale
  • Strumenti digitali adeguati e formazione sull’uso delle piattaforme
  • Politiche di conciliazione vita-lavoro e supporto tecnico a distanza.
Nel confronto europeo, emerge che il benessere organizzativo non è solo un obiettivo etico, ma un elemento sempre più strategico di competitività. Le imprese che offrono maggiore autonomia tendono a trattenere i talenti e a garantire ambienti psicologicamente più stabili.

La discussione resta aperta perché la letteratura scientifica degli ultimi anni si è soffermata prevalentemente sugli effetti positivi della flessibilità, trascurando le possibili derive nell’ipotesi di remote working mal gestito. Oggi il confronto si polarizza tra aziende orientate al ritorno in ufficio e lavoratori che difendono lo smart working conquistato in pandemia. Non esistono ricette universali: la soluzione ottimale risiede nell’equilibrio fra spazi di autonomia, reti di sostegno reale e adozione di processi di monitoraggio continuo della salute psicofisica.

Tabella riepilogativa: Pro e contro percepiti dello smart working in Italia
Benefici Rischi
  • Risparmio tempo e costi di pendolarismo
  • Migliore equilibrio vita-lavoro
  • Maggiore autonomia organizzativa
  • Clima aziendale meno conflittuale
  • Isolamento sociale
  • Tecnostress
  • Difficoltà di disconnessione
  • Ambiente domestico inadeguato
In sintesi, mentre la ricerca USA segnala rischi emergenti di natura psicologica, il contesto italiano e europeo sembra in grado di offrire strumenti e modelli di regolazione più avanzati per mitigare tali effetti. La discussione accesa, sostenuta da dati e confronti multidisciplinari, indica una strada dove il reale impatto dello smart working sulla salute dipende dalla capacità di integrare tecnologie, regolamenti e relazioni umane nelle dinamiche organizzative future.


Dott.ssa Marianna Bassetti

La Dott.ssa Marianna Bassetti è una consulente esperta in ambito lavoro con oltre 10 anni di esperienza nel settore delle risorse umane. Laureata presso l’Università degli Studi di Milano in Giurisprudenza, attualmente opera a Milano e si è specializzata nell’analisi delle dinamiche lavorative dal punto di vista dei dipendenti, con particolare attenzione ai contratti collettivi e alle indennità...

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