Il 2026 si prospetta cruciale per chi investe nelle materie prime: tra opportunità e rischi, il settore spazia da petrolio, metalli e agricoli fino a uranio e terre rare.
L'anno in corso si preannuncia impegnativo e ricco di contrasti per chi opera sui mercati delle materie prime. Gli investitori si trovano di fronte a una vasta gamma di tematiche: dalla volatilità dei prezzi agli squilibri tra domanda e offerta, fino alle trasformazioni strutturali in corso a livello mondiale. Le raccomandazioni dei principali gestori, banche d'investimento e fondi internazionali convergono sulla necessità di una selezione sempre più attenta: alcuni segmenti infatti offrono straordinarie prospettive di crescita, mentre altri, a causa di cambiamenti economici e geopolitici, risultano meno interessanti.
Nel 2026 la parola chiave resta diversificazione: le materie energetiche soffrono l'eccesso di offerta, i metalli industriali risentono della spinta delle transizioni digitale ed energetica, le materie agricole mostrano segnali misti tra debolezza ciclica e nuovi rischi legati ai cambiamenti climatici. Governance globale, dinamiche produttive, innovazione tecnologica e orientamenti politici stanno ridefinendo i modelli di investimento.
Le analisi degli specialisti di Global X, PIMCO e altri grandi gestori convergono nell’indicare alcuni mercati delle commodity come particolarmente promettenti nel 2026.
Il 2026 si è aperto con una ripresa dei prezzi delle principali materie prime, trainata da dinamiche complesse che coinvolgono sia la domanda che l'offerta. Gli analisti sottolineano come il baricentro della crescita economica globale si sia spostato verso i mercati emergenti, dove la popolazione cresce rapidamente e il fabbisogno di risorse è in continuo aumento. Questa nuova geografia della domanda, affiancata da un contesto macroeconomico caratterizzato da tassi d'interesse in calo e politiche fiscali espansive, sta alimentando la performance delle commodities. Altri driver essenziali includono:
Di fronte a questi scenari, i grandi operatori finanziari suggeriscono una gestione proattiva, diversificando tra materie energetiche, metalli e prodotti agricoli, valutando con attenzione le specificità di ciascun segmento per cogliere il potenziale di crescita e mitigare le insidie di un contesto globale in rapido cambiamento.
Le prospettive del comparto petrolifero per il 2026 sono contrassegnate da un significativo surplus produttivo. Secondo fonti autorevoli e società leader nel trading di commodity, come Trafigura, l'anno in corso potrebbe registrare un super eccesso di offerta. Ciò deriva dall'entrata in produzione di numerosi progetti pianificati negli anni precedenti e da una domanda più debole, soprattutto in Asia, dove la crescita delle auto elettriche in Cina sta riducendo gli acquisti di carburanti fossili.
Le stime delle principali banche d'affari presentano uno scenario ribassista sui prezzi:
Il comparto dei metalli strategici e preziosi rimane tra quelli maggiormente favoriti dagli analisti per il 2026. Rame, nichel, zinco e cobalto rivestono un'importanza crescente nell'ottica della transizione digitale ed energetica: le nuove infrastrutture, l'espansione dei data center, la mobilità elettrica e il rafforzamento delle reti di distribuzione stimolano una domanda che cresce a ritmo sostenuto, mentre dal lato dell'offerta persistono difficoltà produttive e limiti tecnologici.
Il rame e l’argento rappresentano oggi due asset imprescindibili per esposizioni legate alla digitalizzazione e all’energia pulita, come sottolineato da analisti di Global X e confermato da NS Partners. Per il rame si osserva un’inversione di tendenza netta: da una situazione in leggero surplus negli anni precedenti, si entra in deficit cronico dovuto a una crescita esplosiva della domanda per cablaggi, sistemi di raffreddamento e trasformatori nei data center e nella rete elettrica. Gli ultimi dati rivelano che meno del 70% della richiesta di rame raffinato potrà essere soddisfatta fino al 2035, accentuando ulteriormente lo squilibrio tra offerta e domanda.
L’argento si trova al quinto anno consecutivo di deficit, trainato sia dalla domanda industriale (soprattutto elettronica e energie rinnovabili), sia dagli afflussi verso gli ETF tematici legati alle tecnologie sostenibili. Tuttavia, il contesto è ulteriormente rafforzato da processi di autorizzazione rallentati per le nuove miniere e da costi energetici in crescita per l’attività estrattiva. Questi elementi generano forti asimmetrie al rialzo nei prezzi e nei margini per i produttori, con i principali fondi long-only sulle commodity che continuano a sovrappesare i settori mining di rame e argento, a discapito di quelli più esposti all’energia fossile.
Secondo le principali fonti industriali, il deficit di alcuni metalli rischia di toccare punte critiche:
Le strategie di investimento consigliate dai principali gestori includono:
PIMCO e altre case di investimento internazionali rilevano come l’oro abbia visto una corsa ai massimi storici alimentata tanto da un flusso costante di acquisti istituzionali quanto da elementi speculativi. Il metallo giallo rimane un asset strategico, specie in ottica di copertura geopolitica, ma nel 2026 emergono segnali di una sopravvalutazione rispetto ai rendimenti reali e un aumento di volatilità legata alle aspettative di tasso e all’asset allocation globale. Le banche centrali continuano a comprare, ma analisti di PIMCO suggeriscono di evitare sovraesposizione, ritenendo giustificata solo una quota modesta quale hedge di portafoglio, alla luce dell’attuale valutazione e dalle incertezze sulle politiche monetarie USA, eurozona e globali.
L'universo delle materie prime agricole mostra segnali di potenziale inversione di tendenza dopo un periodo di correzione profonda, che ha visto alcune commodity perdere oltre il 50% dai massimi di quattro anni fa. I prezzi di soia, grano, avena e frumento sono ora ai minimi degli ultimi cicli, rendendoli oggetto di analisi da parte di operatori e gestori alla ricerca di opportunità anticicliche.
Gli specialisti osservano come il comparto agricolo sia storicamente condizionato dall'andamento dei raccolti, molto più che dalla variazione della domanda, che rimane relativamente costante su orizzonti di medio-lungo termine. Nel 2026, però, diversi fattori possono alterare questa stabilità:
L'energia nucleare e i minerali critici come le terre rare assumono rilievo centrale nella ridefinizione degli equilibri strategici globali per il 2026. L'esplosione dei consumi energetici legati allo sviluppo dei data center e alla crescita dell'intelligenza artificiale ha portato i principali Paesi occidentali a rilanciare il ricorso al nucleare. Nel corso dell'anno sono entrate in vigore nuove cornici regolatorie negli Stati Uniti e in altri Paesi, che sostengono l'accelerazione nell'approvazione e costruzione di impianti di nuova generazione.
Uranio e terre rare rafforzano la loro centralità nel 2026 grazie al nuovo corso nella politica industriale degli Stati e al mutato quadro geopolitico globale. In particolare, l’Advance Act americano favorisce lo sviluppo di piccoli reattori nucleari modulari, mentre la Banca Mondiale apre nuove linee di credito al comparto, segnali interpretati da Global X e dalla comunità degli investitori come point of no return per l’energia nucleare.
Sul piano delle terre rare, la mossa USA di fissare un prezzo minimo per minerali strategici, come neodimio e praseodimio, in partnership con MP Materials e fornitori australiani, ha ridotto la volatilità delle quotazioni e garantito domanda stabile per il decennio a venire. L’obiettivo resta chiaro: affrancare supply chain essenziali per la robotica, le rinnovabili e la difesa dall’influenza cinese. Nuovi accordi, come il Critical Minerals Compact tra USA e Australia, delimitano mercati chiave e favoriscono investimenti infrastrutturali nel downstream (tecnologie a elevato valore aggiunto), confermando la preferenza di gestori come PIMCO e Indosuez per la diversificazione in queste commodity rispetto agli idrocarburi.
Se diverse commodity offrono spunti di interesse per il 2026, altre sono considerate dagli analisti come aree da presidiare con cautela o da evitare. Tra queste si distinguono il petrolio e l’oro, spesso citate nei report di Trafigura, JP Morgan, Goldman Sachs e Fitch. Le motivazioni sono radicate sia in fattori di mercato che di ordine tecnico e geopolitico. Il petrolio soffre di un eccesso strutturale di offerta, aggravato dall’entrata in funzione di nuovi progetti upstream e da una riduzione della domanda mondiale, specie nella mobilità cinese. L’oro, invece, se da un lato resta percepito come asset di protezione, dall’altro mostra segnali di sopravvalutazione e rischi connessi a un equilibrio delicato tra domanda di portafoglio e attese speculativo-valutarie.