Il panorama del lavoro italiano verso il 2026 tra nuove assunzioni, licenziamenti e settori trainanti: analisi delle tendenze occupazionali, le principali sfide e le prospettive economiche per professioni e territori.
Lo scenario lavorativo nazionale approccia il 2026 in un contesto di moderata fiducia e cambiamenti strutturali. Le imprese, forti di un tessuto produttivo resiliente, affrontano la transizione digitale e l’evoluzione delle competenze richieste. L’approccio del sistema produttivo alle nuove tecnologie e la spinta derivante da settori quali immobiliare, turismo e manifatturiero sono alla base delle previsioni di crescita occupazionale. Contestualmente, si osservano fenomeni di polarizzazione tra aree con elevate performance e territori che mostrano maggiore cautela, segnando importanti differenze in termini di opportunità.
L'anno che sta per iniziare si caratterizza per sentimenti di cauto ottimismo sul fronte delle assunzioni. Secondo indagini recenti, le previsioni nette di occupazione registrano un aumento complessivo di circa il 22% nel primo trimestre, spinto da driver quali la crescita interna, l’espansione verso nuovi mercati e l’attivazione di progetti innovativi. La domanda di figure con alta specializzazione e competenze tecniche cresce, come mostra il Rapporto Excelsior: dirigenti, tecnici e professionisti specializzati rappresenteranno quasi il 40% del fabbisogno occupazionale.
Non mancano elementi di complessità: la Commissione europea prevede una crescita limitata del PIL (+0,8% nel 2026) e una diminuzione del tasso di disoccupazione al 6,1%. Sebbene il saldo occupazionale resti positivo, le opportunità tendono a differenziarsi per settore e area geografica. L’attitudine delle aziende a investire nella formazione e nella crescita del personale diventa elemento cardine per lo sviluppo competitivo.
Analizzando le tendenze, emergono alcuni comparti in significativa espansione per l’occupazione. In testa il settore costruzioni e real estate, con una previsione di assunzioni del +36%, sostenuta da attività di riqualificazione, nuovi sviluppi e l’avanzamento di progetti orientati alla sostenibilità. Segue l’ospitalità e ristorazione con +33%, beneficiando del ritorno del turismo internazionale e di una domanda interna più solida.
Il settore energia-utilities (+28%) si rafforza grazie alla transizione verso le energie rinnovabili e all’ammodernamento delle infrastrutture. L’IT e i servizi tecnologici, con un +26%, rappresentano una delle leve principali dell’innovazione e della digitalizzazione, alimentando la domanda di professionisti specializzati in cybersecurity, cloud e intelligenza artificiale. Importanti opportunità si riscontrano anche in settori come automotive, commercio, logistica e comparti pubblici-sanitari.
Per quanto riguarda le professioni maggiormente richieste fino al 2029, si segnala la forte incidenza di ruoli ad elevata specializzazione: dirigenti, figure tecniche e professionisti dell’innovazione saranno sempre più richiesti, con particolare attenzione ad aree quali salute, servizi avanzati, pubblica amministrazione e supporto alle imprese. Le figure meno qualificate e gli operai specializzati vedranno una riduzione relativa delle opportunità, evidenziando la necessità di percorsi di aggiornamento e riconversione per restare competitivi nella nuova economia.
Il disallineamento tra domanda e offerta di competenze si conferma una delle principali criticità in prospettiva 2026. Secondo dati Unioncamere, il 46% delle aziende fatica a reperire candidati adeguati, segnalando la necessità di rafforzare percorsi di orientamento e formazione specialistica fin dall’età scolare. I programmi di upskilling e reskilling, affiancati da interventi come il PNRR e la Transizione 5.0, rappresentano strumenti fondamentali per colmare questo divario.
La crescente digitalizzazione dei processi produttivi impone l’adozione di nuove tecnologie e la conseguente trasformazione dei ruoli aziendali: automazione, IA e soluzioni cloud comportano la creazione di nuovi profili, ma anche l’affinamento di competenze soft, come problem solving e adattamento al cambiamento. Investire su tali dimensioni è determinante per garantire occupabilità duratura e sostenere la competitività nazionale.
Il contesto italiano vede una notevole variabilità territoriale nelle previsioni occupazionali. Le regioni del Nordest guidano la crescita, con una proiezione del +34% nelle nuove assunzioni, seguite da Sud e Isole (+26%) e Centro (+22%), mentre il Nordovest si attesta a +16%.
Anche le dimensioni aziendali giocano un ruolo determinante: le piccole realtà (10-49 dipendenti) prevedono un incremento degli organici fino al +34%, mentre le medie aziende stimano un +27%. Le grandi imprese, invece, si mostrano più caute (+18%), con un’ulteriore diminuzione della propensione all’assunzione per gli organismi oltre i 1.000 dipendenti. Questa polarizzazione suggerisce la crescente importanza delle PMI come motore del mercato del lavoro e base di sperimentazione per modelli organizzativi innovativi.
Nel biennio 2026-2027, la manifattura italiana si prepara a tornare a crescere in modo strutturale. Dopo una contrazione limitata nel 2025, i comparti della produzione industriale mostrano segnali di ripresa diffusa (+1% medio annuo). Trainano questa inversione di tendenza la solidità finanziaria del tessuto industriale, il rilancio degli investimenti, l’incremento delle esportazioni e, soprattutto, l’innovazione legata ai paradigmi dell’Industria 4.0.
Tra i settori più resilienti figurano farmaceutico, elettrotecnica, alimentare e beni di largo consumo, mentre l’elettronica e la meccanica emergono come comparti più dinamici per crescita attesa (+2,2% annuo). Il ruolo delle tecnologie digitali – dall’automazione ai big data – diventa centrale per consolidare la produttività, con effetti positivi sia sulle PMI che sulle grandi aziende. La redditività d’impresa si mantiene su livelli solidi, supportando nuovi investimenti e l’espansione commerciale, sia in Europa sia nei mercati emergenti.
Tra i principali fattori di espansione occupazionale per il triennio prossimo spiccano il real estate e il turismo. Il segmento immobiliare, favorito da una domanda vivace soprattutto nei distretti di alta qualità e nelle grandi città, assiste a una crescita dei canoni prime e una consistente compressione dei rendimenti. La pipeline dei nuovi sviluppi resta limitata, accentuando la competizione per le risorse qualificate nei rami dello sviluppo, della gestione e della riqualificazione sostenibile.
Il comparto turistico gode di una proiezione di crescita sostenuta dall’aumento dei flussi internazionali e dell’attrattività urbana e resortistica italiana. La varietà di offerte – dal luxury ai format phygital – implica una richiesta crescente di competenze manageriali e digitali. Il settore energetico, accompagnato dalla svolta verso rinnovabili e progetti green, contribuisce all’attivazione di nuove professionalità sia nella produzione sia nella gestione e manutenzione delle infrastrutture. Nel suo insieme, la sinergia tra questi comparti sostiene l’espansione dei servizi collegati (commercio, servizi avanzati, logistica).
Il contesto macroeconomico nazionale suggerisce una crescita moderata ma stabile nei prossimi mesi: il PIL previsto per il 2026 si attesta su +0,8%, mantenendo uno dei livelli più bassi tra le economie avanzate, ma consolidando le tendenze positive del mercato del lavoro. Il tasso di disoccupazione è previsto al ribasso verso il 6,1%, in parallelo all’aumento degli occupati nei segmenti a maggiore valore aggiunto.
Malgrado qualche incertezza sui margini di crescita dell’industria e dell’edilizia, non emergono segnali di picchi nei licenziamenti: al contrario, le dimissioni e la mobilità, specie tra i giovani, orientano le scelte aziendali su flessibilità e retention. Le famiglie presentano una solida struttura patrimoniale; la richiesta di nuove figure si concentra sulle aree in espansione menzionate nei precedenti paragrafi. La fluidità dei percorsi di carriera impone strategie di adattamento dinamico, sia per le imprese sia per i lavoratori.