Non chiudono solo le imprese in crisi: in Italia l’invecchiamento degli imprenditori e il calo dei giovani minacciano il ricambio, dal Veneto ai mestieri tradizionali. Servono formazione, credito e nuove politiche.
Ben 314.824 titolari di imprese individuali avevano almeno 70 anni a giugno 2025: il 10,7% del totale nazionale. È il dato principale del dossier CNA “Imprese senza ricambio”, diffuso nel 2026 dalla Confederazione Nazionale dell’Artigianato e della Piccola e Media Impresa. Dietro questa cifra c’è un rischio che non coincide per forza con una difficoltà economica. Un’attività può avere clienti, margini e competenze riconosciute e avviarsi comunque verso la chiusura, se il titolare non trova qualcuno disposto a subentrare.
Nel 2015 gli ultrasettantenni alla guida di una ditta individuale erano 290.328, l’8,9% del totale. In dieci anni sono quindi aumentati di quasi 25.000 unità, mentre il numero complessivo dei titolari individuali si è ridotto. Anche il possibile ricambio si è assottigliato: tra il 2014 e il 2024 le imprese giovanili sono diminuite di oltre 153.000 unità, con una flessione del 24%.
Il passaggio generazionale viene associato con facilità alle aziende indebitate, in perdita o ormai incapaci di competere. I dati raccolti dalla CNA descrivono anche una situazione diversa. La chiusura può riguardare un’attività che conserva valore economico, commerciale e professionale, ma che perde il proprio titolare senza avere una persona pronta a raccoglierne l’eredità imprenditoriale.
Nella ditta individuale il valore dell’impresa non è sempre distinguibile da quello della persona che la conduce. Una parte è visibile: si trova nei macchinari, nei locali, nel marchio e nei contratti. Il resto è meno facile da contabilizzare. Parliamo della conoscenza dei clienti, della fiducia dei fornitori, della capacità di risolvere problemi tecnici, della reputazione costruita in un territorio e dell’esperienza accumulata nel corso degli anni.
Se il titolare interrompe l’attività senza preparare il trasferimento, non scompare soltanto una partita Iva. Possono venire meno posti di lavoro e servizi di prossimità; possono interrompersi rapporti con fornitori locali e andare perdute competenze difficili da ricostruire. Per alcuni mestieri artigiani la conseguenza è ancora più netta: una chiusura può fermare la trasmissione di tecniche che non si apprendono nei percorsi formativi ordinari.
Il dossier nazionale accosta due tendenze che si muovono nella stessa direzione. Nell'ambito di diverse aziende in crisi, cresce il peso degli imprenditori anziani, mentre diminuiscono le attività guidate dai giovani. Tra il 2014 e il 2024 le imprese giovanili sono scese di oltre 153.000 unità. Nel periodo 2015-2025, invece, i titolari individuali con almeno 70 anni sono passati da 290.328 a 314.824.
| Indicatore | Anno iniziale | Anno finale | Variazione |
| Titolari individuali con almeno 70 anni | 290.328 nel 2015 | 314.824 nel 2025 | Quasi 25.000 in più |
| Incidenza degli over 70 | 8,9% nel 2015 | 10,7% nel 2025 | In aumento |
| Imprese giovanili | Base 2014 | Base 2024 | -24% in dieci anni |
| Popolazione tra 20 e 39 anni | Base 2015 | Base 2026 | Circa 1,4 milioni in meno |
Questo raffronto non significa che ogni impresa guidata da una persona anziana sia destinata a chiudere. L’età del titolare, presa da sola, non dice quanto sia solida un’attività e non misura la sua capacità di produrre reddito. Indica però quante imprese dovranno, nei prossimi anni, affrontare una scelta: trasferimento, vendita o cessazione.
Secondo la Cna, poi, la distribuzione territoriale non si lascia riassumere nella contrapposizione tra Nord e Sud. Il problema emerge con maggiore evidenza nelle province in cui all’invecchiamento degli imprenditori si sommano la riduzione della popolazione giovane e la diminuzione delle nuove iniziative economiche.
La quota più alta di titolari individuali con almeno 70 anni è stata rilevata a Grosseto: il 18,7% nel 2025. Seguono Viterbo, con il 17,9%, e Chieti e Trapani, entrambe al 17,6%. Il numero assoluto più elevato si trova invece nelle province più popolose. Napoli supera gli 11.600 titolari over 70 nel 2025; Roma oltrepassa i 10.200. Dopo vengono Milano, Torino e Foggia.
Nel Lazio il fenomeno coinvolge complessivamente circa 20.000 titolari di imprese individuali con almeno 70 anni nel 2025. Roma concentra una parte rilevante del dato assoluto, mentre Viterbo presenta una delle incidenze più alte tra le province italiane. Sono due misure diverse e vanno tenute separate: una provincia grande può contare molti titolari anziani perché dispone di una base imprenditoriale ampia; una provincia più piccola può avere una percentuale superiore.
È l’agricoltura il settore in cui l’invecchiamento risulta più marcato. Nel 2025 oltre 160.000 titolari avevano almeno 70 anni, il 28,3% del totale del comparto. Nel commercio gli over 70 erano quasi 59.000; nelle costruzioni, oltre 19.000; nel manifatturiero, più di 18.000. Gli altri servizi ne contavano circa 14.000 e alloggio e ristorazione oltre 12.600.
Se si considera invece il peso degli ultrasettantenni sul totale dei titolari di ciascun comparto, il manifatturiero arriva al 9,6% nel 2025. Seguono trasporto e magazzinaggio, all’8,4%, commercio, al 7,8%, e alloggio e ristorazione, al 6,6%.
Nei settori tradizionali la sostituzione richiede tempo. Chi subentra deve conoscere la lavorazione, imparare a gestire la clientela, capire i tempi di produzione e affrontare investimenti che possono precedere l’arrivo dei ricavi. Se il passaggio viene preso in considerazione soltanto al momento del pensionamento, lo spazio per prepararlo rischia di essere troppo breve.
La diminuzione delle imprese giovanili colpisce con particolare intensità alcuni comparti radicati nei territori e legati ai servizi quotidiani. Tra il 2014 e il 2024 le costruzioni hanno perso quasi 40.000 imprese guidate da giovani, con una riduzione del 38,7%. Nel commercio il calo supera le 66.000 unità, pari al 36,2%. L’industria ha perso più di 14.000 imprese giovanili, il 35,9% in meno.
Nel turismo la flessione è stata di oltre 11.000 attività tra il 2014 e il 2024, pari al 18,3%. La traiettoria non è identica per tutti. Nei servizi alle imprese le attività giovanili sono aumentate del 3,5% nello stesso periodo; agricoltura e pesca sono rimaste sostanzialmente stabili.
Il quadro riflette anche un cambiamento nelle scelte di chi avvia un’impresa. Una parte crescente dei giovani sembra orientarsi verso attività con contenuto professionale, digitale e consulenziale. Per i mestieri tradizionali il problema diventa allora quello dell’accessibilità: possono avere un mercato, ma risultare più difficili da intraprendere per chi non dispone già di formazione, capitale o di una persona che lo accompagni.
In Veneto la questione è particolarmente visibile. Nel 2025 gli over 70 con cariche apicali nelle imprese venete erano 88.554, contro i 70.205 del 2015. L’incremento è stato di 18.349 persone, circa il 26% in dieci anni.
Padova, Treviso e Verona rientrano tra le prime 15 province italiane per numero assoluto di imprese individuali guidate da titolari con almeno 70 anni. Il dato risente della consistenza del tessuto produttivo regionale, ma segnala anche la pressione crescente sul ricambio in territori dove artigianato, manifattura, commercio e servizi tecnici hanno una presenza storica.
Nel 2023 le imprese artigiane rappresentavano il 27,9% delle attività a Rovigo, il 25,7% a Treviso, il 24,8% a Verona, il 23,9% a Padova e il 27,1% a Vicenza. La media italiana era del 21,5%. Quanto agli addetti, la quota dell’artigianato arrivava al 22,8% a Rovigo, al 17,2% a Treviso, al 16,6% a Padova e al 14,4% a Verona.
In province di questo tipo il mancato ricambio supera la dimensione del rapporto privato tra chi cede e chi subentra. L’attività artigiana sostiene una parte dell’occupazione, garantisce servizi locali e alimenta la continuità delle filiere produttive. Quando un’impresa chiude, anche altre aziende possono perdere una competenza di cui si servivano.
Nel Padovano le imprese guidate da under 35 erano 6.060 nel 2025. Dieci anni prima erano 7.355: tra il 2015 e il 2025 la diminuzione è stata del 17,8%. Rispetto ad altri territori veneti, il calo è stato più contenuto, ma resta significativo in una provincia con un’economia diversificata e una presenza imprenditoriale consistente.
All’interno del territorio provinciale la situazione cambia. Nel 2025 l’Alta Padovana ha registrato un tasso di imprenditorialità giovanile dell’8,0% e, rispetto al 2019, una crescita del 3,5%. Anche l’area dei Colli Euganei ha avuto una variazione positiva: più 9,4% sul 2019. La Bassa Padovana ha seguito invece la direzione opposta, con una diminuzione del 12,3% nello stesso confronto.
L’area centrale della provincia contava 2.379 imprese giovanili nel 2025, ma rispetto al 2019 aveva perso il 2,0%. Il rapporto tra presenza giovanile e nascita di nuove attività, dunque, non è automatico. Servono condizioni economiche e finanziarie sostenibili, oltre a un’organizzazione che permetta a chi entra nel mercato di reggere la fase iniziale.
A Rovigo il quadro è più pesante. Al 31 dicembre 2025 le attività guidate da under 35 erano 1.476, il 39% in meno rispetto al 2015. Nello stesso arco di tempo il totale delle imprese provinciali è diminuito del 15,1%. La contrazione delle attività giovanili è quindi molto più ampia.
Il dato è stato elaborato dal Centro Studi CNA di Padova e Rovigo sulla base delle informazioni del Registro Imprese e della Camera di Commercio di Venezia Rovigo. Rispetto al 2019, nel 2025 le imprese giovanili del Rodigino erano diminuite del 25,3%; il confronto con il 2024 restituisce un ulteriore calo del 4,9%.
| Territorio | Imprese giovanili | Anno del dato | Variazione indicata |
| Provincia di Padova | 6.060 | 2025 | -17,8% rispetto al 2015 |
| Provincia di Rovigo | 1.476 | 2025 | -39% rispetto al 2015 |
| Basso Polesine | Dato territoriale non indicato | 2025 | -9,3% rispetto al 2019 |
| Medio Polesine | Dato territoriale non indicato | 2025 | -29,7% rispetto al 2019 |
| Alto Polesine | Dato territoriale non indicato | 2025 | -15,7% rispetto al 2019 |
La perdita di imprese giovani non dipende soltanto dalla demografia. Tra il 2019 e il 2025 la popolazione giovane nel Rodigino è diminuita dell’1,7%, una variazione che non basta a spiegare il calo delle attività. Entrano in gioco anche l’accesso al credito, l’incertezza economica, la minore attrattività di alcune aree e la difficoltà di sostenere gli investimenti richiesti all’inizio.
Nelle attività in cui il sapere del titolare coincide in parte con il prodotto venduto, la chiusura assume un peso particolare. Un’officina, una falegnameria, un laboratorio alimentare, un’impresa impiantistica o una sartoria non trasferiscono soltanto attrezzature e autorizzazioni. Passano di mano metodi di lavoro, conoscenze sui materiali, contatti commerciali e la capacità di valutare situazioni che non sempre si possono mettere per iscritto.
Lo stesso vale per la reputazione. Un’impresa può avere una clientela fedele perché il titolare ha costruito nel tempo rapporti personali e affidabilità. Un passaggio improvviso, senza affiancamento, può indebolire quella fiducia anche quando la persona che subentra possiede le competenze tecniche necessarie.
La successione, perciò, dovrebbe essere organizzata come un percorso. La cessione dell’azienda, dell’attività o delle quote ne rappresenta una fase, non l’intero processo. Prima occorre valutare il valore dell’impresa, formare il subentrante, prevedere un periodo di lavoro comune, controllare la sostenibilità finanziaria e chiarire i rapporti con dipendenti, fornitori e clienti.
Molti potenziali successori non sanno quali imprese del territorio siano disponibili. Dall’altra parte, alcuni titolari non hanno un canale per presentare la propria attività a persone esterne alla famiglia. Un sistema organizzato di incontro potrebbe ridurre questa distanza.
Una piattaforma o uno sportello territoriale non dovrebbe limitarsi alla pubblicazione di annunci. Dovrebbe raccogliere informazioni sul settore, sul volume d’affari, sugli investimenti necessari, sulle competenze richieste e sulle prospettive dell’attività. La riservatezza rimane necessaria, ma senza una descrizione attendibile le aspettative dei due interlocutori possono rivelarsi incompatibili.
Al primo contatto può seguire una collaborazione o un periodo di affiancamento. Il titolare uscente trasferisce procedure e relazioni; il potenziale successore verifica sul campo se il progetto è sostenibile. Le difficoltà, individuate in questa fase, possono ancora essere affrontate e il piano può essere corretto prima del trasferimento.
Imparare il mestiere non basta. Chi subentra deve misurarsi anche con contabilità, sicurezza, gestione del personale, acquisti, comunicazione digitale e rapporti con il credito. Quando l’impresa è familiare, poi, bisogna separare il legame affettivo dalla valutazione economica dell’attività.
Un programma di affiancamento può prevedere più momenti:
Chi rileva un’impresa deve spesso sostenere nello stesso periodo il prezzo della cessione, l’ammodernamento dei locali, l’acquisto di attrezzature e il capitale circolante. Un’attività profittevole può diventare fragile se il nuovo titolare comincia con un debito eccessivo.
Gli strumenti finanziari dovrebbero quindi riguardare anche il subentro in un’attività già esistente, non soltanto la nascita di nuove imprese. Garanzie pubbliche, fondi di rotazione, finanziamenti agevolati e contributi per l’innovazione possono contenere il fabbisogno iniziale. Per essere utilizzabili, però, devono avere procedure comprensibili e tempi compatibili con una trattativa privata.
Gli incentivi fiscali possono coprire le spese di formazione, l’ammodernamento tecnologico e il trasferimento dei beni strumentali. Conta anche la stabilità delle misure. Un bando occasionale può sostenere alcune imprese, ma non offre una programmazione a chi deve preparare un passaggio che si svilupperà nell’arco di più anni.
Il Dott. Marco Castagna è un esperto consulente senior nel settore delle imprese con oltre 15 anni di esperienza. Laureato in Economia Aziendale, la sua competenza si estende alla consulenza strategica, gestione delle risorse e ottimizzazione dei processi aziendali, rendendolo una figura di riferimento per molte aziende in crescita. Residente a Venezia, Marco ha collaborato con diverse start-up...