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Pensioni, aumento requisito età anche nel 2029 a causa del meccanismo speranza vita (oltre al 2027-2028)

di Marianna Quatraro pubblicato il
Pensioni aumento requisito età anche 202

Dovrebbe aumentare di un ulteriore mese l'età per andare in pensione anche nel 2029, dopo i tre mesi in più fino al 2028: i motivi e cosa si prospetta

Le regole di accesso alla pensione in Italia stanno per cambiare ancora con l’entrata in vigore delle novità che spostano più avanti la soglia dei requisiti anagrafici richiesti. Dopo anni di promesse politiche, interventi normativi e dibattiti tra governi e sindacati, le ultime decisioni ufficiali portano un graduale ma inesorabile innalzamento dell’età pensionabile.

Al centro di questo processo si pone la logica della sostenibilità del sistema previdenziale: l’invecchiamento della popolazione e l’aumento della vita media portano necessariamente a posticipare l’uscita dal lavoro, con l’obiettivo dichiarato di garantire equilibrio tra generazioni e contenimento della spesa pubblica. 

Il meccanismo di adeguamento alla speranza di vita e l’aumento dei requisiti 2027-2029: cosa prevede il decreto ministeriale

Il principio alla base degli aumenti periodici dei requisiti per la pensione risiede nell’adeguamento automatico all’incremento della speranza di vita, una normativa ormai centrale nella disciplina previdenziale italiana. La logica di fondo è semplice: se la durata media della vita si allunga, allora si allunga anche il periodo di permanenza nel lavoro prima di poter accedere all’assegno pensionistico. Il meccanismo viene regolato attraverso specifici provvedimenti e aggiornata sulla base dei dati ufficiali forniti dall’ISTAT sul dato di riferimento a 65 anni.

Il cuore delle novità contenute negli ultimi provvedimenti normativi è rappresentato dal decreto dei ministri dell’Economia e del Lavoro del 19 dicembre 2025, pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 30 dicembre. Questo testo ha certificato un incremento complessivo di tre mesi nei requisiti per il pensionamento, suddiviso però in maniera progressiva grazie alle correzioni inserite nella Manovra 2026. In particolare:

  • Da gennaio 2027 l’età anagrafica per la pensione di vecchiaia salirà a 67 anni e 1 mese (più un mese rispetto al requisito previgente).
  • Dal 2028 la soglia si alzerà ulteriormente a 67 anni e 3 mesi, introducendo altri due mesi di attesa.
  • Per il 2029 si preannuncia un ulteriore aumento di almeno un mese, già previsto dagli scarti non compensati nell’ultimo biennio.
La logica che ha portato a questi valori risiede nel confronto della speranza di vita per i 65enni nell’ultimo quadriennio. Nel biennio 2023-2024 si è registrato un incremento di otto mesi rispetto al 2021-2022.

Tuttavia, il sistema non prevedeva riduzioni nel periodo pandemico, perciò gli aumenti «non applicati» in senso negativo trovano compensazione solo ora. Sommando e sottraendo questi valori e applicando il limite massimo di incremento, resta in eredità per il 2029 almeno un mese aggiuntivo, a meno di variazioni imprevedibili della speranza di vita nel frattempo.

Le proiezioni ufficiali della Ragioneria generale dello Stato indicano che, in assenza di interventi di neutralizzazione, nel 2029 l’incremento per andare in pensione di vecchiaia potrebbe anche raggiungere due mesi, consolidando una tendenza destinata a proseguire nei decenni successivi. Il sistema contributivo e il requisito contributivo per la pensione anticipata seguiranno analoghi aumenti graduali.

Anno Età pensione vecchiaia Anni contributo pensione anticipata
Fino al 2026 67 anni 42a 10m (uomini) / 41a 10m (donne)
2027 67a 1m 42a 11m (uomini) / 41a 11m (donne)
2028 67a 3m 43a 1m (uomini) / 42a 1m (donne)
2029 67a 4-5m* 43a 2-3m* (uomini) / 42a 2-3m* (donne)

Proiezioni e impatto degli aumenti sul futuro delle pensioni: chi rischia di più

Gli effetti di questa dinamica si riflettono in modo marcato su lavoratori e lavoratrici che oggi si trovano a metà del percorso lavorativo. Secondo le previsioni fornite dalle istituzioni previdenziali e dagli enti di ricerca demografica, le soglie di accesso alla pensione potrebbero continuare ad aumentare, raggiungendo soglie vicine ai 69 anni nel 2050 e arrivando fino ai 70 anni entro il 2067.

Il mercato del lavoro dovrà quindi prepararsi a una presenza sempre più consistente di lavoratori ultrasessantacinquenni. Gli scenari prospettano che:

  • Chi oggi ha tra i 40 e i 50 anni dovrà probabilmente confrontarsi con un’età di uscita ben più elevata rispetto alle generazioni precedenti;
  • Le opportunità di anticipo pensionistico verranno progressivamente ristrette, sia per ragioni di sostenibilità finanziaria sia per la volontà di uniformare i trattamenti;
  • Le categorie con carriere discontinue, salari bassi o storie lavorative segnate da precariato saranno particolarmente esposte al rischio di dover lavorare molti più anni, senza certezza di raggiungere il requisito minimo contributivo.
Le simulazioni effettuate dalla Ragioneria generale dello Stato mostrano un sistema che, pur rimanendo formalmente sostenibile, accresce il divario tra chi gode di stabilità lavorativa e chi è vittima di segmentazione e vulnerabilità occupazionale. Il rischio concreto è che una quota crescente della popolazione, costretta a rimanere nel mercato del lavoro fino a tarda età, si ritrovi a dover affrontare anche condizioni di salute meno favorevoli o capacità produttive ridotte.

Le eccezioni: lavori usuranti e categorie escluse dall’aumento dell’età pensionabile

Il quadro normativo prevede deroghe specifiche per determinate categorie, in ragione della particolare gravosità o rischiosità dell’attività svolta. I principali esclusi dagli aumenti nei prossimi anni sono i lavoratori impegnati in mansioni usuranti, gravose o soggette a rilevanti turni fisici, nonché i titolari di prestazioni come l’Ape Sociale.

Sono escluse dall’incremento automatico:

  • Le attività faticose e pesanti elencate nel D.Lgs. n. 67/2011 e successive modifiche, a condizione di almeno 30 anni di anzianità contributiva;
  • I lavoratori che accedono a forme di pensione anticipata tramite le cosiddette deroghe (precoci, edilizia, conducenti mezzi pesanti, sanità a turni, agricoli);
  • Le maestre e i maestri della scuola dell’infanzia e dei nidi (unica eccezione tra i docenti);
  • Coloro che beneficiano dell’Ape Sociale e rientrano tra i lavoratori fragili identificati dalla normativa speciale.
Questa platea, però, rappresenta una quota molto limitata rispetto al totale dei futuri pensionati (stimata dall’INPS e dalla Cgil attorno all’1,7%). Nella gran parte dei casi il percorso previdenziale ordinario seguirà l’incremento dei requisiti stabilito dalla legge e dai decreti attuativi.

Le criticità sociali: penalizzazioni per lavoratori con carriere discontinue e salari bassi

Gli effetti delle nuove regole determineranno conseguenze ancora più pesanti per la fascia dei cosiddetti working poor e per chi ha una storia professionale frammentata o carente nei contributi. Secondo un’analisi dell’Osservatorio previdenza della Cgil, oltre 6 milioni di dipendenti italiani del settore privato—pari a circa il 35% del totale—hanno redditi annui al di sotto dei 15 mila euro, spesso senza riuscire ad accumulare un anno pieno di contributi valido ai fini dell’anzianità.

Le regole sul minimale richiedono che la retribuzione annuale superi una soglia che, per il 2026, è di circa 12.551 euro: di conseguenza chi lavora a part-time involontario, a chiamata, con rapporti discontinui o stagionali rischia di non poter sommare gli anni di lavoro effettivo. A retribuzioni inferiori, il problema si aggrava: un lavoratore con 8.000 euro di reddito annuo dovrà lavorare oltre un mese in più solo per compensare l’aumento di tre mesi previsto dal 2028.