Gli stipendi pił bassi vengono paradossalmente tassati di pił in Italia: dalle logiche della tassazione alle ripercussioni delle recenti riforme, passando per le differenze tra lavoratori pubblici e privati, e le prospettive di cambiamento.
L’apparente contraddizione tra stipendi contenuti e carico fiscale elevato rappresenta da anni un tema di grande attenzione nel dibattito pubblico e politico italiano. A fronte di recenti interventi normativi volti a ridurre la pressione fiscale sul lavoro dipendente, molti lavoratori si interrogano ancora su perché gli incrementi in busta paga si traducono spesso in benefici limitati. Come descritto da Milena Gabanelli e Simona Ravizza in un’analisi pubblicata nella sezione DataRoom del Corriere della Sera, emerge che anche nei casi di riduzione formale delle aliquote, il potere d’acquisto dei redditi medio-bassi continua a subire una sensibile erosione, spingendo a riflettere sulle logiche alla base del sistema.
Il sistema di tassazione dei redditi da lavoro in Italia si fonda su un meccanismo progressivo, in cui l’Imposta sul Reddito delle Persone Fisiche (Irpef) cresce al crescere del reddito. Le aliquote sono suddivise per scaglioni: per il primo scaglione, fino a 28.000 euro, l’aliquota applicata è del 23%, che sale progressivamente nei livelli successivi.
La complessità della normativa comporta che tra lordo e netto intervengano molteplici voci:
Esempio pratico: un lavoratore con reddito imponibile di 20.000 euro vede riconosciute cospicue detrazioni, pagando in realtà poco meno di 1.000 euro di Irpef contro una teorica imposta di 4.600 euro. Questo perché detrazioni e bonus sono particolarmente incisivi per i redditi più bassi. Tuttavia, all’aumentare del reddito, non solo cresce la tassa imponibile, ma le detrazioni si ridimensionano, contribuendo ad aumentare la pressione effettiva.
L’analisi dei dati forniti dall’Ufficio parlamentare di bilancio e approfondita da Gabanelli e Ravizza rileva che l’effetto combinato di ricalcolo delle detrazioni e la perdita di alcuni bonus all’aumentare del reddito si riflette in un incremento superiore delle imposte rispetto all’aumento del salario.
Considerando un aumento del 5% su un reddito di 20.000 euro, si registra:
| Reddito | Aumento lordo | Incremento tassazione effettiva |
| 20.000 € | +1.000 € (5%) | +28% |
| 30.000 € | +1.500 € (5%) | +15% |
| 50.000 € | +2.500 € (5%) | +8% |
In sintesi, quanto più basso è il reddito, tanto più l’aumento viene intaccato dalla perdita di detrazioni e bonus, a prescindere dal passaggio fra scaglioni Irpef.
La Legge di Bilancio 2026 ha introdotto un’aliquota agevolata del 5% sugli aumenti salariali derivanti dai rinnovi contrattuali del settore privato, sottoscritti nel periodo 2024-2026, per chi guadagna fino a 33.000 euro lordi annui. Si tratta di una misura temporanea, dedicata a oltre 2 milioni di lavoratori.
Obiettivo dell’intervento è contenere la penalizzazione fiscale sulle nuove risorse contrattuali, segnalata nell’inchiesta delle giornaliste di DataRoom. Con questa norma:
A fronte dei dati presentati dall’Ufficio parlamentare di bilancio, è possibile valutare con chiarezza l’impatto netto degli aumenti:
| Reddito Imponibile | Aumento lordo | Netto finale |
| 20.000 € | 1.000 € | 719 € |
| 30.000 € | 1.500 € | 875 € |
| 50.000 € | 2.500 € | 1.425 € |
Una delle maggiori criticità segnalate sia da esperti fiscali sia dai diretti interessati riguarda la non uniformità degli interventi di alleggerimento fiscale. Se da una parte la misura agevolata sostiene il settore privato, oltre 3,3 milioni di dipendenti pubblici risultano esclusi. Questo rischia di accentuare le differenze e creare tensioni tra comparti. Inoltre, la durata temporanea (applicabile solo agli aumenti contrattuali sottoscritti fra il 2024 e il 2026) limita fortemente la portata riformatrice dell’intervento.
L’introduzione di aliquote speciali non modifica sostanzialmente il meccanismo strutturale dell’Irpef, che rimarrà invariato dal 2027. L’esperienza degli ultimi anni insegna che, per compensare gli effetti dell’inflazione e porre rimedio alla perdita reale di potere d’acquisto, il solo taglio delle tasse sugli aumenti non è risolutivo se non accompagnato da:
Dall’analisi dettagliata dei meccanismi fiscali e degli effetti delle ultime politiche emerge una raccomandazione chiara: un sistema realmente equo richiede interventi strutturali e riformatori. Come evidenziato dai dati pubblicati da DataRoom del Corriere della Sera, la sola introduzione di misure temporanee o agevolate rischia di produrre effetti palliativi senza risolvere alla radice il problema.
Sarebbe necessario ragionare su: