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Perchč chi prende uno stipendio pił basso viene tassato di pił? Veritą e spiegazioni da Milena Gabanelli su Corriere della Sera

di Marcello Tansini pubblicato il
tasse pił alte per stipendi pił bassi

Gli stipendi pił bassi vengono paradossalmente tassati di pił in Italia: dalle logiche della tassazione alle ripercussioni delle recenti riforme, passando per le differenze tra lavoratori pubblici e privati, e le prospettive di cambiamento.

L’apparente contraddizione tra stipendi contenuti e carico fiscale elevato rappresenta da anni un tema di grande attenzione nel dibattito pubblico e politico italiano. A fronte di recenti interventi normativi volti a ridurre la pressione fiscale sul lavoro dipendente, molti lavoratori si interrogano ancora su perché gli incrementi in busta paga si traducono spesso in benefici limitati. Come descritto da Milena Gabanelli e Simona Ravizza in un’analisi pubblicata nella sezione DataRoom del Corriere della Sera, emerge che anche nei casi di riduzione formale delle aliquote, il potere d’acquisto dei redditi medio-bassi continua a subire una sensibile erosione, spingendo a riflettere sulle logiche alla base del sistema.

Come funziona la tassazione sugli stipendi in Italia

Il sistema di tassazione dei redditi da lavoro in Italia si fonda su un meccanismo progressivo, in cui l’Imposta sul Reddito delle Persone Fisiche (Irpef) cresce al crescere del reddito. Le aliquote sono suddivise per scaglioni: per il primo scaglione, fino a 28.000 euro, l’aliquota applicata è del 23%, che sale progressivamente nei livelli successivi.

La complessità della normativa comporta che tra lordo e netto intervengano molteplici voci:

  • Aliquote ordinarie Irpef
  • Bonus e detrazioni specifici introdotti negli ultimi anni
  • Agevolazioni temporanee, come quelle previste dalle ultime Leggi di Bilancio
Le detrazioni per lavoro dipendente, disciplinate dal Testo Unico delle Imposte sui Redditi, svolgono un ruolo fondamentale nel determinare il netto finale. A queste si aggiungono misure come il cosiddetto "bonus Meloni", introdotto per sostenere i redditi più bassi, che si affiancano a detrazioni ordinarie. L’effetto congiunto di tali interventi comporta che l’effettivo prelievo fiscale vari sensibilmente anche all’interno dello stesso scaglione reddituale.

Esempio pratico: un lavoratore con reddito imponibile di 20.000 euro vede riconosciute cospicue detrazioni, pagando in realtà poco meno di 1.000 euro di Irpef contro una teorica imposta di 4.600 euro. Questo perché detrazioni e bonus sono particolarmente incisivi per i redditi più bassi. Tuttavia, all’aumentare del reddito, non solo cresce la tassa imponibile, ma le detrazioni si ridimensionano, contribuendo ad aumentare la pressione effettiva.

Perché chi percepisce uno stipendio più basso viene tassato di più?

L’analisi dei dati forniti dall’Ufficio parlamentare di bilancio e approfondita da Gabanelli e Ravizza rileva che l’effetto combinato di ricalcolo delle detrazioni e la perdita di alcuni bonus all’aumentare del reddito si riflette in un incremento superiore delle imposte rispetto all’aumento del salario.

Considerando un aumento del 5% su un reddito di 20.000 euro, si registra:

  • Perdita di bonus fiscali specifici: il bonus Meloni di 960 euro viene sostituito da una detrazione inferiore
  • Diminuzione progressiva delle detrazioni per lavoro dipendente: il sistema prevede che siano massime per i redditi più bassi, decrescendo rapidamente con l’aumento dell’imponibile
  • Applicazione immediata dell’aliquota di scaglione sull’incremento dello stipendio, generalmente superiore alla media precedentemente applicata
Questo porta al cosiddetto "paradosso fiscale": gli aumenti retributivi, soprattutto per i redditi bassi e medio-bassi, sono gravati da un incremento % di imposta maggiore rispetto all’aumento lordo:
Reddito Aumento lordo Incremento tassazione effettiva
20.000 € +1.000 € (5%) +28%
30.000 € +1.500 € (5%) +15%
50.000 € +2.500 € (5%) +8%

In sintesi, quanto più basso è il reddito, tanto più l’aumento viene intaccato dalla perdita di detrazioni e bonus, a prescindere dal passaggio fra scaglioni Irpef.

Impatto delle recenti misure governative sugli aumenti di stipendio

La Legge di Bilancio 2026 ha introdotto un’aliquota agevolata del 5% sugli aumenti salariali derivanti dai rinnovi contrattuali del settore privato, sottoscritti nel periodo 2024-2026, per chi guadagna fino a 33.000 euro lordi annui. Si tratta di una misura temporanea, dedicata a oltre 2 milioni di lavoratori.

Obiettivo dell’intervento è contenere la penalizzazione fiscale sulle nuove risorse contrattuali, segnalata nell’inchiesta delle giornaliste di DataRoom. Con questa norma:

  • Gli incrementi contrattuali sono tassati “a parte” e con aliquota ridotta, aumentando il netto disponibile
  • L’efficacia si limita però sia a una platea precisa di lavoratori – dipendenti privati con rinnovi tra 2024 e 2026 – sia nel tempo, perché dal 2027 si ritornerà all’ordinario
  • I dipendenti pubblici rimangono esclusi dalla misura, così come chi non rientra nell’arco temporale indicato
Anche il sindacato UIL Scuola RUA sottolinea che l’effetto della misura è solo parzialmente compensativo delle perdite dovute a inflazione e stagnazione dei rinnovi contrattuali, evidenziando come la vera tutela derivi da aumenti strutturali e rinnovi tempestivi piuttosto che da deroghe transitorie sulla tassazione.

Quanto resta effettivamente in busta paga dopo gli aumenti

A fronte dei dati presentati dall’Ufficio parlamentare di bilancio, è possibile valutare con chiarezza l’impatto netto degli aumenti:

  • Un lavoratore a 20.000 euro di imponibile, dopo un aumento di 1.000 euro, riceve in realtà 719 euro netti
  • Chi percepisce 30.000 euro lordi, a fronte di 1.500 euro di aumento, può contare su 875 euro netti
  • Sulle fasce da 50.000 euro, 2.500 euro di aumento portano a 1.425 euro netti
Reddito Imponibile Aumento lordo Netto finale
20.000 € 1.000 € 719 €
30.000 € 1.500 € 875 €
50.000 € 2.500 € 1.425 €
Il motivo di questa decurtazione è il doppio effetto di aliquote e riduzione delle detrazioni. Ne deriva che l’aumento reale spesso risulta inferiore alle aspettative, amplificando la percezione di "tassazione ingiusta" tra i lavoratori meno retribuiti e, conseguentemente, la perdita di potere d’acquisto rispetto all’andamento dei prezzi.

Limiti e prospettive della riforma fiscale: il caso dei lavoratori pubblici e privati

Una delle maggiori criticità segnalate sia da esperti fiscali sia dai diretti interessati riguarda la non uniformità degli interventi di alleggerimento fiscale. Se da una parte la misura agevolata sostiene il settore privato, oltre 3,3 milioni di dipendenti pubblici risultano esclusi. Questo rischia di accentuare le differenze e creare tensioni tra comparti. Inoltre, la durata temporanea (applicabile solo agli aumenti contrattuali sottoscritti fra il 2024 e il 2026) limita fortemente la portata riformatrice dell’intervento.

L’introduzione di aliquote speciali non modifica sostanzialmente il meccanismo strutturale dell’Irpef, che rimarrà invariato dal 2027. L’esperienza degli ultimi anni insegna che, per compensare gli effetti dell’inflazione e porre rimedio alla perdita reale di potere d’acquisto, il solo taglio delle tasse sugli aumenti non è risolutivo se non accompagnato da:

  • politiche di rinnovo contrattuale più tempestive
  • interventi di revisione sulle detrazioni
  • armonizzazione delle misure fra pubblico e privato
L’incertezza sugli strumenti a regime pesa sulle prospettive dei lavoratori, e il rischio segnalato dagli analisti resta quello di una disparità crescente dentro il tessuto occupazionale italiano.

Le possibili soluzioni al nodo fiscale

Dall’analisi dettagliata dei meccanismi fiscali e degli effetti delle ultime politiche emerge una raccomandazione chiara: un sistema realmente equo richiede interventi strutturali e riformatori. Come evidenziato dai dati pubblicati da DataRoom del Corriere della Sera, la sola introduzione di misure temporanee o agevolate rischia di produrre effetti palliativi senza risolvere alla radice il problema.

Sarebbe necessario ragionare su:

  • una revisione delle detrazioni, per evitare penalizzazioni progressive a discapito delle fasce più deboli
  • una migliore coordinazione fra aumenti salariali, inflazione reale e fiscalità applicata
  • la garanzia che il potere d’acquisto non venga eroso da distorsioni tra lordo e netto
Questi elementi, se integrati in maniera sistematica, potrebbero assicurare maggiore trasparenza, equità e sostenibilità all’intero sistema di tassazione sul lavoro. L’esperienza dei lavoratori e le analisi di operatori qualificati evidenziano la necessità di politiche capaci di offrire stabilità e giustizia fiscale per tutto il comparto dipendente.




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