Precariato giovanile, anni d'oro della carriera, pensione insufficiente: la traiettoria economica di milioni di italiani disegna una curva a campana con un picco troppo breve e due valli sempre più profonde. I dati ISTAT e INPS raccontano una storia che i numeri aggregati non mostrano mai
C'è una storia che i numeri medi non raccontano mai. Quella dell'italiano che a vent'anni fatica ad arrivare a fine mese con un contratto a tempo determinato, che a quaranta ha trovato la sua stabilità, paga il mutuo e mette qualcosa da parte, e che a sessanta si ritrova improvvisamente a fare i conti con una pensione che non basta, spese sanitarie in aumento e risparmi che si assottigliano più in fretta del previsto. Non è una storia eccezionale. È la traiettoria economica più comune dell'Italia contemporanea.
La statistica aggregata mente per omissione: ci dice che il reddito medio delle famiglie italiane è di circa 39.500 euro annui, che il 22,6% della popolazione è a rischio povertà, che la diseguaglianza è cresciuta. Ma non ci dice che queste condizioni si distribuiscono in modo profondamente diverso lungo il corso della vita, e che la stessa persona può attraversare tutte e tre le fasce, disagio, relativa stabilità, disagio di ritorno, nell'arco di quattro decenni.
Il punto di partenza della parabola è statisticamente documentato con precisione. Il rischio di povertà o esclusione sociale colpisce il 30,5% delle famiglie con un percettore di reddito sotto i 35 anni, quasi un giovane lavoratore su tre. Non si tratta di casi limite o di situazioni di marginalità estrema: è la condizione strutturale di chi entra nel mercato del lavoro italiano in un sistema che continua a offrire ai giovani contratti più brevi, retribuzioni più basse e tutele più fragili rispetto agli altri paesi europei.
Il rischio di essere un lavoratore a basso reddito è decisamente più alto per gli occupati nelle classi di età più giovani: il 29,5% per i lavoratori con meno di 35 anni, contro il valore minimo del 17,7% per quelli nella classe 55-64 anni. Quasi uno su tre, tra i giovani occupati, guadagna meno del 60% della media: lavora, ma non abbastanza da costruire una sicurezza economica reale.
Le conseguenze concrete di questa condizione sono multiple e si propagano nel tempo. Chi guadagna poco nei suoi anni formativi accumula meno contributi previdenziali, la pensione futura si costruisce ora, e i versamenti bassi di oggi producono assegni bassi tra trent'anni. Chi non riesce a risparmiare non può fare da anticipo per il mutuo e resta in affitto, spesso pagando cifre che avrebbero coperto una rata. Chi vive in precarietà rimanda figli, formazione, investimenti su sé stesso.
Tra i 35 e i 55 anni, chi ha trovato la propria traiettoria lavorativa raggiunge il momento di massima capacità economica. Lo stipendio è cresciuto, gli avanzamenti di carriera sono arrivati, il mutuo è stato acceso e si sta pagando, i figli crescono. Le coppie senza figli con persona di riferimento sotto i 65 anni mostrano il rischio di povertà più basso di tutte le tipologie familiari: il 16% nel 2025, ben al di sotto della media nazionale del 22,6%.
È il momento della vita in cui si dovrebbe, in teoria, costruire il patrimonio per il futuro: alimentare un fondo pensione complementare, investire i risparmi eccedenti, estinguere i debiti. Ma è anche il momento in cui, si è spesso chiamati a sostenere economicamente i figli ancora dipendenti, i genitori anziani, e a far fronte alle spese della vita familiare nel pieno della sua intensità.
Il risultato è che il picco di reddito si traduce raramente in un accumulo patrimoniale proporzionale. Le risorse ci sono, ma vengono assorbite dai bisogni del presente invece di essere investite nel futuro. E quando il picco finisce, con il pensionamento, con una malattia, con una ristrutturazione aziendale a 58 anni, il cuscinetto che avrebbe dovuto ammortizzare la discesa è spesso più sottile del previsto.
Qui la parabola tocca il suo punto più critico e più sottovalutato nel dibattito pubblico. La pensione italiana, per chi ha avuto carriere discontinue, periodi di lavoro autonomo mal retribuito o lunghe fasi di precariato giovanile, è spesso molto lontana dal consentire lo stesso tenore di vita del periodo lavorativo.
Nel 2025 risultano liquidate 834.658 pensioni previdenziali, in calo rispetto all'anno precedente. Per le pensioni di anzianità degli uomini, le nuove pensioni liquidate valgono 148 euro mensili in meno rispetto a quelle già in essere, un dato che conferma una tendenza strutturale al ribasso del valore medio delle prestazioni future.
I numeri del sistema previdenziale italiano parlano chiaro: 4,6 milioni di pensionati percepiscono un assegno inferiore a mille euro al mese, con un importo medio del reddito da pensione per ogni beneficiario di 22.331 euro annui, circa 1.718 euro mensili lordi. Una cifra che, per chi vive solo in una città di medie dimensioni, copre a malapena affitto, bollette e spesa alimentare, senza margine per spese mediche, manutenzione della casa o qualsiasi imprevisto.
La condizione peggiora ulteriormente per chi si ritrova solo. Gli anziani che vivono da soli nel 50% dei casi non superano la soglia di 17.681 euro annui, circa 1.473 euro mensili e il rischio di povertà o esclusione sociale aumenta per gli over 65 che vivono soli. Quasi uno su tre anziani soli è a rischio povertà. Non sono dati su una minoranza marginale: parlano di milioni di persone che hanno lavorato per decenni e si trovano, nell'ultima fase della vita, in una condizione di fragilità economica che non si aspettavano.
Questa parabola è sempre esistita, ma in passato aveva pendenze diverse. Un lavoratore dipendente degli anni Settanta o Ottanta entrava nel mercato del lavoro spesso con un contratto a tempo indeterminato già a vent'anni, raggiungeva la pensione con un assegno calcolato sull'ultimo stipendio e manteneva un tenore di vita sostanzialmente simile a quello degli ultimi anni di lavoro. La prima valle era meno profonda, e la seconda spesso non esisteva.
Tre cambiamenti strutturali hanno modificato radicalmente questa traiettoria per le generazioni nate dopo il 1970:
Il primo è il passaggio al sistema contributivo, introdotto dalla riforma Dini del 1995 e completato per tutte le categorie dalla riforma Fornero del 2011. La pensione non dipende più dall'ultimo stipendio ma dall'intera contribuzione versata nel corso della vita lavorativa. Chi ha avuto anni di precariato, periodi di lavoro autonomo con redditi bassi o lunghe pause contributive si ritrova con un montante accumulato molto inferiore a quello dei lavoratori con carriere lineari.
Il secondo è la frammentazione del mercato del lavoro. Le carriere discontinue, i passaggi tra lavoro dipendente e autonomo, le interruzioni per figli o per assistenza ai familiari anziani, tutti eventi che trent'anni fa erano relativamente rari, sono oggi la norma per una larga parte della forza lavoro, specialmente femminile.
Il terzo è l'aumento della longevità. Vivere fino a 85 o 90 anni significa che la fase della pensione può durare venti o venticinque anni, un periodo lunghissimo da sostenere con un assegno pensionistico che non cresce con l'inflazione in modo proporzionale e che spesso è già insufficiente al momento del pensionamento.
La consapevolezza della parabola è il primo strumento per provare a modificarla. Non si può cambiare il sistema pensionistico con una decisione individuale, ma si possono costruire contromisure che attenuino la profondità delle due valli:
Conoscere la curva, però, è il presupposto per cominciare, prima possibile, a costruire le protezioni che il sistema non garantisce più da solo.
Il dott. Luca Rossi è un esperto analista finanziario con oltre 30 anni di esperienza nel settore delle finanze. Ha conseguito la laurea in Economia e Commercio presso l'Università Bocconi e ha lavorato per prestigiose istituzioni bancarie e società di consulenza. Specializzato in strategie di investimento e gestione del rischio, Luca ha aiutato numerosi clienti a ottimizzare i loro portafogli ...