Chi oggi ha tra i 20 e i 40 anni andrà in pensione con un sistema interamente contributivo. L’assegno dipende solo da quanto si versa, per quanto tempo e a che età si esce. Con stipendi medi, carriere discontinue e requisiti anagrafici che salgono, come la situazione attuale prevede. per molti la pensione si collocherà tra circa 700 e poco più di 1.000 euro al mese. Non è una regola assoluta: in alcuni casi si può arrivare a 2.500 o 3.000 euro. Vediamo i numeri.
Come funziona il calcolo contributivo
Il sistema di calcolo della pensione finale esclusivamente contributivo si basa soprattutto su tre passaggi.
- Contributi versati. Per un lavoratore dipendente l’aliquota è circa il 33% della retribuzione lorda (a carico in gran parte dell’azienda). Per gli autonomi iscritti alla gestione artigiani e commercianti si parte da circa il 24%, mentre per la gestione separata l’aliquota varia secondo la posizione.
- Montante contributivo. I contributi di ogni anno si sommano e vengono rivalutati in base all’andamento medio del Pil nominale. Il totale rivalutato è il montante contributivo che, per regola, più è alto più restituisce un trattamento più dignitoso, e più basso e meno si potrà ottenere una buona pensione.
- Coefficiente di trasformazione. Il montante viene moltiplicato per un coefficiente che cresce con l’età di uscita. Nel biennio 2025-2026 il coefficiente a 67 anni è pari al 5,608%, contro il 5,723% del periodo precedente. La riduzione degli assegni è stimata intorno al 2% a parità di montante.
La formula è semplice:
pensione annua = montante × coefficiente. Dividendo per 13 mensilità si ottiene l’importo mensile lordo.
Il coefficiente viene aggiornato ogni due anni in base alla speranza di vita. Chi è giovane oggi andrà in pensione con coefficienti più bassi di quelli attuali e con un’età di uscita più alta. Le simulazioni che seguono usano il 5,608%, quindi vanno lette come ipotesi favorevoli.
Le ipotesi delle simulazioni
Per mostrare i numeri in modo chiaro, usiamo ipotesi semplificate:
- aliquota contributiva del 33%;
- montante finale pari ai contributi versati aumentati del 25% per la rivalutazione;
- uscita a 67 anni con coefficiente del 5,608%;
- importi espressi in euro di oggi, quindi nel potere d’acquisto attuale;
- importi mensili lordi su 13 mensilità, con una stima del netto.
Sono calcoli a scopo illustrativo. Il risultato reale dipende da carriera, inflazione, crescita economica e riforme future.
Simulazione 1: il 25enne con carriera discontinua
Marco, 25 anni, entra nel mondo del lavoro con contratti a termine, part-time e qualche periodo di stop. Ha una retribuzione lorda media di 15.000 euro l’anno e accumula 28 anni di contributi effettivi.
- Contributi annui: 15.000 × 33% = 4.950 euro
- Contributi totali: 4.950 × 28 = 138.600 euro
- Montante rivalutato: 138.600 × 1,25 = 173.250 euro
- Pensione annua: 173.250 × 5,608% = circa 9.716 euro
- Pensione mensile: 9.716 / 13 = circa 747 euro lordi
Il netto sarebbe intorno ai
650 euro. Con coefficienti più bassi o un’uscita ritardata, l’assegno potrebbe restare sotto i 700 euro. È il profilo tipico di chi rientra nella fascia bassa del titolo.
Simulazione 2: il 30enne con stipendio medio
Giulia, 30 anni, ha una retribuzione lorda di 20.000 euro l’anno (circa 1.350 euro netti al mese) e versa 30 anni di contributi.
- Contributi annui: 20.000 × 33% = 6.600 euro
- Contributi totali: 6.600 × 30 = 198.000 euro
- Montante rivalutato: 198.000 × 1,25 = 247.500 euro
- Pensione annua: 247.500 × 5,608% = circa 13.880 euro
- Pensione mensile: 13.880 / 13 = circa 1.068 euro lordi
Il netto sarebbe tra
950 e 1.000 euro. Questo caso spiega la parte alta della forchetta del titolo:
poco più di 1.000 euro con uno stipendio nella media dei lavoratori più giovani.
Simulazione 3: il 35enne con carriera continua e 28.000 euro lordi
Luca, 35 anni, ha un posto stabile, una retribuzione lorda di 28.000 euro e versa 35 anni di contributi.
- Contributi annui: 28.000 × 33% = 9.240 euro
- Contributi totali: 9.240 × 35 = 323.400 euro
- Montante rivalutato: 323.400 × 1,25 = 404.250 euro
- Pensione annua: 404.250 × 5,608% = circa 22.670 euro
- Pensione mensile: 22.670 / 13 = circa 1.744 euro lordi
Qui il netto sale a circa
1.400 euro. È un risultato migliore, ma richiede due condizioni che molti giovani faticano a ottenere:
continuità contributiva e
stipendio che cresce nel tempo.
| Profilo |
Età oggi |
Retribuzione lorda |
Anni di contributi |
Pensione lorda mensile |
| Carriera discontinua |
25 |
15.000 euro |
28 |
circa 750 euro |
| Stipendio medio |
30 |
20.000 euro |
30 |
circa 1.070 euro |
| Carriera continua |
35 |
28.000 euro |
35 |
circa 1.740 euro |
Perché la media resta bassa
Le simulazioni mostrano che il problema non è il calcolo in sé, ma gli elementi che rientrano nella formula.
- Ingresso tardivo nel lavoro. Chi comincia a 27 o 28 anni accumula meno anni di contributi.
- Stipendi d’ingresso bassi e crescita lenta delle retribuzioni.
- Buchi contributivi tra un contratto e l’altro, disoccupazione, lavoro in nero o part-time involontario.
- Coefficienti in calo a ogni revisione biennale, perché si vive più a lungo.
- Età di uscita più alta. L’adeguamento alla speranza di vita sposta in avanti il traguardo: per i più giovani si parla di uscite oltre i 68 o 69 anni.
Esiste poi una soglia da conoscere. Per
la pensione di vecchiaia a 67 anni servono almeno
20 anni di contributi e un assegno pari ad almeno una volta l’assegno sociale (circa 540 euro). Per l’uscita anticipata contributiva a 64 anni, servono 20 anni di contributi effettivi e un
importo di pensione pari ad almeno tre volte l’assegno sociale, cioè intorno ai 1.600 euro mensili. Con gli stipendi medi dei casi visti sopra, quella soglia è difficile da raggiungere.
Quando la pensione può essere molto più alta: 2.500 o 3.000 euro
Le eccezioni esistono e riguardano soprattutto chi oggi ha 30-40 anni e ha davanti una carriera con retribuzioni elevate e senza interruzioni.
Caso A: quadro o professionista dipendente con 60.000 euro lordi. Un 35enne che sale presto di livello e mantiene 60.000 euro lordi per 33 anni versa 19.800 euro l’anno, per un totale di 653.400 euro. Il montante rivalutato è circa 816.750 euro, che a 67 anni producono circa 45.800 euro annui. Sono circa 3.500 euro lordi al mese, intorno a 2.500 netti.
Caso B: dirigente con 75.000 euro lordi. Con 24.750 euro di contributi annui per 33 anni, il montante rivalutato supera 1 milione di euro e l’assegno arriva a circa 4.400 euro lordi, intorno a 3.000 netti.
Il netto è una stima che tiene conto di Irpef e addizionali, perché sull’assegno più alto la tassazione pesa di più.
Oltre alla retribuzione alta, altri fattori possono spingere l’assegno verso l’alto:
- Previdenza complementare. Un fondo pensione alimentato da TFR e versamenti volontari, con rendimenti positivi, può aggiungere 200 o 500 euro al mese a seconda di durata e importi. Per un giovane con carriera lunga è la leva più concreta.
- Riscatto della laurea o di periodi scoperti. Aggiunge anni di contributi al montante, a un costo che spesso è in parte deducibile.
- Carriera lunga e continua. Ogni anno in più di contributi pesa, ma conta anche ritardare l’uscita: ogni anno di attesa fa salire il coefficiente, passando dal 5,608% a 67 anni al 5,808% a 68 e al 6,024% a 69.
- Redditi alti da autonomo o libero professionista. Chi versa a casse private o a gestioni con redditi elevati può costruire montanti importanti, anche se le regole variano da cassa a cassa.
- Crescita del Pil. Una rivalutazione più alta del previsto aumenta il montante. Una crescita debole lo riduce.
Anche con questi fattori,
2.500 o 3.000 euro restano un risultato per pochi. Servono stipendi molto superiori alla media, anzianità elevata e poche interruzioni.
Cosa può fare oggi chi ha tra 20 e 40 anni
- Controllare l’estratto conto contributivo sul sito INPS e verificare che ogni periodo lavorato sia stato registrato.
- Usare il simulatore “La mia pensione futura” dell’INPS, che elabora scenari personalizzati.
- Valutare un fondo pensione il prima possibile: più si parte presto, più pesa l’interesse composto.
- Evitare i buchi contributivi, soprattutto nei primi anni di carriera, e valutare il riscatto di studi o periodi scoperti.
- Programmare l’uscita sapendo che ritardare di uno o due anni può migliorare l’assegno in modo sensibile.
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La dott.ssa Serena Benedetti è un'esperta previdenziale con oltre 15 anni di esperienza nel campo della consulenza e dell'assistenza previdenziale. Laureata in Economia e Commercio, ha dedicato la sua carriera all'analisi delle politiche pensionistiche e alla consulenza su temi legati al welfare e alla previdenza sociale. Grazie alla sua competenza, ha collaborato con diversi...