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Quali sono le aziende e i settori più esposti alla crisi in Iran e Medioriente ed effetti per dipendenti ed economia

di Dott. Luca Rossoni pubblicato il

La crisi in Iran e Medio Oriente colpisce duramente settori strategici come energia, manifatturiero, logistica e agroalimentare, con ripercussioni su aziende, dipendenti, prezzi e competitività.

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Il sistema economico italiano e globale sta fronteggiando una tensione senza precedenti. Gli ultimi sviluppi, con la chiusura di rotte energetiche strategiche e le ondate di aumenti dei costi, impongono un'urgenza nuova all'analisi delle vulnerabilità delle imprese e degli equilibri macroeconomici. Non si tratta di un evento marginale: la guerra e le instabilità tra Iran e Stati Uniti-Israele scuotono mercati già segnati da anni di logoramento.

Secondo dati Confartigianato e Nomisma Energia, il tessuto produttivo nazionale si trova esposto su più fronti: da un lato il rischio di uno shock energetico, dall'altro una possibile erosione di mercati e della competitività delle aziende più aperte all'export. La minaccia è concreta: prezzi volatili, logistica stravolta e scenari di incertezza frenano investimenti e pongono a rischio la stabilità occupazionale. Mai come ora, occorre comprendere quali siano i settori e le imprese più vulnerabili, quali contraccolpi attendersi su lavoratori e filiera, quali azioni pratiche siano adottabili per ridurre l'impatto.

Settori esposti: energia, manifattura, logistica, agroalimentare

Le ultime settimane hanno messo in luce come le interconnessioni tra geopolitica ed economia reale siano determinanti per il destino dei comparti produttivi italiani. Le perturbazioni causate dall'interruzione dei flussi energetici e dalla paralisi dei trasporti colpiscono prioritariamente settori ad alta intensità di consumo e con dimensione export significativa.

Comparto energia: il 38-40% dell'energia elettrica italiana deriva dal gas, di cui oltre l'11% importato dal Qatar e il resto da altri Paesi del Golfo. Il blocco dello Stretto di Hormuz, attraversato da circa il 17-20% del petrolio mondiale e il 20% del GNL, sta già causando volatilità dei prezzi sia sul gas che sul greggio, con punte sopra i 93 dollari al barile (Brent) e aumenti superiori al 50% in pochi giorni sul mercato europeo TTF. Il settore energetico, quindi, non solo subisce il rincaro delle materie prime, ma si trova a fronteggiare una competizione globale su forniture residue. E poi:

  • Manifatturiero e industria pesante: queste filiere, responsabili per quasi un quinto dell'export nazionale nell'area mediorientale, hanno già registrato aumenti dei costi del 15-20%
  • Logistica e trasporti: la chiusura o il rallentamento dei corridoi commerciali impone rerouting (deviazione via Capo di Buona Speranza), ritardi nei tempi di consegna e costi assicurativi più alti. Cargo aere e shipping subiscono innalzamenti dei tassi del 5-10% e blocchi selettivi su merci di alto valore
  • Agroalimentare: i rincari energetici pesano lungo l'intera filiera, dai fertilizzanti al packaging alla refrigerazione. Le imprese energivore e ad alta vocazione export restano le più vulnerabili; nella peggiore delle ipotesi si prefigurano pressioni sui margini e rischi di trasferimento del costo finale sui consumatori
Altri settori colpiti:
  • Chimica e plastica: effetto moltiplicativo dai derivati petroliferi
  • Moda, meccanica e microimprese con filiere integrate nell'area
La distribuzione del rischio non è omogenea: regioni come Lombardia, Toscana, Emilia-Romagna e Veneto, leader nelle esportazioni verso il Medio Oriente, sono sotto osservazione per potenziali impatti differenziati su distretti industriali, fornitori e filiere artigiane.

Effetti su esportazioni, investimenti e competitività

I riflessi della crisi in Iran e Medioriente sulle imprese del made in Italy sono molteplici e interconnessi. Nel solo 2025, le esportazioni italiane nell'area sono cresciute del 7,9%, trainate da settori come macchinari, moda, trasporti, metalli. Ora questa dinamica rischia di invertirsi:

  • Rischio domanda indebolita: paesi come Emirati, Arabia Saudita, Kuwait e Libano, protagonisti della crescita, diventano più cauti nell'acquisto di tecnologie e beni di lusso
  • Blocchi e ritardi commerciali: la sospensione dei traffici marittimi e aerei crea difficoltà negli approvvigionamenti di componenti e allunga i tempi di consegna, con impatto sulle micro e piccole imprese, spesso prive di riserve finanziarie per gestire scorte o penali di ritardo
  • Investimenti in stand-by: la volatilità valutaria e il rincaro dei costi assicurativi ‘war risk' rendono più difficile pianificare iniziative in loco, proteggere personale espatriato e gestire rischi legali e commerciali
  • Competitività sotto pressione: margini contratti da costi energetici, fluttuazioni valutaria e imposizione di premi assicurativi. In prospettiva, la perdita anche temporanea di quote di mercato può favorire concorrenti di altre aree meno esposte (Asia, Nord America, ecc.)
La tabella di sui principali effetti rivela che:

Effetto

Impatto stimato

Aumento prezzi energia

+8-20% costi imprese in pochi giorni

Esportazioni a rischio

Quasi 28 miliardi di euro esposizione diretta

Investimenti bloccati

Maggiore incertezza e rincaro assicurativo

Competitività ridotta

Maggiori costi operativi e rallentamento export

Va sottolineato che il sistema manifatturiero italiano è costituito per oltre il 90% da PMI. L'alta dipendenza da fornitori e clienti mediorientali ne amplifica la fragilità agli shock rapidi e all'incertezza geopolitica.

Cassa integrazione, rischi occupazionali e risorse umane

L'escalation del conflitto ha già generato un effetto diretto sulla gestione delle risorse umane nelle aziende più colpite. Le criticità principali per i lavoratori e i responsabili HR possono essere così riassunte:

  • Cassa Integrazione Guadagni Ordinaria (CIGO): le aziende che denunciano calo ordini o blocco commesse possono accedere alla CIGO per mancanza di lavoro o commesse, allegando relazione tecnica che dimostri la natura esogena (esterna) dell'evento. È essenziale presentare domanda telematica entro 15 giorni dall'avvio della sospensione o riduzione oraria, dopo informazione e consultazione sindacale
  • Rischi occupazionali: la riduzione prolungata della produzione o degli scambi rischia di trasformarsi in perdita di posti di lavoro, specie nelle PMI senza riserva finanziaria sufficiente a mantenere il personale nelle fasi di crisi
  • Gestione personale espatriato: le imprese attive nell'area devono innalzare i livelli di tutela (assicurativa, logistica e sanitaria) per lavoratori all'estero. Vengono raccomandati servizi come l'iscrizione a Viaggiare Sicuri, la geo-localizzazione e l'aggiornamento continuo con le ambasciate
Nel contesto attuale, le funzioni HR sono chiamate a:
  • Monitorare la possibilità di implementare forme di flessibilità oraria e di lavoro agile per mitigare l'impatto sulle presenze
  • Gestire, in accordo con i sindacati, strumenti di sostegno al reddito e favorire la formazione su competenze di resilienza in mercati internazionali a rischio
Si riscontra che l'incertezza prolungata indebolisce la motivazione dei dipendenti e può generare aumento assenteismo, stress lavoro-correlato, richiesta di supporto psicologico o finanziario.

Influenza sui prezzi energetici e sull'approvvigionamento

Il rincaro dei costi dell'energia rappresenta il nodo più sensibile e immediato per tutte le filiere produttive italiane. In particolare, si osserva che:

  • Prezzi del gas e del petrolio: la risposta dei mercati spot e futures segnala una tensione di breve periodo, con aspettative meno allarmanti sul medio termine. Tuttavia, aumenti di 10 euro/MWh sul gas o 10 dollari/barile sul petrolio possono tradursi in una perdita di 0,1-0,2 punti di PIL in un solo anno, secondo analisi ISTAT e studi internazionali
  • Effetti a cascata sulla produzione: logistica, trasporto, chimica, edilizia e agroalimentare vedono aumentare i costi dei materiali e dei servizi; a rischio sono tanto la competitività quanto la sostenibilità delle filiere a monte e a valle
  • Catene di approvvigionamento in stress: blocchi navali, maggiori tariffe assicurative e necessità di deviazione dei cargo minano la tempistica degli approvvigionamenti, costringendo molte aziende a gestire scorte più ampie (con effetti su liquidità e margini) o a cercare fornitori alternativi con rischio di prezzi meno vantaggiosi
Nel breve periodo, l'effetto domino sui prezzi finali al consumo genera un incremento previsto tra lo 0,3 e lo 0,5% dell'inflazione, comprimendo ulteriormente il potere d'acquisto delle famiglie. Gli errori più frequenti per le aziende sono:
  • Mancata diversificazione dei fornitori
  • Gestione passiva del rischio logistico
  • Scarso monitoraggio dei mercati energetici internazionali
Negli scenari di incertezza economica e geopolitica, la reattività e la preparazione di aziende e lavoratori fanno la differenza. Resta centrale un approccio di pianificazione anticipata anziché reattiva. Le aziende che hanno investito in innovazione digitale, automazione e adattamento delle supply chain risultano in media più pronte a gestire le attuali turbolenze, riducendo le perdite rispetto ai competitor meno strutturati.


Dott. Luca Rossoni

Il dott. Luca Rossi è un esperto analista finanziario con oltre 30 anni di esperienza nel settore delle finanze. Ha conseguito la laurea in Economia e Commercio presso l'Università Bocconi e ha lavorato per prestigiose istituzioni bancarie e società di consulenza. Specializzato in strategie di investimento e gestione del rischio, Luca ha aiutato numerosi clienti a ottimizzare i loro portafogli ...