Secondo la direttrice INPS Vittimberga, in futuro le pensioni non si calcoleranno più su contributi e anzianità, ma sul valore aggiunto creato da ogni lavoratore.
Il sistema previdenziale italiano potrebbe cambiare volto in modo radicale nei prossimi anni, grazie a una trasformazione che non riguarda soltanto la tecnologia ma il modo stesso in cui viene definito il lavoro. A tracciare questo scenario è Valeria Vittimberga, direttrice generale dell'INPS, che in un'intervista televisiva ha delineato un'ipotesi destinata a mettere in discussione decenni di regole previdenziali basate su contributi versati e anzianità di servizio.
Secondo la direttrice dell'INPS, in futuro il lavoratore potrebbe non congedarsi da solo dall'attività lavorativa al momento del pensionamento, ma insieme a una sorta di gemello digitale, ovvero un'intelligenza artificiale verticale personale addestrata nel corso della carriera a svolgere le stesse mansioni del dipendente. Questo strumento, definito capitale computazionale, rappresenterebbe una scia di contributi invisibili ma perfettamente tracciabili, capace di continuare a generare valore economico anche dopo l'uscita del lavoratore dall'azienda.
Non si tratta di una semplice suggestione teorica, ma di una prospettiva formulata da chi gestisce concretamente la principale cassa previdenziale del Paese. Vittimberga ha sottolineato come le trasformazioni digitali stiano procedendo più rapidamente rispetto alla capacità delle normative di adattarsi, evidenziando che il valore di un lavoratore oggi non può più essere misurato soltanto in anni di impiego, ma nel patrimonio immateriale che riesce a creare: dati, relazioni professionali e contributi propositivi che continuano a produrre benefici anche dopo la fine del rapporto di lavoro.
Il cuore della proposta è un cambio di paradigma profondo. Se oggi il sistema pensionistico si fonda su due pilastri fondamentali, i contributi versati e l'anzianità contributiva, lo scenario delineato dalla direttrice INPS punta invece su un terzo criterio, quello del valore aggiunto effettivamente generato da ogni lavoratore nel corso della propria attività.
Un cambiamento di questo tipo avrebbe conseguenze enormi. Non conterebbero più soltanto le ore lavorate o i versamenti effettuati mese dopo mese, ma l'impatto reale prodotto da ogni professionista, misurato attraverso strumenti digitali sempre più sofisticati: algoritmi, reti neurali e sistemi di intelligenza artificiale in grado di analizzare e quantificare il contributo di ciascun lavoratore all'economia. Del resto, secondo quanto riportato, l'INPS utilizza già oggi strumenti di questo tipo per mappare le trasformazioni del mercato del lavoro e per orientare in modo predittivo controlli e ispezioni.
Questa impostazione farebbe inoltre saltare quella che finora è stata una barriera netta e ben definita, quella tra la fase attiva della vita lavorativa e la quiescenza. Se il capitale computazionale di un lavoratore continua a produrre valore anche dopo il suo pensionamento, la linea di confine tra "essere ancora produttivi" e "aver smesso di lavorare" diventa molto più sfumata di quanto non lo sia oggi.
Uno degli aspetti più interessanti dello scenario tracciato riguarda il modo in cui cambierà, se questa prospettiva dovesse concretizzarsi, il rapporto tra lavoratore e datore di lavoro. In alcuni paesi tecnologicamente avanzati dell'Asia e del Medio Oriente, questa pratica sarebbe già una realtà consolidata: al momento dell'assunzione, i candidati vengono valutati anche in base a come hanno addestrato la propria intelligenza artificiale personale a lavorare al loro fianco, e in alcuni casi persino al loro posto.
In questo modello, sarebbe proprio l'intelligenza artificiale, in quanto asset di valore principale generato dal lavoratore, a restare all'interno dell'azienda anche una volta che la persona fisica avrà lasciato l'attività lavorativa. Un capitale computazionale che continuerebbe quindi a produrre ricchezza indipendentemente dalla presenza fisica di chi lo ha addestrato, aprendo scenari inediti sia dal punto di vista contrattuale sia da quello previdenziale.
Chi ha delineato questo scenario è stato chiaro nel sottolineare che non si tratta soltanto di un'evoluzione tecnica, ma di un cambiamento che tocca corde sociali, culturali e identitarie molto profonde. Il concetto stesso di pensionamento, così come lo conosciamo, rischia di andare progressivamente in archivio, sostituito da un'idea più fluida e continua di produttività, che non si ferma necessariamente al raggiungimento di un'età anagrafica o di un numero di anni contributivi.
Va ricordato che si tratta, per il momento, di una prospettiva concreta ma non di una riforma già formalizzata o approvata: rappresenta piuttosto un terreno di riflessione che, secondo la direttrice generale dell'INPS, meriterebbe attenzione immediata da parte del legislatore, proprio per la velocità con cui la tecnologia sta trasformando il concetto stesso di lavoro.
Questa riflessione arriva in un momento storico particolarmente delicato per il sistema previdenziale italiano, alle prese con un cambiamento demografico profondo. L'Italia si posiziona infatti al secondo posto al mondo per aspettativa di vita e al primo posto per la vitalità delle persone sopra i settant'anni, molte delle quali tornano attivamente al lavoro contribuendo in modo significativo alla crescita del prodotto interno lordo.
Secondo alcuni studi demografici citati nel dibattito, in regioni come Lombardia e Veneto una quota pari allo 0,5% del PIL deriverebbe proprio dal contributo economico di pensionati che continuano a produrre ricchezza anche dopo il pensionamento formale. Un dato che, unito alle culle sempre più vuote e a un progressivo invecchiamento della popolazione, rende ancora più urgente ripensare i meccanismi con cui vengono calcolate le pensioni future.
Se da un lato gli anziani restano sempre più ancorati al mondo del lavoro, dall'altro le nuove generazioni sembrano muoversi in direzione opposta. I più giovani, spesso definiti Zillenials, non vivono più il lavoro come un destino totalizzante attorno al quale organizzare l'intera esistenza, ma scelgono percorsi professionali intermittenti, pause sabbatiche e modelli di vita più flessibili rispetto al passato.
Un esempio emblematico di questa tendenza è il movimento FIRE (Financial Independence, Retire Early), un approccio alla gestione del denaro e della vita professionale che, attraverso risparmio e investimenti mirati, punta a raggiungere l'indipendenza economica e smettere di lavorare il prima possibile.
Il confronto con altri contesti internazionali rende ancora più evidente la specificità della situazione italiana. In paesi come l'Arabia Saudita, dove circa il 72% della popolazione è under 30, lo sviluppo economico viene trainato proprio da un esercito di giovani lavoratori. In Italia, al contrario, essere giovani nel mondo del lavoro sta progressivamente diventando una condizione sempre più rara.
Alla luce di questi elementi, ripensare l'architettura del sistema previdenziale italiano non appare più come una scelta politica rimandabile, ma come una necessità imposta dai tempi. La convergenza tra invecchiamento della popolazione, trasformazione tecnologica e nuovi modelli di lavoro sta creando le condizioni per un cambiamento strutturale che difficilmente potrà essere ignorato ancora a lungo.
Resta da capire quanto rapidamente il quadro normativo italiano riuscirà ad adattarsi a scenari come quello descritto dalla direttrice generale dell'INPS, e quali strumenti concreti verranno messi in campo per misurare in modo affidabile ed equo il valore aggiunto generato da ciascun lavoratore, umano o affiancato dalla propria intelligenza artificiale personale.
La dott.ssa Serena Benedetti è un'esperta previdenziale con oltre 15 anni di esperienza nel campo della consulenza e dell'assistenza previdenziale. Laureata in Economia e Commercio, ha dedicato la sua carriera all'analisi delle politiche pensionistiche e alla consulenza su temi legati al welfare e alla previdenza sociale. Grazie alla sua competenza, ha collaborato con diversi...