A 101 anni Alberto Bertani, presidente di Elesa, va ogni giorno in ufficio a Monza. Una storia di longevità e lavoro che ci obbliga a ripensare l’età della pensione.
Immaginate di svegliarvi ogni mattina a 101 anni, di prepararvi e di andare in ufficio. Non per una visita di cortesia, né per un saluto ai vecchi colleghi, ma per lavorare davvero. È la quotidianità di Alberto Bertani, presidente di Elesa, azienda di Monza che produce componenti in plastica per la meccanica. La sua storia è un caso straordinario, ma è anche una domanda aperta sul nostro futuro: se la vita media continuerà ad allungarsi fino a 100 anni, per quanto tempo lavoreremo?
Alberto Bertani è oggi presidente di Elesa, realtà industriale fondata a Monza nel 1941 dal padre, l’ingegner Carlo Bertani, che rilevò una piccola officina dotata di tre presse idrauliche. Da quella base artigianale è nata un’impresa che ha attraversato ottant’anni di storia industriale italiana, passando dal dopoguerra al boom economico, dalla globalizzazione alla rivoluzione digitale.
Oggi, a 101 anni, Bertani non si limita a rappresentare l’azienda: la vive ogni giorno. Raggiunge la fabbrica e l’ufficio di Monza con una regolarità che molti trentenni gli invidierebbero. Non è una presenza simbolica, il ruolo di “presidente onorario” che spesso accompagna l’uscita di scena dei grandi imprenditori. È una presenza operativa, scandita da una routine precisa.
La giornata di Alberto Bertani segue un ritmo che racconta molto del suo approccio al lavoro:
Al mattino si dedica all’analisi dei dati di vendita. Scorre i numeri, osserva l’andamento dei mercati, individua le tendenze e i segnali che i grafici anticipano prima ancora che diventino problemi o opportunità. È un lavoro di lettura e interpretazione, che richiede memoria storica, intuito e una profonda conoscenza del business.
Nel pomeriggio cambia registro e collabora a stretto contatto con il team di ingegneri e designer. Qui si entra nel cuore creativo di Elesa: la progettazione di nuovi componenti, il miglioramento di quelli esistenti, la ricerca di soluzioni che uniscano funzionalità, ergonomia ed estetica. Non a caso il nome di Bertani compare tra gli inventori di diversi brevetti depositati dall’azienda, dalle maniglie ai pomelli, fino alle cerniere e ai sistemi di bloccaggio.
Questa alternanza tra analisi e creatività, tra numeri e design, è forse il segreto di una mente che resta allenata. Il cervello, come un muscolo, si mantiene in forma quando viene sfidato ogni giorno.
Per capire il peso di ciò che Bertani continua a guidare, bastano i numeri. Elesa è un’azienda leader nei componenti in plastica per la meccanica e sviluppa un fatturato di circa 245 milioni di euro. Il suo catalogo comprende una gamma molto ampia di componenti standard per macchine e attrezzature industriali: volantini, maniglie, pomelli, cerniere, indicatori di posizione, tappi di livello e molto altro.
Il dato più impressionante riguarda però l’internazionalizzazione. L’azienda esporta in circa 60 Paesi, e l’export rappresenta una quota molto rilevante del fatturato. L’intuizione di guardare oltre i confini nazionali risale addirittura agli anni Sessanta: Bertani stesso ha sempre sostenuto che l’Italia fosse un mercato piccolo e che la scelta di internazionalizzarsi sia stata determinante per lo sviluppo del gruppo.
Oggi la guida operativa è affidata alla terza generazione della famiglia, con i nipoti del fondatore, Carlo e Andrea Bertani, alla testa del gruppo. Ma la figura del presidente resta un riferimento: un ponte vivente tra le origini dell’impresa e il suo presente globale.
Elesa non vende semplici pezzi di plastica. Vende design industriale, tanto che alcuni suoi prodotti sono stati riconosciuti a livello museale. La filosofia che Bertani ha trasmesso all’azienda è chiara: progettare ricercando la perfetta funzionalità e il massimo dell’ergonomia, ma puntando anche a creare oggetti riconoscibili in tutto il mondo come prodotti Elesa.
Questa visione ha trasformato componenti considerati anonimi in elementi di valore, capaci di distinguersi su macchinari che finiscono in stabilimenti di ogni continente. Un’idea industriale e culturale insieme, che solo la continuità di una guida lunga decenni poteva consolidare.
Il caso di Alberto Bertani è eccezionale, ma solleva una questione che interessa milioni di persone: quanto dovremo lavorare in un mondo in cui si vive sempre più a lungo?
I dati demografici sono noti. In Italia, come in gran parte dei Paesi sviluppati, l’aspettativa di vita è in costante crescita e il numero di ultracentenari aumenta di anno in anno. Gli studiosi della longevità sostengono che per le generazioni più giovani arrivare a 100 anni potrebbe diventare una condizione sempre più comune. Questo scenario mette sotto pressione un modello costruito nel Novecento, in cui la vita era divisa in tre fasi nette: formazione, lavoro, pensione.
Se il lavoro occupa 40 anni e la pensione ne dura 35 o 40, i conti dei sistemi previdenziali diventano difficili da far quadrare. Ma c’è anche un tema più profondo, che va oltre l’economia: che cosa faremo di tutto quel tempo?
Il dibattito sull’età pensionabile è uno dei più accesi del panorama politico ed economico. Da un lato c’è chi sostiene che sia inevitabile innalzare progressivamente l’età di uscita dal lavoro, per mantenere sostenibile il sistema. Dall’altro c’è chi ricorda che non tutti i mestieri sono uguali: fare il muratore, l’infermiere o l’operaio di linea a 70 anni non è come dirigere un’azienda da una scrivania.
Il caso Bertani va letto con onestà. Non è un modello replicabile per tutti, e sarebbe sbagliato trasformarlo in un’ingiunzione a lavorare fino all’ultimo giorno. Bertani è un imprenditore, presidente dell’azienda di famiglia: lavora per scelta, con un ruolo apicale, in condizioni di salute eccezionali e con un’organizzazione costruita attorno a lui. La differenza tra lavorare per necessità e lavorare per passione è enorme, e ogni discussione seria sulla longevità deve partire da qui. Detto questo, la sua esperienza offre spunti preziosi su ciò che significa invecchiare restando attivi.
La ricerca sul successful aging, l’invecchiamento in buona salute, indica da tempo alcuni fattori protettivi ricorrenti nelle persone molto longeve:
C’è poi un aspetto organizzativo che le imprese dovrebbero considerare. In un mercato del lavoro che invecchia, la memoria storica è un asset. Chi ha visto cambiare tecnologie, cicli economici e mercati sa riconoscere schemi che sfuggono a chi è arrivato da poco. Un presidente che ha vissuto ottant’anni di industria italiana possiede un patrimonio di conoscenza che nessun software può replicare.
Naturalmente la trasmissione del sapere funziona se è bidirezionale. Le aziende più lungimiranti stanno già sperimentando forme di mentoring intergenerazionale, in cui senior e giovani lavorano insieme, e modelli di pensionamento flessibile, con riduzione graduale dell’orario, consulenze e ruoli di tutoraggio. Elesa, in fondo, ne offre un esempio concreto: una presenza costante di esperienza dentro un’organizzazione guidata dalle nuove generazioni.
La dott.ssa Serena Benedetti è un'esperta previdenziale con oltre 15 anni di esperienza nel campo della consulenza e dell'assistenza previdenziale. Laureata in Economia e Commercio, ha dedicato la sua carriera all'analisi delle politiche pensionistiche e alla consulenza su temi legati al welfare e alla previdenza sociale. Grazie alla sua competenza, ha collaborato con diversi...