L'arrivo della legge sulla shrinkflation ha trasformato la nostra esperienza quotidiana nei supermercati: tra nuove regole, etichette, confezioni ridotte e dubbi sulla reale tutela.
Ho voluto verificare di persona che cosa sarebbe cambiato davvero nella spesa quotidiana. Non mi sono limitato a leggere il testo della nuova legge o i commenti diffusi nei giorni precedenti: subito dopo che le disposizioni contro la shrinkflation sono diventate operative, sono entrato in alcuni supermercati con un obiettivo preciso. Volevo capire se i nuovi obblighi fossero già visibili sugli scaffali, quanto fossero comprensibili per un cliente comune e se riuscissero davvero a modificare il modo in cui si scelgono i prodotti.
La prova è nata da un’esperienza che molti consumatori conoscono bene: confezioni apparentemente uguali a quelle acquistate per anni che, una volta osservate con attenzione, contengono meno prodotto. Per questo ho affrontato la visita non come una normale spesa, ma come una verifica sul campo. Ho confrontato grammature, prezzi, cartelli, posizione delle informazioni e reazioni delle persone presenti nei reparti. Il risultato è più complesso di quanto suggerisca l’annuncio della legge: qualcosa è cambiato, ma la trasparenza dipende ancora molto da come il singolo punto vendita decide di comunicare la riduzione.
Il termine shrinkflation nasce dall’unione delle parole inglesi shrink e inflation. Indica la pratica con cui un prodotto viene venduto in una confezione contenente una quantità inferiore, mentre il prezzo resta invariato oppure diminuisce in misura non proporzionale. La variazione può riguardare il peso, il volume o il numero di pezzi e spesso è difficile da percepire perché grafica, colori e dimensioni esterne della confezione cambiano poco. Il rincaro reale emerge soprattutto osservando il prezzo per unità di misura, non quello riportato in grande sul cartellino.
È proprio questa distanza tra prezzo percepito e costo effettivo ad avermi spinto a fare la prova. Durante una spesa abituale si guarda prima il prezzo finale, si riconosce il marchio e si prende il prodotto quasi automaticamente. Riduzioni di poche decine di grammi possono quindi passare inosservate, pur traducendosi in un aumento sensibile del costo al chilo o al litro. Il fenomeno interessa alimentari, detergenti, prodotti per la casa e articoli per la cura personale.
La disciplina entrata in vigore il 15 luglio 2026 non vieta alle aziende di ridurre la quantità contenuta nelle confezioni. Impone invece che il consumatore venga informato quando la quantità diminuisce e il prezzo resta invariato, aumenta oppure non scende in misura proporzionale. L’obiettivo dichiarato è rendere visibile una variazione che prima poteva essere individuata solo ricordando la vecchia grammatura o confrontando prodotti acquistati in momenti diversi:
Ho svolto la verifica nelle ore immediatamente successive all’avvio delle nuove regole, osservando la spesa come farebbe un cliente ma con maggiore attenzione ai dettagli. Ho percorso i reparti dei prodotti confezionati, soffermandomi soprattutto su snack, biscotti, creme spalmabili, detergenti, articoli per l’igiene personale e formaggi. Per ogni prodotto segnalato ho controllato cinque elementi: la vecchia e la nuova quantità indicate, il prezzo esposto, il prezzo per chilo o per litro, la posizione del cartello e la leggibilità del messaggio senza dover prendere in mano la confezione.
La prima impressione è stata positiva solo in parte. In alcuni casi gli avvisi erano collocati accanto al prezzo e riportavano con chiarezza la riduzione della grammatura. In altri erano più piccoli, confusi tra promozioni, etichette elettroniche e messaggi commerciali. Questo significa che lo stesso obbligo può produrre effetti molto diversi: un cartello evidente interrompe l’acquisto automatico, mentre un’informazione poco visibile rischia di essere formalmente presente ma praticamente ignorata:
Durante la prova ho osservato anche il comportamento degli altri clienti, senza interferire con le loro scelte. Molti continuavano a prendere i prodotti abituali senza soffermarsi sulle nuove indicazioni. Altri, dopo aver notato il cartello, controllavano il peso, confrontavano il prezzo per unità di misura oppure rimettevano la confezione sullo scaffale per cercare un’alternativa. In alcuni casi si sono formati brevi scambi tra clienti, mentre gli addetti venivano interpellati per chiarire il significato dell’avviso.
Questa osservazione mostra il primo limite pratico della riforma: l’informazione funziona soltanto quando viene vista. Chi acquista di fretta, segue una lista prestabilita o riconosce il prodotto dalla grafica può non accorgersi della segnalazione. Al contrario, chi legge il prezzo al chilo o al litro dispone già dello strumento più utile per misurare il rincaro reale. La legge può quindi aumentare l’attenzione, ma non sostituisce il confronto tra formati e marche.
Il punto debole più evidente è la durata di soli tre mesi dell’obbligo informativo. Trascorso questo periodo, il prodotto con quantità ridotta resta normalmente in vendita, ma il cartello può essere rimosso. Un cliente che entra nel supermercato dopo la scadenza non trova più alcun riferimento al formato precedente e può considerare quella grammatura come normale. La riduzione non scompare, scompare soltanto l’avviso che la rendeva riconoscibile.
Esiste poi un secondo problema: l’informazione non è stampata direttamente sulla confezione, ma viene affidata al punto vendita. La sua visibilità dipende quindi dalla posizione, dalle dimensioni, dalla grafica e dall’ordine dello scaffale. Nei negozi online il messaggio può essere altrettanto facile da perdere tra immagini, promozioni e schede prodotto. La norma migliora la trasparenza rispetto al passato, ma non impedisce che un adempimento formalmente corretto risulti poco utile nella pratica.
Anche l’eccezione legata al miglioramento della resa o dell’efficacia merita attenzione. Senza criteri facilmente verificabili dal consumatore, la distinzione tra riduzione della quantità e maggiore concentrazione del prodotto può diventare difficile da valutare. Il rischio è che il cliente debba fidarsi di una spiegazione tecnica che non ha gli strumenti per controllare durante la spesa.
Questa verifica non può considerarsi conclusiva perché è stata svolta all’inizio dell’applicazione della legge. I supermercati potrebbero ancora modificare cartelli, procedure e comunicazioni digitali; allo stesso tempo, produttori e distributori dovranno adattarsi a un sistema nuovo. Per questo tornerò negli stessi punti vendita dopo alcune settimane, controllando se gli avvisi saranno ancora presenti, se saranno diventati più chiari e se le modalità di esposizione risulteranno più uniformi.
La seconda prova servirà anche a capire se l’attenzione iniziale dei clienti durerà o se i cartelli finiranno per confondersi con le altre informazioni promozionali. Confronterò nuovamente grammature, prezzi unitari e visibilità degli avvisi, cercando di verificare soprattutto che cosa accade ai prodotti introdotti da più tempo e quali informazioni restano disponibili quando si avvicina la scadenza dei tre mesi.
Il primo test dimostra che la legge può aiutare, ma non risolve da sola il problema. La differenza la fanno la chiarezza dell’avviso, la sua permanenza e l’attenzione di chi compra. Tornare sul campo sarà il modo più concreto per capire se la novità produce una trasparenza stabile oppure soltanto un effetto evidente nei primi giorni.
La Dott.ssa Sara Melchionda è un’esperta nel settore della sanità con oltre 15 anni di esperienza. Laureata in Tossicologia dell'ambiente e alimenti all'Università Statale di Lodi, ha sviluppato una solida competenza nelle tematiche legate alla sicurezza sanitaria, alla prevenzione dei rischi e alla valutazione degli effetti delle sostanze sulla salute. Nel corso della sua carriera ha collabora...