La sentenza odierna della Corte Costituzionale impone un cambio di passo sui tempi e le modalità di pagamento di TFR e TFS ai dipendenti pubblici.
Il meccanismo di liquidazione frazionata del Trattamento di Fine Servizio e di Fine Rapporto rappresenta da tempo uno dei nodi più discussi e sentiti per chi conclude la propria attività nella pubblica amministrazione. Anni di attesa, erogazioni dilazionate in più soluzioni e un evidente trattamento differenziato rispetto ai lavoratori del settore privato sono le principali criticità di questo sistema, che riguarda centinaia di migliaia di ex dipendenti pubblici ogni anno.
Questo scenario non si configura come un semplice disguido amministrativo, ma come una vera questione di equità e diritti, già all’attenzione della Corte Costituzionale che negli ultimi anni è intervenuta più volte sulla disciplina in vigore. La Consulta ha sottolineato come il TFS e il TFR siano a tutti gli effetti retribuzione differita, parte integrante dei diritti patrimoniali maturati dal lavoratore durante la carriera, tutelata dall’articolo 36 della Costituzione Italiana.
Dinnanzi a un quadro normativo ancora immutato, che costringe molti a lunghe attese prima di ottenere il proprio trattamento di fine servizio, l'ordinanza della Corte Costituzionale di oggi giovedì 5 marzo 2026 ha imposto nuovi termini e chiesto un concreto intervento legislativo, pena la dichiarazione di incostituzionalità dell’attuale sistema.
L'attuale disciplina che regola la corresponsione differita e a rate delle liquidazioni per i dipendenti pubblici – TFS e TFR – nasce quale misura straordinaria autofinanziata in risposta alla crisi dei conti pubblici del 2010. Inizialmente, infatti, il legislatore aveva previsto che la liquidazione avvenisse al semestre successivo alla cessazione del servizio (art. 3, comma 2, d.l. n. 79/1997), ma a causa delle necessità di consolidamento finanziario, sono stati introdotti tempi di erogazione lineari ma profondamente dilatati nel tempo.
Secondo le principali norme di riferimento (d.l. n. 138/2011, legge n. 147/2013), l’indennità spettante viene oggi generalmente liquidata dopo 12 mesi dalla cessazione per raggiunti limiti di età, oppure dopo 24 mesi per altri motivi. Dopo questo termine decorrono ulteriori 90 giorni di attesa “neutra”, durante i quali non sono previsti né interessi né rivalutazioni, aggravando la frustrazione dei beneficiari.
La ratio di queste scelte si fonda principalmente su ragioni di sostenibilità dei conti e di contenimento della spesa corrente, mentre in alcune situazioni specifiche il differimento è stato usato come deterrente verso un accesso anticipato al pensionamento. Tuttavia, questa impostazione ha generato un crescente malcontento tra i lavoratori pubblici, che si sono trovati a dover attendere anche sette anni per ricevere la totalità della propria indennità, a seconda degli scaglioni di liquidazione legati all’importo maturato.
Un ulteriore elemento di complessità emerge nel confronto con il settore privato, dove, invece, la liquidazione viene corrisposta quasi integralmente alla cessazione dell’attività. Tale disparità è avvertita come una violazione del principio di giusta retribuzione e di uguaglianza tra categorie di lavoratori, generando un diffuso sentimento di ingiustizia e ingiustificata penalizzazione per quanti hanno dedicato una vita ai servizi pubblici.
Nel corso degli ultimi anni, la Corte Costituzionale ha assunto un ruolo centrale nel sollecitare il legislatore a intervenire sulle modalità di erogazione del TFS/TFR per il pubblico impiego. La sentenza n. 159 del 2019 aveva in un primo momento confermato la legittimità del differimento per cessazioni volontarie, attribuendo al Parlamento un certo grado di discrezionalità in base al principio di sostenibilità della spesa pubblica. Tuttavia, già da allora la Consulta aveva espresso preoccupazioni in ordine alla protrazione eccessiva dell’attesa per i lavoratori che cessano per limiti di età o servizio.
Con la sentenza 130/2023, il Giudice delle leggi ha segnato una svolta, dichiarando incostituzionale il differimento e la rateizzazione per i lavoratori pubblici che vanno in pensione per raggiunti limiti. La motivazione poggia sull’assenza di ragioni oggettive che giustifichino una disparità di trattamento con il settore privato e, soprattutto, sulla violazione del principio costituzionale della giusta retribuzione (art. 36 Cost.). La Corte non solo ha rilevato come la rateizzazione aggravi il vulnus, ma ha anche chiarito l’urgenza di interventi normativi rapidi e risolutivi.
La più recente ordinanza 25/2026 segna un passaggio decisivo: la Corte, prendendo atto della mancata risposta da parte del Parlamento ai moniti precedenti, ha fissato un termine preciso al legislatore per intervenire (14 gennaio 2027). In mancanza di una legge di riforma, la Consulta procederà a dichiarare l’illegittimità delle norme attualmente in vigore, con conseguenze dirette e immediate sulla loro applicazione e sull’equilibrio dei conti pubblici.
La strategia della Corte si è fondata finora su ordinanze interlocutorie, tese a evitare bruschi vuoti normativi, invitando a una transizione graduale. Resta comunque il rischio che, persistere della situazione attuale, determini un forte impatto economico e giuridico anche sugli equilibri dello Stato.
L’ultima manovra economica ha parzialmente ritoccato i tempi di versamento della prima rata, anticipando da 12 a 9 mesi la liquidazione per i pensionamenti di vecchiaia. Tale intervento, tuttavia, non ha risolto le criticità di fondo della disciplina. Anzi, ha generato nuove problematiche: l’anticipo sui tempi ha comportato la perdita del beneficio fiscale – una detassazione dell’1,5% sulle somme – precedentemente prevista solo dopo 12 mesi, aggravando così il danno economico per i destinatari.
La Corte costituzionale, con l’ordinanza 25/2026, richiede che il superamento della dilazione dei pagamenti sia garantito con modalità graduali e sostenibili, affinché non si creino scompensi insostenibili per il bilancio statale. Il legislatore dovrà quindi individuare una soluzione strutturale che assicuri, nella pratica, che i dipendenti pubblici ricevano in tempi ragionevoli quanto loro spettante, senza penalizzazioni rispetto al privato.
Tra le opzioni allo studio si evidenziano:
I possibili sviluppi della disciplina sul pagamento del TFS/TFR saranno guidati dall’esigenza di trovare un equilibrio tra sostenibilità finanziaria e rispetto dei diritti costituzionali dei lavoratori pubblici. Da una parte, il superamento immediato della rateizzazione comporterebbe «un impatto assai significativo sulle finanze pubbliche» (stimato dall’Inps fino a 15,6 miliardi), rendendo necessario un percorso graduale di avvicinamento al modello privato.
L’ordinanza della Corte Costituzionale impone linee guida non più rinviabili:
Laureata in Lingue e Letterature Straniere e Scienze dalla Comunicazione, giornalista pubblicista dal 2008, collaboratrice presso testate locali e nazionali, con ottime competenze linguistiche straniere, specializzata in campo letterario ed economico, collabora con la testata online Businessonline trattando in particolar modo il mondo delle pensioni, argomento di cui si occupa ormai da circa 20 an...