Ogni anno,al ritorno delle vacanze, si torna anche a parlare della sindrome da rientro, che colpisce il 35% degli italiani, più o meno un connazionale su tre. La cifra viene ripetuta da anni, quasi sempre accompagnata da un'attribuzione precisa: dati Istat, ma in realtà l'Istituto nazionale di statistica non ha mai pubblicato una rilevazione su que
Ogni anno, puntuale come il primo giorno di scuola, si torna a parlare della sindrome da rientro colpisce il 35% degli italiani, più o meno un connazionale su tre. La cifra viene ripetuta da anni, quasi sempre accompagnata da un'attribuzione precisa: dati Istat. C'è un problema di fondo, però: l'Istituto nazionale di statistica non ha mai pubblicato una rilevazione su questo fenomeno.
Con l'espressione sindrome da rientro, chiamata anche stress da rientro o back to work blues, si indica l'insieme di sintomi psicofisici che compaiono nei primi giorni dopo la fine delle vacanze estive: stanchezza, irritabilità, difficoltà di concentrazione, calo dell'umore, insonnia e, in alcuni casi, veri e propri sintomi ansiosi. Non si tratta di una malattia riconosciuta: la sindrome da rientro non compare nei manuali diagnostici internazionali, come il DSM dell'American Psychiatric Association, e la comunità scientifica la descrive piuttosto come una normale reazione di adattamento a un cambio brusco di ritmi, orari e responsabilità.
In pratica, durante le ferie il cervello si abitua a un ritmo lento, senza sveglie, scadenze o email da controllare. Quando questo ritmo si interrompe di colpo, l'organismo ha bisogno di alcuni giorni per riadattarsi. È un meccanismo fisiologico comprensibile, non una patologia da temere.
Chiunque cerchi informazioni online sulla sindrome da rientro si imbatte sempre nella stessa percentuale: il 35% della popolazione, con un'incidenza maggiore tra i 25 e i 45 anni. Nella quasi totalità degli articoli, questo dato viene attribuito all'Istat. Il problema è che, andando a verificare le fonti originali, di questa rilevazione non c'è traccia.
L'Istat conduce effettivamente un'indagine che riguarda le vacanze degli italiani, chiamata Viaggi e vacanze, inserita all'interno della più ampia rilevazione sulle spese delle famiglie. Ma questa indagine misura tutt'altro: il numero e le caratteristiche dei viaggi effettuati dai residenti, la spesa sostenuta per turismo, le destinazioni scelte, i motivi per cui alcune persone non sono partite. Sono statistiche sui comportamenti turistici, non sullo stato psicologico di chi rientra al lavoro il lunedì mattina. Nessuna delle pubblicazioni ufficiali dell'istituto contiene un dato sullo stress da rientro o su una percentuale di italiani colpiti dal fenomeno.
Il 35% sembra piuttosto avere un'origine diversa: una stima di matrice clinica, probabilmente citata inizialmente da un professionista o da un centro medico, che nel corso di oltre un decennio è stata ripresa e rilanciata da testata a testata, fino a diventare un dato "di fatto" semplicemente per effetto della ripetizione. Nel tempo l'attribuzione all'Istat si è consolidata proprio perché nessuno è più risalito alla fonte originaria, un classico esempio di come una cifra possa acquisire autorevolezza solo per il numero di volte in cui viene citata, e non per la solidità della rilevazione da cui proviene.
A rendere ancora più fragile il quadro c'è il fatto che le fonti, quando si va a confrontarle, non sono coerenti tra loro. Accanto al 35% attribuito all'Istat, alcuni articoli riportano contestualmente un altro dato, sempre indicato come Istat, che parlerebbe di un italiano su dieci colpito dal fenomeno: due cifre molto diverse, riferite alla stessa fonte, che già da sole dovrebbero mettere in guardia.
Circolano poi altre stime, attribuite a soggetti diversi dall'Istat:
Se il dato Istat non esiste e le altre stime sono difficili da verificare, significa che la sindrome da rientro è un'invenzione mediatica? Non proprio. Al netto delle percentuali precise, che restano largamente inaffidabili, il fenomeno in sé è reale ed è stato osservato da diversi studi indipendenti, condotti con metodologie differenti anche in altri Paesi, non solo in Italia.
Le ricerche disponibili concordano su un punto: le vacanze producono un effettivo miglioramento del benessere percepito, che però tende a esaurirsi rapidamente al rientro, spesso entro la prima settimana di lavoro. Non è quindi la vacanza in sé a fare la differenza nel lungo periodo, quanto il modo in cui si gestisce il rientro. Il calo di umore e di energia nei primi giorni dopo le ferie è un dato osservato con una certa costanza, mentre la sua estensione esatta alla popolazione italiana, espressa in percentuali precise come il 35% o il 45%, non trova un riscontro altrettanto solido.
In altre parole: il rientro dalle vacanze fa male più della vacanza stessa, ma quantificare con esattezza quante persone ne soffrono, e con quale intensità, resta un esercizio più giornalistico che statistico.
Indipendentemente dalla percentuale esatta, i sintomi più frequentemente associati alla sindrome da rientro sono piuttosto costanti nella letteratura divulgativa e negli studi clinici:
Al di là di quale sia la percentuale reale di italiani coinvolti, alcuni accorgimenti pratici aiutano davvero ad attraversare i primi giorni dopo le vacanze con meno difficoltà:
Il consiglio, per chi si imbatte ogni settembre nello stesso titolo allarmante, è di guardare con occhio critico ai numeri tondi che circolano senza fonte, senza però sottovalutare il fenomeno che c'è dietro: il rientro dalle ferie è, per moltissime persone, un momento delicato, che merita attenzione a prescindere da quale sia la percentuale esatta di chi ne soffre.
La Dott.ssa Marianna Bassetti è una consulente esperta in ambito lavoro con oltre 10 anni di esperienza nel settore delle risorse umane. Laureata presso l’Università degli Studi di Milano in Giurisprudenza, attualmente opera a Milano e si è specializzata nell’analisi delle dinamiche lavorative dal punto di vista dei dipendenti, con particolare attenzione ai contratti collettivi e alle indennità...