La direttrice del 118 di Treviso va in pensione a 67 anni e dona 142 giorni di ferie ai colleghi.
Ci sono storie che arrivano dal mondo del lavoro e ricordano che la solidarietà può avere forme molto concrete. Una di queste arriva da Treviso, dove la direttrice del 118 ha scelto di chiudere la propria carriera con un gesto che ha colpito colleghi, vertici sanitari e opinione pubblica: 142 giorni di ferie non goduti, quasi cinque mesi, lasciati a chi ne ha più bisogno.
Marialuisa Ferramosca, 67 anni, ha lasciato la direzione del Suem 118 di Treviso il primo ottobre per andare in pensione. Prima di salutare, ha deciso di non lasciare inutilizzato un patrimonio di tempo accumulato in anni di servizio. In questo articolo ricostruiamo la vicenda, spieghiamo come funzionano le ferie solidali e cerchiamo di capire perché questa notizia ha toccato tante persone.
Marialuisa Ferramosca è un medico con una lunga carriera nella sanità pubblica. Dopo oltre trent'anni di servizio, si è preparata a lasciare la direzione del Servizio sanitario di urgenza emergenza medica 118 di Treviso. Il suo percorso professionale si è legato soprattutto al sistema dell'emergenza: nel 1999 è entrata nel Suem 118, il servizio che sarebbe diventato il centro della sua attività.
Il Suem 118 è il servizio che risponde alle chiamate di soccorso, coordina ambulanze, elisoccorso ed équipe sanitarie sul territorio e decide in pochi istanti quale risposta attivare. Dirigerlo significa assumersi responsabilità enormi, spesso in situazioni complesse, con turni, reperibilità e carichi di lavoro che raramente lasciano spazio al riposo.
Ed è proprio questo il punto: chi lavora per decenni nell'emergenza urgenza difficilmente riesce a smaltire tutte le ferie maturate. I giorni si accumulano, anno dopo anno, fino a diventare una cifra impressionante.
Nel corso degli anni la direttrice ha maturato 142 giorni di ferie, quasi cinque mesi, che ormai prossima alla pensione non avrebbe avuto materialmente la possibilità di utilizzare. Invece di lasciarli inutilizzati, ha scelto di destinarli al fondo delle ferie solidali dell'azienda sanitaria.
Come ha spiegato in un'intervista al Gazzettino, quei 142 giorni verranno ricalcolati e inseriti nel fondo delle ferie solidali per i colleghi che ne hanno bisogno, ad esempio per stare più vicino a figli malati o per esigenze simili. Il termine "ricalcolati" è importante: la conversione avviene secondo le regole contrattuali, in modo che il tempo donato diventi effettivamente fruibile da altri dipendenti.
Il gesto, in sintesi, è questo: un tempo che non sarebbe più servito a lei diventa tempo prezioso per altri. Per chi sta affrontando la malattia di un figlio o una grave difficoltà familiare, qualche giornata in più può fare una differenza enorme.
Le ferie solidali sono uno strumento previsto dalla normativa italiana e ripreso dai contratti collettivi di molti settori, sanità inclusa. Consentono a un lavoratore di cedere a titolo gratuito una parte delle proprie ferie ai colleghi che devono assistere figli minori con particolari necessità di cura. Molte aziende, comprese quelle sanitarie, hanno poi ampliato l'istituto con regolamenti interni, estendendolo ad altre situazioni di grave bisogno personale o familiare.
Il meccanismo è semplice nella sostanza:
Il valore di questo strumento sta nel suo carattere comunitario. Non è un aiuto economico erogato dall'alto, ma una forma di mutualità tra colleghi: chi può dà, chi ha bisogno riceve, senza costi diretti aggiuntivi per nessuno.
La scelta non è passata inosservata. Il direttore generale dell'Usl, Giancarlo Bizzarri, ha espresso pubblicamente la riconoscenza dell'azienda, sottolineando sia il percorso professionale della dirigente sia la decisione di mettere a disposizione dei colleghi i giorni accumulati
Il ringraziamento, riportato dalla stampa locale, si è concentrato su tre qualità: la straordinaria professionalità, la dedizione e l'umanità dimostrate nella gestione di scenari di emergenza complessi. Un riconoscimento che va oltre il singolo gesto e rende omaggio a un'intera carriera spesa nel servizio pubblico.
Le notizie che parlano di pensione di solito riguardano riforme, requisiti anagrafici e importi degli assegni. Qui il racconto è diverso, e per questo si è diffuso rapidamente su quotidiani nazionali, siti di informazione e social. Ci sono almeno quattro motivi per cui la vicenda ha avuto tanta risonanza:
Per legge, le ferie annuali sono un diritto che serve a tutelare la salute del lavoratore e andrebbero godute entro termini precisi. Quando il rapporto di lavoro termina, le ferie non godute non possono essere monetizzate se la mancata fruizione dipende da una scelta del dipendente, secondo le regole applicabili al pubblico impiego. In molti casi, quindi, quei giorni sarebbero andati persi.
Donarli al fondo solidale trasforma una perdita in una risorsa. È una soluzione che può diventare un esempio anche per altri lavoratori vicini alla pensione, nel pubblico come nel privato, dove esistono analoghi strumenti di cessione.
Le aziende sanitarie sono tra i contesti in cui l'istituto delle ferie solidali trova maggiore applicazione. Il personale è numeroso, le esigenze di conciliazione tra lavoro e famiglia sono frequenti e il lavoro a turni rende ancora più preziosi i giorni di assenza programmata.
Un fondo ben alimentato permette all'azienda di rispondere con rapidità a situazioni di difficoltà, senza dover ricorrere a soluzioni straordinarie. Per i dipendenti, sapere che esiste una rete di sostegno interna è anche un segnale di cultura organizzativa attenta alle persone.
L'iniziativa della direttrice può avere un effetto che va oltre i 142 giorni: rendere più visibile lo strumento, incoraggiare altre donazioni e rafforzare il clima di collaborazione tra colleghi.
La vicenda della direttrice del 118 di Treviso racconta qualcosa di più di una semplice donazione. Racconta un modo di intendere il lavoro come servizio e la propria esperienza come patrimonio da condividere. Dopo oltre trent'anni passati a rispondere alle emergenze degli altri, Marialuisa Ferramosca ha scelto di rispondere ancora una volta a un bisogno, in modo silenzioso e senza clamore, almeno nelle intenzioni.
In un periodo in cui si parla spesso di burnout, carenza di personale e fuga dalla sanità pubblica, una storia così ha il merito di ricordare che esistono professionisti che continuano a credere nel valore della comunità. E che, a volte, il regalo più bello che si possa fare a un collega è il tempo.
La dott.ssa Serena Benedetti è un'esperta previdenziale con oltre 15 anni di esperienza nel campo della consulenza e dell'assistenza previdenziale. Laureata in Economia e Commercio, ha dedicato la sua carriera all'analisi delle politiche pensionistiche e alla consulenza su temi legati al welfare e alla previdenza sociale. Grazie alla sua competenza, ha collaborato con diversi...