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Una azienda può costringere una persona ad andare in pensione di vecchiaia o anticipata?

Quali sono i casi in cui un’azienda può costringere una persona ad andare in pensione, cosa prevede la normativa in vigore e i chiarimenti
Autore: Marianna Quatraro
pubblicato il
Una azienda può costringere una persona ad andare in pensione di vecchiaia o ant

Una azienda può costringere una persona ad andare in pensione di vecchiaia o anticipata?

Stando a quanto previsto dalla normativa vigente, l’azienda o il datore di lavoro può costringere un lavoratore ad andare in pensione e lasciare il lavoro solo nel caso di raggiungimento dei requisiti per la pensione di vecchiaia. Lo stesso discorso non vale quando il dipendente matura i requisiti per la pensione anticipata.
 

Un'azienda può costringere una persona ad andare in pensione di vecchiaia o anticipata? L’ordinamento italiano prevede norme specifiche relative ai requisiti per andare in pensione, sia di vecchiaia che anticipata, nonché alle disposizioni per aziende e datori di lavori per la cessazione di un rapporto di lavoro.

Spesso a creare qualche discussione è la questione se un’azienda ha la facoltà di obbligare una persona ad andare in pensione e lasciare il lavoro. Vediamo di seguito cosa prevede nel dettaglio la normativa vigente. 

  • Quali sono i casi in cui un’azienda può costringere una persona ad andare in pensione 
  • Ma è anche possibile proseguire il rapporto di lavoro 

Quali sono i casi in cui un’azienda può costringere una persona ad andare in pensione 

Secondo quanto previsto dalle norme in vigore, l’azienda o il datore di lavoro può costringere un lavoratore ad andare in pensione e lasciare il lavoro solo nel caso di raggiungimento dei requisiti per la pensione di vecchiaia.

Lo stesso discorso non vale quando il dipendente matura i requisiti per la pensione anticipata ordinaria, vale a dire 42 anni e 10 mesi di contributi  per gli uomini e un anno in meno per le donne, cioè 41 anni e 10 mesi di contributi, a prescindere dal requisito anagrafico. 

A ribadire il principio è stata anche la Corte di Cassazione, con la sentenza n. 17589/2015, che ha stabilito che, una volta raggiunti i 67 anni di età e maturati almeno 20 anni di contributi, l’azienda può obbligare il lavoratore ad andare in pensione per raggiunti limiti di età. Ciò significa che può anche decidere di licenziare il dipendente.

Dunque, secondo la Cassazione, se si maturano i requisiti per la pensione anticipata non è ammesso il licenziamento ad nutum, cioè senza motivazione, e l'obbligo di lasciare il lavoro da parte dell'azienda al dipendente, ma è possibile farlo per raggiungimento dei requisiti per la pensione di vecchiaia.

In alternative, le aziende possono anche trovare accordi per l’uscita anticipata di alcuni dipendenti, per esempio con l’Isopensione per permetterli di lasciare il servizio prima fino a 7 anni, senza arrivare all’obbligo di cessazione del rapporto di lavoro. 

Ma è anche possibile proseguire il rapporto di lavoro 

E’ importante sottolineare che l’azienda può, a sua discrezione, costringere il lavoratore ad andare in pensione, ma può anche decidere di proseguire il rapporto di lavoro, tramite accordo tra le parti, anche dopo il raggiungimento dell’età pensionabile.

La prosecuzione può avvenire fino al conseguimento del limite massimo di flessibilità previsto per il pensionamento di vecchiaia. In questo caso, si tratta di una possibilità che azienda e lavoratore possono concordare. 

Nel caso, invece, di raggiungimento della pensione anticipata, si deve continuare a lavorare a meno che non si tratti di forme di uscita prima sperimentali e non compatibili con l’attività lavorativa, come la quota 103.

In ogni caso, il dialogo tra le parti è fondamentale per determinare se il lavoratore potrà continuare a svolgere la propria attività oltre l’età pensionabile.

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