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Chi sarà il nuovo Governatore della Fed? I 7 nomi, le loro idee e come potrebbero influire sulla Borsa Usa e mercati mondiali

di Marcello Tansini pubblicato il
nuovo Governetore Fed 2026 dopo Powell

La successione alla guida della Federal Reserve apre scenari cruciali per l’economia globale. Tra regole, profili dei candidati e possibili impatti su Wall Street, cerchiamo di analizzare il futuro della politica monetaria americana.

La Federal Reserve, istituzione cardine nel panorama finanziario globale, si trova sull’orlo di un cambio di vertice di straordinaria rilevanza. L’approssimarsi della scadenza del mandato di Jerome Powell, previsto per maggio 2026, ha acceso il dibattito tra investitori, economisti e policy maker rispetto a chi sarà chiamato a guidare la banca centrale statunitense nella prossima fase. Mentre l’economia americana dà segnali misti, con una crescita che resiste ma pressioni inflazionistiche ancora presenti, l’identità del futuro presidente assumerà un significato strategico non solo per Wall Street, ma anche per i mercati e le economie mondiali. In questo scenario, le discussioni sulla nomina coinvolgono direttamente la Casa Bianca, che mira a influenzare la stabilità finanziaria e la traiettoria dei tassi, con una rosa di nomi in cui la continuità della linea della Fed si scontra con aspetti di innovazione e interessi politici.

Il processo di nomina del Presidente della Fed: regole, ruoli e pressioni politiche

La procedura per scegliere il presidente del principale istituto di politica monetaria degli Stati Uniti si basa su passaggi regolati da solide norme istituzionali. Il presidente americano ha il potere di nominare il futuro presidente della Federal Reserve, ma la conferma passa obbligatoriamente dal Senato, che agisce come contrappeso e garanzia di indipendenza.

Il mandato alla guida dell’istituzione dura quattro anni, è rinnovabile, e si inserisce nel quadro più ampio del board dei Governatori, un organo composto da sette membri con incarichi fino a 14 anni. Nel Federal Open Market Committee (FOMC) che stabilisce la politica dei tassi, il presidente esprime solo uno dei dodici voti, ma esercita una considerevole influenza sul dibattito interno e sull’orientamento generale della banca centrale.

Negli ultimi mesi, le dinamiche della corsa alla presidenza sono state segnate da forti pressioni politiche provenienti dalla Casa Bianca, impegnata a riformare la governance della Fed e promuovere una politica di tassi di interesse più accomodanti. Il contesto, già reso complesso dalle tensioni commerciali globali e da un debito pubblico senza precedenti, vede il presidente degli Stati Uniti giocare d’anticipo con l’ipotesi di annunciare il successore ben prima delle scadenze normalmente previste, nel tentativo di influenzare le aspettative e gli orientamenti di mercato. Questa strategia rischia tuttavia di imporre una tensione aggiuntiva sull’indipendenza della banca centrale, aprendo interrogativi sulla capacità di mantenere l’equilibrio tra autonomia istituzionale e istanze politiche governative. Le decisioni imminenti avranno ripercussioni su investitori globali e sulla credibilità stessa della Federal Reserve negli anni a venire.

I principali candidati alla successione di Jerome Powell: profili e visioni economiche

Nell’ultimo anno, il panorama dei possibili successori di Jerome Powell si è ampliato, riflettendo **la complessità delle esigenze politiche ed economiche attuali**. I nomi in lizza rispecchiano opzioni sia di continuità che di cambiamento rispetto alla linea tradizionale dell’istituto.

  • Christopher Waller – attuale membro del board della Fed, considerato favorito dai mercati. Rappresenta una linea pragmatica, attenta alla stabilità dei prezzi pur non disdegnando aperture verso politiche meno restrittive in caso di necessità.
  • Kevin Warsh – ex governatore della stessa banca centrale, noto per posizioni più intransigenti su inflazione e tassi (“falco monetario”), è stimato da molti per la sua autonomia intellettuale.
  • Kevin Hassett – direttore del Consiglio economico nazionale, identificato come strettamente allineato alle posizioni della Casa Bianca e favorevole a tassi bassi per sostenere la crescita.
  • Scott Bessent – l’attuale segretario al Tesoro, secondo alcune fonti meno propenso a lasciare il proprio ruolo, ma valutato da una parte dello staff presidenziale per la capacità di gestire implementazioni politiche complesse.
  • David Malpass – ex presidente della Banca Mondiale, sostenitore di politiche monetarie accomodanti e spesso critico rispetto agli attuali modelli della Fed, seppur con una visibilità oggi più marginale.
  • Michelle Bowman – unica candidata donna attualmente in corsa, membro attuale del board, con attenzione particolare agli aspetti di regolamentazione bancaria e supporto al credito.
  • Rick Rieder – manager di lungo corso in BlackRock, porterebbe nella direzione una sensibilità spiccatamente orientata ai mercati globali e agli strumenti finanziari innovativi.
L’equilibrio tra competenze, autonomia e capacità di relazione con il potere esecutivo orienterà la scelta finale, ma anche il modo con cui verranno placate le ansie degli investitori e difesa l’indipendenza della Fed.

Christopher Waller: il favorito dei mercati, tra continuità e pragmatismo

L’attuale governatore della Fed gode di una **reputazione solida presso analisti finanziari e operatori di mercato**. Waller, in quota repubblicana, si distingue per il suo approccio pragmatico: pur sostenendo la necessità di mantenere sotto controllo l’inflazione, si è mostrato propenso, già a metà 2025, ad anticipare il ritorno a una politica di tagli dei tassi quando non si intravedono rischi di riaccensione inflattiva dalle nuove ondate tariffarie. Questa apertura al “data dependency” lo rende gradito sia a Wall Street che agli ambienti istituzionali, incarnando un perfetto equilibrio tra continuità politica e propensione al cambiamento quando lo richiedono le condizioni economiche.

La sua posizione rappresenta un punto di riferimento per chi teme derive eccessivamente espansive, ma al tempo stesso cerca una guida in grado di rispondere con flessibilità agli shock esogeni. Gli esperti citano la sua esperienza accademica e operativa nella gestione delle dinamiche monetarie come fattore distintivo. All’interno delle discussioni politiche, però, la sua relativa distanza dalla cerchia più ristretta della Casa Bianca potrebbe rendergli la strada meno agevole, nonostante l’apprezzamento da parte degli operatori finanziari.

Kevin Warsh: il falco monetario e le sue posizioni su inflazione e tassi

Ex governatore della Fed, Warsh porta con sé **una reputazione da “falco” della politica monetaria**. Nei forum pubblici e nelle audizioni private con i professionisti della finanza, ha ribadito con coerenza l’importanza di vigilare sugli effetti delle politiche ultra-espansive, manifestando scetticismo verso tassi di interesse troppo bassi e sottolineandone i rischi di lungo periodo per la solidità dell’economia statunitense.

Warsh è ben visto per la sua autonomia e spesso citato per il carattere indipendente, caratteristiche che lo rendono affidabile agli occhi di chi teme «pressioni politiche eccessive» sulla banca centrale. Nonostante questo, alcuni esperti interni alla Casa Bianca mettono in dubbio la sua flessibilità nell’allinearsi agli orientamenti della nuova amministrazione. Le prospettive di una sua nomina sono valutate in funzione della volontà presidenziale di avere una figura capace di mantenere disciplina, ma anche di dialogare efficacemente con il resto del FOMC.

Kevin Hassett: l’economista allineato con Trump e la spinta verso i tassi bassi

La candidatura di Hassett riflette **la volontà dell’attuale amministrazione di imprimere un’accelerazione sui tagli ai tassi** e perseguire una politica monetaria marcatamente espansiva. Economista di formazione, già direttore del Consiglio economico nazionale della Casa Bianca, viene percepito dagli osservatori come un garante delle strategie dell’esecutivo in materia di crescita, occupazione e credito al consumo.

Hassett è stato il più convinto sostenitore dell’abbassamento del costo del denaro per favorire investimenti e spinta al Pil, criticando pubblicamente le attuali strategie della Fed considerate troppo caute. Il suo inserimento tra i candidati più probabili rappresenta quindi una precisa scelta politica, benché permangano dubbi sulla sua effettiva disponibilità ad accettare l’incarico se dovesse emergere la necessità di rinunciare a ruoli già ritenuti strategici nell’attuale architettura governativa.

Scott Bessent, David Malpass, Michelle Bowman e Rick Rieder: outsider e profili emergenti

Al di fuori della “triade” più accreditata, figurano alcuni nomi capaci di influenzare in modo significativo la rosa finale. Scott Bessent, attuale Segretario al Tesoro, gode di una reputazione consolidata per la gestione di dossier complessi e per la sua abilità diplomatica, ma secondo le dichiarazioni recenti, preferirebbe restare nel suo ruolo attuale. David Malpass, ex presidente della Banca Mondiale, è apprezzato negli ambienti finanziari per la capacità di comprendere i mercati globali e il suo sostegno ai tagli dei tassi. Michelle Bowman, unica donna tra i finalisti, rappresenta l’anima istituzionale più vicina al mondo bancario e delle piccole imprese, sostenendo una linea pragmatica nelle regolamentazioni di settore. Rick Rieder, manager BlackRock, porterebbe un approccio ispirato dalla sua lunga esperienza nei mercati finanziari globali e nella gestione patrimoniale, aspetto che potrebbe introdurre elementi di maggiore attenzione alle dinamiche degli investitori internazionali nella politica della Fed.

Implicazioni per la borsa Usa, l’economia e i mercati mondiali: quali scenari si aprono

La scelta del futuro presidente della Federal Reserve eserciterà un impatto diretto non solo sul costo del denaro negli Stati Uniti, ma anche sulle strategie di portafoglio degli investitori internazionali e sulla stabilità delle principali valute mondiali. Un nuovo orientamento della politica monetaria americana potrebbe determinare una variazione rapida nel differenziale dei tassi rispetto alle principali controparti (BCE, BoJ).

Alcuni effetti attesi riguardano:

  • Crescita economica USA – Una guida più favorevole ai tagli dei tassi potrebbe sostenere il ciclo, ma rischia di stimolare pressioni inflazionistiche eccessive se attuata senza cautela.
  • Mercati azionari – I mercati tendono a reagire in modo positivo a politiche meno restrittive, seppure l’entusiasmo sia spesso temperato dai rischi legati a uno squilibrio tra crescita e inflazione. Wall Street guarda con attenzione ai segnali di discontinuità, valutando ciascun candidato anche in base alla sua capacità di comunicazione verso il pubblico e gli investitori.
  • Tassi sui Treasury e obbligazioni globali – Gli operatori finanziari aggiustano le proprie posizioni sulla curva dei rendimenti in funzione delle attese sulla “forward guidance” del nuovo presidente. Incidenti comunicativi o un eccessivo sbilanciamento verso una politica accomodante potrebbero spingere al rialzo i premi al rischio sui titoli sovrani statunitensi.
  • Valute e mercati emergenti – Un dollaro più debole, legato a un possibile cambio di rotta della Fed, comporterebbe volatilità sulle principali coppie valutarie e una maggiore attrattiva verso asset rischiosi, con impatti anche sulle economie emergenti molto esposte agli effetti di “carry trade”.
Infine, va evidenziato come il prossimo presidente sarà chiamato a decidere in tempi brevi sulla strategia di riduzione del portafoglio di asset della banca centrale e dovrà muoversi in un contesto globale segnato da elevata incertezza geopolitica e dalla persistente sfida del debito pubblico statunitense.

Prospettive sulla futura direzione della politica monetaria americana

Il quadro che emerge dal confronto sui candidati a guidare la Fed suggerisce **una stagione di profonda dialettica tra esigenze di autonomia istituzionale e spinte del potere esecutivo**. La futura scelta peserà sugli equilibri fra crescita, controllo dei prezzi e stabilità dei mercati, mentre l’eredità lasciata da Powell si basa sulla capacità di aver mantenuto la barra dritta in fasi di forte pressione politica.

La previsione dominante è quella di un indirizzo in parte più accomodante rispetto al recente passato, ma ben ancorato alla necessità di evitare derive inflazionistiche che penalizzerebbero il sistema finanziario globale. Qualunque sia il successore, saranno destinati ad accendersi i riflettori sulla sua abilità nel confrontarsi con il FOMC e con una base parlamentare che, in occasione della conferma, peserà sia sulla coerenza delle strategie di lungo termine sia sull’autonomia dell’istituzione.

Sebbene la Casa Bianca persegua esplicitamente l’obiettivo di una politica dei tassi orientata alla crescita e “leale” rispetto alle strategie presidenziali, la credibilità internazionale della Fed poggerà su trasparenza, competenza tecnica e fiducia dei mercati. Le prossime settimane saranno determinanti per comprendere quanto spazio resterà all’indipendenza della banca centrale statunitense nella gestione dei dilemmi tra sviluppo economico e stabilità monetaria.



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