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Come la sanità è una macchina per far soldi sui cittadini: documenti segreti e indagine della Gabanelli su Corriera della Sera

di Marcello Tansini pubblicato il
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Documenti riservati, liste d’attesa infinite e un intreccio tra pubblico e privato: l’indagine di Milena Gabanelli svela come la sanità italiana sia diventata una macchina per produrre profitti sulle spalle dei cittadini, tra norme disattese e crisi dei diritti.

La fotografia della sanità italiana che emerge dai dati e dalle inchieste della rubrica Dataroom sul Corriere della Sera, a firma di Milena Gabanelli e Simona Ravizza, restituisce un quadro scomodo e difficilmente contestabile. Mentre le liste d’attesa si allungano a dismisura, 10 miliardi di euro l’anno finiscono nelle tasche dei privati o nelle spese a carico diretto dei cittadini, costretti a pagare di tasca propria una visita ogni due e un esame ogni tre. La narrazione corrente, che presenta le difficoltà di accesso come una questione puramente organizzativa, cela invece meccanismi ben più complessi e interessi economici stratificati.

Dietro la facciata di una sanità pubblica universalistica si nasconde infatti una vera e propria macchina degli incassi, dove la difficoltà di ottenere prestazioni nei tempi prescritti scatena un sistema a doppio binario. Esaminiamo il fenomeno, selezionando le evidenze chiave scaturite dalle indagini giornalistiche, per comprendere gli ingranaggi reali che regolano il rapporto tra cittadini e servizi sanitari, delineando il modo in cui il diritto universale alla cura viene progressivamente eroso, mentre pochi soggetti consolidano posizione e guadagni.

Come funziona davvero il sistema: liste d’attesa, opportunità di guadagno e norme aggirate

L’architettura attuale del sistema sanitario nazionale prevede che le prestazioni privatistiche dei medici pubblici, note come libera professione intramoenia, non debbano mai superare il volume dell’attività svolta per il servizio pubblico, come imposto dal decreto legislativo 229/1999. La ratio normativa era chiara: ridurre progressivamente le liste d’attesa, impedendo che il privato fagocitasse il pubblico. In realtà, accade spesso il contrario.

I dati ufficiali e le testimonianze raccolte dimostrano che, nelle principali strutture ospedaliere, le visite e gli esami in libera professione raggiungono percentuali altissime rispetto a quanto dovrebbe accadere secondo la legge. Ad esempio, tra gennaio e settembre 2025:

  • Cardarelli di Napoli, colonscopie in libera professione: 98%
  • Besta di Milano, ecografie osteoarticolari: 90%
  • Ifo di Roma, risonanze magnetiche: 85%
Struttura Percentuale attività privata
Azienda Ospedaliera Universitaria Padova 84% (prime visite cardiologiche)
Toscana Sud-Est 70% (prime visite ginecologiche)
San Martino di Genova 66% (prime visite neurologiche)
Questa tendenza si spiega con due elementi chiave:
  • Mancata copertura dei bisogni pubblici: Il servizio nazionale spesso non riesce a soddisfare la domanda di visite ed esami nei tempi stabiliti, allungando le attese.
  • Opportunità di guadagno aggiuntivo: I medici pubblici sfruttano la domanda inevasa intercettando privatamente i pazienti, all’interno delle stesse strutture, ma anche fuori regione o presso ambulatori privati.
Il risultato è un sistema distorto in cui il cittadino paga due volte: prima attraverso la fiscalità generale e poi direttamente, se vuole garanzie e tempi di accesso accettabili. La debolezza degli strumenti di regolazione e la mancanza di controlli incisivi consente al privato di espandersi proprio dove le difficoltà del pubblico sono più evidenti.

Il circolo vizioso tra pubblico e privato: esempi concreti dai documenti riservati

Dalla documentazione riservata del Ministero della Salute, analizzata da Gabanelli e Ravizza, emerge un sistema di incentivi che autoalimenta le storture tra settore pubblico e privato. Il primo livello del circolo vizioso riguarda la progressiva incapacità del sistema sanitario di garantire cure tempestive, lasciando spazio a una domanda che viene dirottata sulla libera professione a pagamento. Il secondo livello coinvolge i privati accreditati, che ricevono metà delle proprie entrate dal servizio sanitario, ma guidano la propria attività sempre di più verso prestazioni remunerative e privatistiche.

Ecco alcune delle conseguenze più evidenti di questo meccanismo:

  • Il ricorso massiccio dei pazienti alla libera professione permette l’accesso privilegiato agli interventi chirurgici, spesso aggirando le liste d’attesa per il servizio nazionale.
  • I medici pubblici esercitano attività privata dentro e fuori gli ospedali, con la possibilità di indirizzare i pazienti dove risultano maggiori i vantaggi economici.
  • Le strutture private accreditate sfruttano personale del pubblico, ma orientano sempre più la strategia sulle prestazioni a pagamento.
Questa commistione determina una progressiva intensificazione dei tempi d’attesa nel settore pubblico, poiché spesso le energie migliori e le fasce orarie più profittevoli sono destinate all’attività privatistica. Al contempo, le normative esistenti vengono sistematicamente eluse: chi dovrebbe controllare e sanzionare l’eccesso di lavoro privato rispetto al pubblico ha pochi strumenti, oppure rinuncia a intervenire per non intaccare equilibri consolidati.

La spirale di inefficienza, che penalizza soprattutto le fasce più deboli della popolazione, diventa ogni anno più marcata. La sostanziale ignoranza o sottoutilizzo di strumenti previsti dalla legge per tutelare il cittadino (come il diritto a ottenere la prestazione nei tempi stabiliti pagando solo il ticket se l’attesa si prolunga), peggiora ulteriormente lo scenario.

Il caso Rizzoli di Bologna: tra eccellenza ortopedica e crisi di sistema

L’Istituto Ortopedico Rizzoli si colloca tra le realtà di eccellenza a livello nazionale e internazionale, ma rappresenta anche un esempio paradigmatico delle contraddizioni sistemiche della sanità attuale. Con 374 posti letto e circa 150.000 pazienti all’anno, l’attrazione di flussi da tutta Italia ha prodotto un sovraccarico che mette in crisi i cittadini residenti in Emilia-Romagna.

Un dato significativo riguarda la mobilità dei pazienti:

  • Tra gennaio 2024 e agosto 2025: 54% dei ricoveri per ortopedia e traumatologia sono di cittadini emiliano-romagnoli, ben 46% provengono dal resto d’Italia.
L’offerta di servizi in libera professione fuori sede – 19 équipe che visitano in 77 ambulatori privati sparsi per il Paese – è consentita dal quadro normativo per casi di alta specializzazione, ma finisce per generare un doppio effetto:
  • Da un lato, è garantita l’eccellenza clinica e chirurgica, con benefici per pazienti da tutta Italia.
  • Dall’altro, si rompe l’equilibrio dei posti letto regionali, perché flussi di pazienti extraregionali di queste proporzioni fanno saltare il meccanismo di programmazione.
Secondo il DM 70/2015, i posti letto dovrebbero servire soprattutto la popolazione locale. Ma quando quasi metà dei ricoveri arriva da altre regioni, la programmazione salta. Per i pazienti emiliani, questo genera attese anche superiori a un anno per la sostituzione di un’anca (fino a 490 giorni) e fino a 18 mesi per il ginocchio. La denuncia del governatore de Pascale (“Non riusciamo più a soddisfare i nostri cittadini”) fotografa l’insostenibilità dell’attuale gestione.

L’attrattività dell’istituto, motivo di orgoglio e di sviluppo, rischia così di trasformarsi in un fattore di crisi interna quando le eccezioni normate si consolidano in regole operative ordinarie: l’interesse a sostenere il volume di pazienti da fuori regione finisce per limitare l’accesso dei residenti e aggravare gli squilibri.

L’ascesa di Humanitas a Milano: il pubblico che alimenta il business privato

Il gruppo Humanitas, secondo per dimensioni in Lombardia dopo il gruppo San Donato, rappresenta l’esempio più evidente di come il denaro pubblico contribuisca a espandere il business privato. Con 759 posti letto e oltre 2,3 milioni di prestazioni annue, l’ospedale di Rozzano nel 2024 ha fatturato 627 milioni di euro, segnando una crescita più che tripla nella sfera privata rispetto a quella pubblica: +15,5 milioni contro +4,9 milioni derivanti dal Servizio sanitario nazionale.

Il 26 giugno 2025 l’acquisizione della maggioranza della Columbus Clinic Center – struttura integralmente privata e fuori dal circuito delle convenzioni pubbliche – segna una svolta: ora più di 130 medici provenienti dagli ospedali pubblici di Milano operano nella clinica, rendendo di fatto ordinaria una soluzione che dalle leggi dovrebbe essere eccezionale.

La legislazione (Legge 120/2007) consente l’esercizio esterno solo in mancanza di spazi aziendali idonei, ma nel caso Humanitas la pratica diventa sistematica. Le collaborazioni e le prenotazioni sono gestite con rimando diretto tra le strutture, rivelando una osmosi tra pubblico e privato che, se da un lato può potenziare l’offerta, dall’altro rischia di svuotare il senso stesso della tutela universale. I medici pubblici garantiscono fatturato aggiuntivo alle cliniche private, mentre le risorse e le energie sottratte agli ospedali pubblici finiscono per tradursi in ulteriori allungamenti delle liste d’attesa per i cittadini.

Le leggi disattese e i meccanismi che ostacolano il diritto alla cura

Il quadro normativo sembrerebbe offrire tutele solide: quando i tempi previsti sono sforati, il cittadino ha diritto a ricevere la prestazione presso il pubblico pagando solo il ticket, oppure la Regione deve attivarsi per ottenere l’ausilio dei privati accreditati. Tuttavia, l’applicazione di queste norme resta largamente disattesa o sconosciuta. Il problema non è l’assenza di regole, ma il mancato rispetto sistematico delle stesse.

  • Decreto legislativo 229/1999: limite alle attività private rispetto a quelle istituzionali, sistematicamente superato.
  • DM 70/2015: previsioni sulla programmazione dei posti letto, spesso disattese dove la mobilità extraregionale supera la soglia fisiologica.
  • Decreto-legge 124/1998 e DL 73/2024: diritto al ticket in caso di mancato rispetto dei tempi di attesa, applicazione episodica e ostacolata da scarsa informazione ai cittadini.
Inoltre, i controlli sulle strutture risultano insufficienti. Chi dovrebbe vigilare sull’attività privata rispetto a quella pubblica spesso ha strumenti limitati o non esercita appieno il proprio dovere, data la complessità del sistema e la presenza di interessi consolidati. Gli sportelli “SOS liste d’attesa”, in alcune realtà come le Acli, offrono supporto ma rappresentano più che altro tentativi di supplire alle carenze istituzionali, piuttosto che soluzioni strutturali.

Chi paga davvero il prezzo del sistema attuale?

L’impatto più grande della spirale lististica e privatistica ricade sui cittadini che si trovano costretti a scegliere tra pagare di tasca propria per l’accesso rapido alle cure, oppure rinunciare o attendere tempi spesso incompatibili con il proprio stato di salute. Il principio di uguaglianza sancito dall’articolo 32 della Costituzione viene rimesso in discussione ogni volta che una legge rimane lettera morta e che equità e universalità della cura cedono il passo alla logica dell’incasso.

Se il diritto alla salute appare teoricamente garantito, nella pratica quotidiana l’effettività di questo diritto arretra. Il peso di una sanità che gira su un meccanismo d’interessi personali e assenza di vigilanza ricade soprattutto sulle fasce più vulnerabili, sugli anziani e sui giovani che non dispongono delle risorse per ricorrere al privato.

Basta consultare i dati sulle liste d’attesa, sulle migliaia di cittadini che ogni giorno rinunciano alle cure, per comprendere quanto sia urgente ristabilire un equilibrio tra pubblico e privato e garantire per tutti il rispetto delle norme. Fino a quando la situazione resterà invariata, il prezzo più alto continueranno a pagarlo proprio coloro che la sanità dovrebbe tutelare.






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