L’Indicatore della Situazione Economica Equivalente (ISEE) rappresenta uno strumento fondamentale per accedere a una vasta gamma di benefici economici e sociali: dalle agevolazioni fiscali ai contributi per studenti e famiglie. Proprio grazie al suo impatto sulle graduatorie di accesso a servizi e bonus, nel tempo non sono mancate tentazioni e pratiche scorrette volte a manipolarne il valore per ottenere vantaggi non spettanti. L’ISEE è infatti calcolato sulla base di una dichiarazione sostitutiva unica (DSU) nella quale il cittadino inserisce dati patrimoniali, reddituali e familiari, dati che vengono poi verificati dagli enti preposti. La possibilità di autodichiarare le informazioni ha portato una minoranza a dichiarazioni non del tutto veritiere, favorendo la diffusione di comportamenti che oscillano tra il lecito e l’illegale.
Come funziona l’ISEE e perché alcuni tentano di falsificarlo
L’ISEE si basa su una formula che somma i redditi e i patrimoni del nucleo familiare (inclusi immobili, investimenti, conti e altri cespiti) e li rapporta al numero dei componenti tramite specifiche scale di equivalenza. La dichiarazione fa riferimento alla situazione economica di due anni prima rispetto all’anno di richiesta: ad esempio, per la DSU presentata nel 2026, i dati reddituali e patrimoniali di riferimento saranno quelli del 2024.
Le famiglie dichiarano tali dati mediante la Dichiarazione Sostitutiva Unica (DSU), spesso con il supporto dei CAF, che si limitano a recepire quanto trasmesso dal dichiarante. L’importanza di questo indicatore risiede nella sua funzione di porta d’accesso a servizi come bonus sociali, agevolazioni universitarie, sussidi e esenzioni, ragione per cui emerge il tentativo di ottenere un valore ISEE più basso.
Alcuni soggetti, mossi dalla prospettiva di guadagni tangibili (a volte nell’ordine di migliaia di euro annui), ricercano vie per ridurre l’indicatore, non sempre lecite. Le motivazioni più diffuse sono:
- Desiderio di accedere a prestazioni sociali non spettanti.
- Ottenere uno sconto maggiore sulle rette universitarie o sulle tasse scolastiche.
- Riduzione della pressione fiscale o ottenimento di bonus legati al reddito e patrimonio.
Nonostante la presenza di strategie legali per ottimizzare il valore, i tentativi di
falsificazione del modello dipenddono anche dalla percezione di una presunta difficoltà di controllo da parte delle autorità. In realtà,
gli strumenti di verifica si sono notevolmente evoluti negli ultimi anni. Dichiarazioni infedeli, omissioni patrimoniali e fittizi cambi di residenza, pur se a volte praticati, sono oggi soggetti a rischi concreti di individuazione e sanzione.
I sistemi più utilizzati nella falsificazione dell’ISEE
Le modalità attraverso cui alcuni contribuenti cercano di alterare l’indicatore ISEE sono molteplici, dall’alterazione di dati patrimoniali o reddituali, fino alla manipolazione dell’anagrafe familiare. Si tratta di tecniche che vanno valutate sia in termini di frequenza che di gravità delle violazioni. Ecco una panoramica delle pratiche più ricorrenti:
- Cambio fittizio di residenza per escludere membri economicamente solidi dal nucleo familiare.
- Omissione di fonti di reddito (lavoro dipendente, autonomo o rendite diverse).
- Nascondere una parte del patrimonio, ad esempio non dichiarando conti esteri o polizze assicurative.
- Cointestazioni opportunistiche di conti correnti per abbassare la giacenza media attribuibile all’ISEE.
- Utilizzo improprio di strumenti finanziari ibridi, per schermare la disponibilità economica reale.
Questi comportamenti possono sembrare, all’apparenza, difficili da individuare, ma i recenti
miglioramenti nei controlli incrociati tra INPS, Agenzia delle Entrate e sistemi bancari hanno sensibilmente aumentato i tassi di individuazione delle irregolarità. Di seguito vengono analizzati nel dettaglio i principali sistemi utilizzati.
Manipolazione del nucleo familiare e falsa residenza
L’alterazione della composizione del nucleo familiare risulta uno dei metodi più diffusi per abbassare il valore dell’indicatore. Spesso si tratta di effettuare un fittizio cambio di residenza da parte di componenti che determinerebbero un aumento dell’indice a causa del loro reddito o patrimonio. L’idea alla base è far risultare che una persona con elevata disponibilità economica non vive più con il resto della famiglia, riducendo così sensibilmente il computo complessivo.
- Spostamento fittizio della residenza di figli lavoratori o con patrimoni consistenti.
- Fittizia separazione anagrafica tra coniugi o parenti conviventi, pur permanendo di fatto nella stessa abitazione.
Questi comportamenti, oltre ad essere espressamente vietati, sono facilmente rilevabili grazie ai controlli incrociati su utenze (acqua, luce, gas), movimenti bancari e verifica dei consumi, oltre a possibili accertamenti diretti tramite la polizia municipale.
La dichiarazione falsa di residenza costituisce reato di falsità ideologica in atto pubblico (art. 483 c.p.) e può comportare reclusione fino a due anni, oltre all’obbligo di restituzione dei benefici non spettanti. Gli enti sono oggi in grado di
monitorare stile di vita e reali abitudini abitative, annullando ogni reale vantaggio di tali stratagemmi illeciti.
Omissioni e alterazioni nei dati patrimoniali e reddituali
Un altro sistema frequentemente adottato riguarda l’occultamento o la dichiarazione parziale dei patrimoni e dei redditi. Il meccanismo si basa su:
- Omissione di conti correnti, depositi o investimenti, soprattutto quelli all’estero o di difficile tracciabilità.
- Alterazione dei valori dichiarati (esempio: riduzione della giacenza media tramite simulazioni di prelievi o trasferimenti poco prima della data di riferimento).
- Non dichiarazione di polizze assicurative e prodotti finanziari che, pur rientrando tra i cespiti patrimoniali, vengono omessi.
Queste condotte possono comprendere il
mancato inserimento di immobili detenuti tramite usufrutto o donazione simulata, la sottostima degli introiti da affitto e la dichiarazione incompleta dei redditi percepiti da attività lavorative non regolari. L’attività di verifica, in questi casi, fa ricorso a
banche dati di sistema, controlli bancari e confronti con l’Anagrafe Tributaria, che rendono molto difficile la permanenza di tali omissioni senza conseguenze.
Stratagemmi illeciti: cointestazioni, polizze e conti esteri
Esistono poi altri sistemi impiegatiper falsificare i dati nell'Isee, come:
- Cointestazioni di conti correnti con soggetti esterni al nucleo familiare, in modo da ridurre la giacenza dichiarabile (ad esempio, con divisione automatica dei saldi fra più intestatari).
- Spostamento di fondi su conti esteri non dichiarati nella DSU, inclusi piccoli trasferimenti fra banche e piattaforme online (come Paypal).
- Acquisto temporaneo di polizze vita o altri prodotti ibridi il cui saldo non venga considerato, formalmente, nella valutazione patrimoniale.
Emissione di assegni circolari non incassati, donazioni simulate o schermature societarie sono inoltre accorgimenti a volte utilizzati per rendere indisponibili somme che, in realtà, rimangono nella piena disponibilità del dichiarante.
I controlli e gli accertamenti dell’INPS e Agenzia delle Entrate
Per evitare i tentativi di falsificazione dell'Isee e scovare i furbetti, INPS e Agenzia delle Entrate dispongono oggi di strumenti avanzati per l'accertamento delle dichiarazioni ISEE, grazie all’integrazione delle banche dati e all’elaborazione automatizzata degli incroci informativi. I controlli possono essere:
- Formali: verifica della coerenza tra dati dichiarati nella DSU e quelli registrati nelle banche dati (Anagrafe Tributaria, Catasto, patrimoni finanziari, ecc.).
- Sostanziali: accertamenti selettivi condotti dalla Guardia di Finanza per riscontrare la reale composizione del nucleo familiare e il tenore di vita.
I controlli vengono effettuati sia a campione sia su segnalazione e riguardano anche il confronto tra dichiarazioni nel tempo (ad esempio, differenze anomale fra una DSU e la successiva). Grazie alla
digitalizzazione dei dati e all’interconnessione delle banche dati, è possibile identificare situazioni sospette o incoerenti (come le anomalie nei consumi di utenze, le variazioni anomale dei patrimoni, i flussi bancari verso l’estero).
La normativa vigente prevede che gli accertamenti possano essere condotti fino a cinque anni per la restituzione delle somme indebitamente percepite e fino a sette anni sul piano penale. Le sanzioni possono essere attivate anche a distanza di tempo dall’ottenimento del beneficio irregolare, rendendo elevato il rischio di essere scoperti anche dopo anni.
I rischi: sanzioni amministrative, penali e conseguenze pratiche
Le conseguenze della presentazione di una DSU non veritiera sono particolarmente rilevanti. Laddove venga accertata la mendacità anche parziale delle dichiarazioni, il titolare è soggetto a :
- Restituzione integrale delle somme percepite indebitamente, maggiorate di interessi e sanzioni.
- Pagamento di multe amministrative che possono arrivare a tre volte il beneficio ottenuto.
- Interdizione dalla richiesta di ulteriori prestazioni agevolate per periodi anche di cinque anni.
- Sanzioni penali: ai sensi dell’art. 316-ter c.p. si applica la reclusione da sei mesi a tre anni in presenza di importi percepiti superiori a circa 4.000 euro.
- Se il beneficio ottenuto è inferiore, si applicano comunque sanzioni amministrative e resta traccia di illecito nei confronti della pubblica amministrazione.
Nei casi più gravi, le condotte illecite si configurano come
truffa ai danni dello Stato o come
falsità ideologica commessa dal privato in atto pubblico secondo l’art. 483 del Codice Penale, aggravando ulteriormente le pene.
Procedure di pignoramento, iscrizioni ipotecarie e blocco dei conti bancari sono strumenti già applicati dagli organi di riscossione nelle situazioni di indebita erogazione di benefici. Vi è inoltre la possibilità che, in caso di dichiarazione falsa di residenza, la reclusione prevista sia innalzata fino a due anni (sei se si configura anche la truffa).
| Tipo di sanzione |
Effetti previsti |
| Amministrative |
Restituzione somme, sanzioni pecuniarie, interdizione benefici |
| Penali |
Reclusione 6/36 mesi, multa 51-1.032€, carico penale |
Oltre a ciò, la perdita dell’agevolazione (come bonus o esenzioni universitarie) può avere effetti retroattivi fino a cinque anni.
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