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Decreto 1 maggio 2026 sul lavoro, cosa ci sarà e per chi secondo le ultime indiscrezioni

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di Dott.ssa Marianna Bassetti pubblicato il

Tra cambiamenti previsti dal Decreto Primo Maggio 2026, approfondiamo le ultime indiscrezioni su bonus assunzionali per giovani e donne, novità salariali, rinnovo dei contratti e nuovi strumenti di welfare.

Un nuovo decreto legge sul lavoro è alle porte e, secondo le ultime indiscrezioni, riscriverà numerosi equilibri nel panorama occupazionale italiano. Il tema è già fonte di ampio dibattito e alimenta aspettative crescenti tra aziende e lavoratori, determinando una tensione che riflette, da un lato, criticità vecchie e nuove (tra rinnovi contrattuali bloccati e salario minimo mancato), e, dall’altro, la promessa di interventi strutturali che potrebbero ridefinire i meccanismi di promozione dell’occupazione e della tutela salariale.

Il provvedimento, stando alle bozze circolate, dovrebbe contenere almeno tre grandi direttrici:

  • la stabilizzazione e il rafforzamento dei bonus assunzionali per giovani e donne;
  • un nuovo pacchetto incentivi a sostegno dell’occupazione, con particolare attenzione al rinnovo dei contratti e ai meccanismi di crescita salariale;
  • l’introduzione, o la proroga, di strumenti fiscali e di welfare aziendale orientati all’aumento dei salari reali e alla promozione dell’inclusione lavorativa.
La platea dei destinatari sarà ampia: giovani, donne, dipendenti in attesa di rinnovo contrattuale, datori di lavoro pubblici e privati. Tuttavia, permangono incertezze legate alle coperture finanziarie ancora non definite – rischio che alcune delle misure restino promesse senza reale attuazione.

L’approccio scelto dal governo, basato sul rafforzamento della contrattazione collettiva come perno della tutela salariale (anziché un salario minimo per legge), mantiene vivo lo scontro tanto tra le parti sociali, quanto tra maggioranza e opposizione politica. Il contesto è reso ancor più complesso da dinamiche macroeconomiche come il permanere di un’inflazione elevata e la perdita di potere d’acquisto nel lavoro dipendente.

Si sta dunque delineando una “mini-legge di Bilancio” sul lavoro, destinata ad agire attraverso bonus mirati, misure temporanee ma con l’ambizione (almeno in alcuni casi) di una strutturalità futura. L’efficacia degli interventi dipenderà dalla loro reale sostenibilità economica e dalla capacità di rispondere a esigenze concrete: aumento dell’occupazione stabile, tutela del reddito, riduzione degli squilibri di genere e generazionali.

Bonus assunzionali e incentivi strutturali per giovani e donne: come cambieranno dal 1° maggio

L’agevolazione per l’assunzione di giovani under 35, scaduta a fine aprile, si avvia verso una possibile stabilizzazione. Negli ultimi anni, questa misura si è dimostrata uno degli strumenti più efficaci per promuovere il ricambio generazionale, favorendo rapporti di lavoro a tempo indeterminato e, almeno nelle aree svantaggiate, un’inversione nella decrescita occupazionale.

I dettagli previsti dalle indiscrezioni mostrano una struttura articolata:

  • Esonero contributivo fino a 24 mesi per assunzioni/trasformazioni a tempo indeterminato di giovani fino a 35 anni;
  • sgravio pari al 70% dei contributi per assunzioni dal 1° gennaio al 30 aprile 2026;
  • aliquota dello 100% se l’assunzione determina un incremento occupazionale netto, calcolato mensilmente rispetto alla media degli ultimi 12 mesi;
  • tetto massimo dell’esonero: 500 euro mensili in tutta Italia, elevato a 650 euro mensili nelle regioni del Sud e in Marche e Umbria;
  • nessuna sovrapposizione tra esonero e altri incentivi pubblici per i medesimi rapporti di lavoro.
Importante sottolineare che l’estensione strutturale del bonus gioverebbe alla stabilità prospettica di tante PMI e imprese medio-grandi che hanno pianificato la crescita sull’impatto di queste misure.

L’occupazione femminile riceverà una spinta ulteriore: secondo le bozze, anche per le donne resta una platea ampia (l’incentivo è prorogato almeno fino a fine anno, anche nelle Marche e Umbria), con un’unica condizione: l’aumento netto della forza lavoro rispetto al periodo precedente.

I dati INPS più recenti testimoniano come il ricorso ai bonus assunzionali abbia prodotto nel 2025:

  • 105.855 rapporti di lavoro incentivati per gli under 35 (+41,8% rispetto all’anno precedente);
  • 68.234 contratti incentivati per le donne (+3,7% su base annua).
Tra le innovazioni più discusse:
  • incentivo confermato anche per trasformazioni di rapporto da determinato a indeterminato;
  • criteri di accesso più stringenti, con controlli mirati sull’effettivo incremento occupazionale;
  • maggiore attenzione al lavoro stabile nelle aree a rischio desertificazione produttiva.
Principali errori riscontrati in fase attuativa:
  • assunzioni con esonero senza rispetto dell’incremento netto: frequente causa di recupero degli importi da parte degli enti previdenziali;
  • errata cumulabilità con altri incentivi, specialmente a livello regionale;
  • configurazione di rapporti solo formalmente stabili, ma di fatto precari (ad esempio tramite job rotation o somministrazione reiterata);
  • confusione tra gli sgravi per giovani e donne e le misure ZES unificate, che hanno regole differenti.
Cosa possono fare concretamente aziende e lavoratori in vista della nuova disciplina:
  • verificare ex ante la sussistenza dei requisiti per il bonus, specie sulla crescita netta della forza lavoro;
  • monitorare con precisione le adesioni precedenti, onde evitare duplicazioni di incentivo;
  • documentare bene le assunzioni e la conservazione dei requisiti, anche a distanza di mesi dal rapporto instaurato;
  • prestare attenzione alle condizioni regionali e settoriali che possono cambiare a ogni proroga o riforma.
L’impianto generale promette una semplificazione procedurale e una maggiore trasparenza nell’assegnazione degli sgravi, anche grazie all’integrazione progressiva dei dati INPS e dei portali lavoro.

Fra le proposte allo studio:

  • portabilità degli incentivi in caso di cambio azienda, specie per i lavoratori con percorsi di formazione professionalizzante;
  • tutela dei rapporti avviati prima della nuova disciplina, per evitare effetti “retroattivi” sfavorevoli ai soggetti già incentivati.
L’impatto combinato delle misure sarà, secondo le analisi, più forte nei territori del Centro-Sud e nei comparti privati a basso tasso di indeterminato, dove le fasce giovanili e femminili continuano a soffrire tassi di occupazione inferiori alla media europea.

Rinnovo dei contratti, misure salariali e nuovi strumenti di welfare: opportunità e criticità dell’impianto normativo

Il nuovo quadro normativo che si sta delineando attribuisce particolare importanza al rinnovo dei contratti collettivi nazionali di lavoro (CCNL), alla questione salariale e al consolidamento dei welfare benefit, con l’obiettivo dichiarato di rafforzare diritti, tutele e potere d’acquisto dei lavoratori italiani.

Nei dettagli:

  • Per incentivare la tempestiva chiusura dei rinnovi contrattuali, dal sesto mese di “vacanza” contrattuale è prevista l’erogazione di un’indennità provvisoria ai lavoratori interessati, pari al 30% del tasso di inflazione programmata, applicata ai minimi retributivi Nazionali.
  • Dopo dodici mesi senza rinnovo, la quota aumenterebbe al 60% dello stesso parametro.
Va sottolineato che l’Istat stima siano almeno 5,5 milioni i lavoratori con contratto scaduto, e la media di attesa dei rinnovi supera attualmente i 18,9 mesi. L’indennità, pur attenuando la perdita di potere d’acquisto, rimane influenzata dalla discrepanza tra inflazione programmata e reale.
Tabella: indennità vacanza contrattuale (proposta 2026)
Dopo 6 mesi dal termine CCNL 30% indice inflazione programmata
Dopo 12 mesi dal termine CCNL 60% indice inflazione programmata

Accanto all’indennità, la bozza del decreto propone proroghe e innalzamento di misure fiscali e di welfare:

  • imposta sostitutiva del 5% sui rinnovi contrattuali stipulati dal gennaio 2024, applicata a dipendenti con reddito annuale sotto i 33.000 euro (confermata dal 2027);
  • conferma della tassazione agevolata all’1% su premi di produttività e partecipazione agli utili (fino a 5.000 euro) estesa al 2028;
  • detassazione al 15% per emolumenti correlati a lavoro notturno, turni, festività e straordinari fino a 1.500 euro l’anno, per chi ha un reddito annuo fino a 40.000 euro;
  • porta il limite dei fringe benefit a 3.000 euro per tutti i dipendenti (rispetto agli attuali 1.000/2.000 euro), accrescendo la leva del welfare aziendale.”
Non meno significative le altre leve proposte:
  • Welfare aziendale portabile: le prestazioni (come buoni pasto, servizi alla famiglia, sanità integrativa) potrebbero, in futuro, essere trasferite se il lavoratore cambia datore di lavoro, collegandole a piattaforme bilaterali o fondi previsti dai CCNL;
  • Cresce la soglia di esenzione fiscale per la sanità integrativa: i contributi alla sanità integrativa non concorrono a formare reddito entro i 500 euro annui;
  • Credito d’imposta al 20% sui costi sostenuti dal datore per prestazioni di welfare legate a sostegno della genitorialità, natalità e alla formazione dei figli.
L’obiettivo di fondo è quello di allineare gradualmente la contrattazione collettiva alla realtà europea – senza introdurre però un salario minimo fissato per legge, ma qualificando i CCNL sottoscritti da organizzazioni «comparativamente più rappresentative» come riferimento salariale.

Proprio la definizione di rappresentanza e la scelta di non stringere le maglie su quali contratti siano validi sta creando non poche polemiche:

  • Le associazioni sindacali e le principali organizzazioni datoriali denunciano il rischio di una proliferazione di “contratti pirata”, ovvero accordi stipulati da sigle minori, con minori tutele e livelli retributivi più bassi;
  • Manca ancora un sistema condiviso che identifichi la reale rappresentatività dei firmatari dei CCNL depositati al CNEL (attualmente più di mille, non sempre pienamente aderenti ai settori reali).
Punti di attenzione e possibili criticità:
  • L’articolo sulla copertura finanziaria delle misure risulta ancora “vuoto” nelle bozze circolate: senza risorse certe e stanziamenti tracciabili, molte misure rischiano di restare annunci teorici.
  • Gli sgravi e i bonus fiscali tendono a favorire chi già accede a premi di produttività, contrattazione aziendale o welfare; restano più deboli per i soggetti al di fuori del secondo livello contrattuale e per chi non accede a sistemi di welfare aziendale (ad esempio nelle piccole imprese e nel lavoro non sindacalizzato).
  • Il settore pubblico viene attualmente escluso dall’applicazione delle misure più vantaggiose, lasciando indietro un bacino di lavoratori storicamente penalizzati nei rinnovi e nelle erogazioni premiali.
Consigli operativi per aziende e lavoratori che si confrontano con la nuova disciplina:
  • monitorare attentamente la scadenza dei CCNL e la situazione di vacanza contrattuale;
  • verificare la platea dei contratti applicati, assicurandosi che la controparte sia autenticamente rappresentativa;
  • gestire con attenzione la conversione di premi in welfare e la documentazione necessaria per usufruire delle detassazioni;
  • valutare attentamente la sostenibilità dei benefit aziendali in un contesto di incertezza sulle coperture.
Il quadro che emerge testimonia un tentativo di modernizzazione delle relazioni industriali italiane, ma sconta ancora incertezze sul piano normativo e delle risorse. La capacità di produrre effetti reali sui salari, sulla durata delle trattative e sulla diffusione del welfare dipenderà da scelte politiche ancora da consolidare.




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Dott.ssa Marianna Bassetti

La Dott.ssa Marianna Bassetti è una consulente esperta in ambito lavoro con oltre 10 anni di esperienza nel settore delle risorse umane. Laureata presso l’Università degli Studi di Milano in Giurisprudenza, attualmente opera a Milano e si è specializzata nell’analisi delle dinamiche lavorative dal punto di vista dei dipendenti, con particolare attenzione ai contratti collettivi e alle indennità...

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