Giulia ha 26 anni, Marco 33. Lavorano sei giorni su sette, hanno una casa di proprietà e 1.800 euro al mese. Eppure non possono permettersi un figlio. La storia di una coppia come tante.
Sulla carta, Giulia e Marco hanno fatto tutto nel modo giusto. Hanno studiato, trovato un lavoro e messo da parte i soldi per l’anticipo. Hanno firmato un mutuo e comprato casa. Eppure oggi, a 26 e 33 anni, hanno preso una decisione che nessuno dovrebbe prendere per ragioni di bilancio: rinunciare, almeno per ora, a un figlio.
I nomi sono di fantasia, ma la storia è reale nella sostanza, perché è quella di migliaia di coppie italiane. Sono famiglie che lavorano, non hanno sprechi e non vivono sopra le proprie possibilità. Semplicemente, con due stipendi che insieme arrivano a 1.800 euro al mese, il conto non torna.
Marco ha 33 anni e lavora in un’azienda di logistica alle porte di una grande città del Nord. Porta a casa circa 1.050 euro netti e lavora sei giorni su sette, tra turni, straordinari e qualche sabato che di fatto è obbligatorio. Giulia ha 26 anni e lavora in un negozio di abbigliamento di un centro commerciale, con un contratto a orario ridotto sulla carta e molto più lungo nella pratica. Guadagna circa 750 euro netti, e anche lei lavora sei giorni su sette, con la domenica che salta spesso per le aperture.
Il risultato è una coppia che vive sotto lo stesso tetto ma che si incrocia a colazione e a cena. Il giorno di riposo in comune è un lusso che capita forse due volte al mese. «Ci vediamo di più sulle chat di lavoro che a casa», ammette Giulia con un sorriso stanco.
Questo è il primo paradosso: lavorare quasi ogni giorno non basta a garantire serenità economica e spesso non si arriva a fine mese tranquillamente. Per molte famiglie italiane il problema non è la mancanza di impegno, ma il divario sempre più ampio tra il costo della vita e il livello dei salari.
Per capire perché questa coppia non riesce a respirare, bisogna guardare il bilancio familiare voce per voce. Ecco come si distribuiscono le entrate di Giulia e Marco in un mese normale:
In pratica, oltre il 70% del reddito è già impegnato prima ancora di fare la spesa. Non è una cattiva gestione, è una struttura di costi rigida in cui ogni euro ha già un destinatario. E basta una lavatrice che si rompe o una bolletta più alta del previsto per mandare tutto in tensione.
In Italia la casa di proprietà è sempre stata considerata la garanzia per eccellenza. Giulia e Marco ci hanno creduto, e lo rifarebbero. «Pagare un affitto ci sembrava buttare via i soldi», racconta Marco. «Con il mutuo almeno costruiamo qualcosa».
Il problema è che il mutuo è diventato un impegno enorme rispetto a due redditi modesti. Quando hanno firmato, le condizioni erano diverse e la prospettiva era di una crescita graduale dello stipendio. Quella crescita non c’è stata. Nel frattempo i prezzi di cibo, energia e servizi sono saliti, mentre le buste paga sono rimaste quasi ferme.
La casa è loro, o meglio sarà loro tra qualche decennio. Intanto è anche la voce di spesa che li rende meno flessibili: non possono cambiare città per un lavoro migliore, non possono permettersi di ridurre l’orario, non possono ammalarsi senza fare i conti.
C’è poi il capitolo dei finanziamenti, che per molte coppie giovani sono l’unica via per partire. L’auto, in un contesto in cui i mezzi pubblici non coprono il tragitto verso i luoghi di lavoro, non è un capriccio ma una necessità. Marco inizia il turno alle 6 del mattino in una zona industriale non servita dai mezzi.
I mobili sono stati pagati a rate con un finanziamento a tasso agevolato, comodo al momento dell’acquisto ma pesante nel lungo periodo. Una cucina, un divano e un letto: nulla di lussuoso, eppure sono 130 euro al mese per diversi anni, che si sommano a tutto il resto.
È il cosiddetto effetto cumulo: ogni singola rata sembra sostenibile, ma messe insieme erodono quasi del tutto il reddito disponibile. Quando arriva il momento di ragionare su un figlio, quelle rate pesano come un macigno.
Giulia e Marco desideravano un bambino. Ne parlavano già prima del matrimonio, e lo immaginavano come il passo naturale dopo la casa. Ma quando hanno provato a fare un conto serio, la realtà ha preso il sopravvento.
Un figlio significa spese nuove e continue: pannolini, latte, visite pediatriche, vestiti che durano pochi mesi, e poi asilo nido, che in molte città supera i 300 o 400 euro al mese. Significa anche meno ore di lavoro, almeno per un periodo, perché con entrambi i genitori fuori casa sei giorni su sette non c’è nessuno che possa occuparsene. E senza una rete di nonni vicini, la gestione quotidiana diventa quasi impossibile.
«Abbiamo fatto il calcolo più volte», dice Giulia. «Non ci stiamo. Se lascio il lavoro perdiamo 750 euro. Se lo tengo, dobbiamo pagare qualcuno che stia con lui. In entrambi i casi non ce la facciamo». Hanno quindi deciso di rimandare, forse per sempre. Non per mancanza di desiderio, ma per mancanza di soldi.
La vicenda di Giulia e Marco non è un caso isolato, è il volto concreto di un fenomeno nazionale. L’Italia vive da anni una crisi demografica profonda, con le nascite che toccano minimi storici e un numero medio di figli per donna intorno a 1,2, tra i più bassi d’Europa.
Spesso il dibattito pubblico attribuisce il calo delle nascite a cambiamenti culturali o a scelte individuali. Ma storie come questa mostrano un’altra faccia: molti italiani non rinunciano ai figli perché non li vogliono, ma perché non possono permetterseli. La denatalità è in larga parte una questione economica, legata a salari bassi, precarietà, costo della casa e carenza di servizi per l’infanzia.
Le coppie giovani si trovano strette in una morsa. Da un lato devono costruire la propria autonomia con redditi insufficienti, dall’altro la finestra biologica e lavorativa per diventare genitori è limitata. Rimandare, per molti, diventa rinunciare.
Che cosa servirebbe a Giulia e Marco per cambiare idea? Non servono miracoli, ma una serie di condizioni concrete che renderebbero la scelta più sostenibile:
Nell’attesa di risposte strutturali, esistono alcune strategie che le famiglie possono valutare per migliorare il proprio bilancio:
La Dott.ssa Marianna Bassetti è una consulente esperta in ambito lavoro con oltre 10 anni di esperienza nel settore delle risorse umane. Laureata presso l’Università degli Studi di Milano in Giurisprudenza, attualmente opera a Milano e si è specializzata nell’analisi delle dinamiche lavorative dal punto di vista dei dipendenti, con particolare attenzione ai contratti collettivi e alle indennità...