La previdenza complementare è uno strumento prezioso per integrare una pensione pubblica che per molti sarà insufficiente ma bisogna saper scegliere bene, valutando ogni aspetto di tutti i prodotti disponibili, per non correre il rischio di perdere soldi
La previdenza complementare italiana ha un problema che quasi nessuno conosce davvero: i costi. Non sono i mercati il principale nemico del capitale pensionistico di milioni di lavoratori italiani. Sono le commissioni, silenziose, stabili, prevedibili, che anno dopo anno sottraggono rendimento, abbattono la base imponibile per gli interessi futuri e alla fine consegnano una prestazione molto più bassa di quella che si sarebbe potuta ottenere scegliendo diversamente. I numeri della COVIP, l'authority di vigilanza sul settore, parlano chiaro: un minor costo annuo dell'1% su un orizzonte di 35 anni si traduce in una prestazione finale più alta del 18-20%. Una cifra che dovrebbe far riflettere chiunque abbia aperto un Piano Individuale Pensionistico pensando di aver fatto la scelta giusta.
Non tutti i fondi pensione costano uguale. Anzi, la differenza tra le varie tipologie disponibili sul mercato italiano è abissale, e non riflette affatto la qualità del servizio o la superiorità dei rendimenti.
Secondo i dati della Relazione Annuale COVIP 2024, l'Indicatore Sintetico dei Costi (ISC) su un orizzonte di 10 anni si attesta mediamente allo 0,47% per i fondi negoziali, quelli nati dalla contrattazione collettiva tra sindacati e datori di lavoro. Salgono all'1,36% i fondi aperti, gestiti da banche, SGR e assicurazioni. Ma è la terza categoria a far segnare il dato più preoccupante: i PIP, i Piani Individuali Pensionistici, arrivano a un ISC medio del 2,17%.
Apparentemente sono frazioni di punto percentuale. Ma applicato su venti, trenta, trentacinque anni di accumulo, quel 2,17% è una macchina da guerra contro il risparmio previdenziale. La COVIP lo ha calcolato con precisione: un ISC del 2% invece che dell'1% riduce il capitale accumulato dopo 35 anni di partecipazione di circa il 18-20%. Tradotto: su un montante finale ipotetico di 200.000 euro, significano tra i 36.000 e i 40.000 euro in meno. Non per una crisi finanziaria, non per una cattiva gestione dei mercati. Solo per i costi.
Il meccanismo che sta dietro a questo impoverimento silenzioso è quello che gli esperti chiamano "effetto erosione". Ogni anno i costi riducono il capitale su cui il fondo genera profitti. L'anno successivo il rendimento matura su una base già decurtata, e così via in un circolo vizioso che si autoalimenta per decenni. Non è un problema che si avverte anno per anno. Si manifesta tutto alla fine, quando è troppo tardi per rimediare.
Un esempio concreto chiarisce meglio di qualunque formula. Chi versa 200 euro al mese per 30 anni nello stesso fondo, ma su due linee di investimento diverse per struttura di costo, può ritrovarsi con decine di migliaia di euro in più o in meno. I costi sono l'unica variabile certa dei rendimenti futuri, e agiscono sempre contro l'aderente.
La struttura di costo elevata dei PIP non è casuale. Questi prodotti sono commercializzati da compagnie di assicurazione attraverso reti di agenti e consulenti che vengono remunerati con commissioni incorporate nei costi del prodotto. È la combinazione tra il margine di profitto dell'assicuratore e la remunerazione della rete distributiva a generare i costi più alti tra tutte le forme pensionistiche complementari disponibili. In sintesi, chi compra un PIP non paga solo per la gestione del proprio capitale: paga anche chi glielo ha venduto, per tutta la durata del contratto.
Se i costi sono il problema strutturale, i rendimenti dei PIP obbligazionari nell'ultimo decennio ne rappresentano l'esito più eclatante. La stragrande maggioranza di questi comparti ha chiuso in perdita l'arco temporale monitorato dalla COVIP. Il motivo è duplice: da un lato, il decennio 2014-2023 ha coinciso con una fase prolungata di tassi di interesse prossimi allo zero o negativi, che ha compresso al minimo i margini di guadagno sui titoli obbligazionari. Dall'altro, la stretta monetaria del 2022-2023, resa necessaria dall'impennata dell'inflazione post-crisi ucraina, ha causato un crollo generalizzato dei prezzi dei bond, colpendo duramente i portafogli obbligazionari.
Il risultato è che i PIP obbligazionari si sono trovati stretti in una morsa: rendimenti lordi già bassi o negativi, ulteriormente erosi da costi tra i più alti del mercato. Nessun fondo obbligazionario misto è riuscito a coprire dall'inflazione i propri sottoscrittori nell'ultimo decennio. Chi aveva scelto questi prodotti confidando nella loro prudenza si è ritrovato con un capitale reale più basso di quello versato.
Non va meglio per i PIP a gestione separata, i prodotti che offrono la garanzia di restituzione del capitale. Oltre la metà di questi strumenti non è riuscita a coprire dall'inflazione il sottoscrittore nel decennio esaminato. E non è difficile capire perché: circa un terzo dei PIP garantiti applica costi annui superiori al 2%, un livello incompatibile con i rendimenti delle gestioni separate, che si muovono spesso su valori prossimi a quella soglia o al di sotto.La garanzia del capitale è rassicurante psicologicamente, ma nasconde un'insidia: in termini reali, dopo inflazione e commissioni, il capitale può comunque diminuire di valore. Chi ha scelto un PIP garantito a 30 o 35 anni dalla pensione ha rinunciato a decenni di capitalizzazione azionaria per un prodotto che, nei fatti, ha consegnato meno del necessario.
La distanza tra PIP e fondi negoziali non riguarda solo i costi. A parità di linea di investimento, un lavoratore iscritto a un PIP azionario cede ogni anno oltre 2 punti percentuali di rendimento netto rispetto a un iscritto al fondo negoziale del proprio settore. Nei comparti azionari su orizzonte decennale, il differenziale ISC tra PIP e fondi negoziali supera i 2,24 punti percentuali, stando ai dati COVIP.
Questa differenza, moltiplicata per trent'anni, produce risultati straordinari: su versamenti identici, con rendimenti lordi identici, il fondo negoziale può accumulare decine di migliaia di euro in più. E in molti casi l'adesione al fondo negoziale porta con sé il contributo aggiuntivo del datore di lavoro, tipicamente tra l'1% e l'1,5% della retribuzione lorda annua, che va perso per chi sceglie un PIP.
Eppure la maggior parte dei lavoratori italiani che aderisce a una forma di previdenza complementare lo fa attraverso un PIP. Il motivo è semplice: sono i prodotti che vengono attivamente proposti e venduti, mentre i fondi negoziali richiedono un'adesione attiva che passa per la conoscenza del proprio contratto collettivo.
Il problema non riguarda solo i PIP. La previdenza complementare italiana nel suo complesso soffre di politiche di investimento troppo conservative combinate con strutture di costo mediamente elevate. Uno studio citato dall'authority di settore sintetizza così la situazione: i fondi pensione complementari italiani, con la parziale eccezione dei negoziali, risultano "incapaci di contribuire in modo significativo all'adeguatezza pensionistica" dei lavoratori.
Rendere le gestioni più orientate verso l'azionario richiederebbe una revisione delle norme prudenziali che oggi impongono allocazioni conservative. Ma questo è un dibattito che coinvolge regolatori, gestori e associazioni di categoria, non i singoli lavoratori. Quello che i lavoratori possono fare adesso è verificare dove sono posizionati e se il loro profilo di costo è compatibile con gli obiettivi previdenziali che hanno.
Alla luce di tutto questo, ci sono alcune mosse concrete che ogni lavoratore iscritto a una forma di previdenza complementare dovrebbe valutare.
Verificare l'ISC del proprio fondo: il comparatore messo a disposizione dalla COVIP sul suo sito ufficiale consente di confrontare i costi di tutti i comparti disponibili sul mercato, per tipologia di investimento e orizzonte temporale. È gratuito e richiede pochi minuti.
Capire se si sta perdendo il contributo del datore di lavoro: molti CCNL prevedono che il datore di lavoro versi una quota aggiuntiva al fondo negoziale. Chi non vi ha aderito sta rinunciando a centinaia di euro l'anno. Ogni anno. Per tutta la vita lavorativa.
Valutare la linea di investimento rispetto agli anni mancanti alla pensione: chi ha davanti più di 20 anni alla pensione e si trova in un comparto garantito o obbligazionario sta rinunciando a decenni di capitalizzazione azionaria per una prudenza che non ha senso a quel punto del ciclo di vita. Cambiare linea è gratuito e si fa con un semplice modulo.
Considerare il trasferimento a un fondo negoziale: chi ha un PIP aperto può trasferire la posizione al fondo negoziale di categoria dopo aver maturato almeno due anni di iscrizione. Il risparmio sui costi si accumula per tutti gli anni restanti.
La previdenza complementare è uno strumento prezioso per integrare una pensione pubblica che per molti sarà insufficiente. Ma scegliere il prodotto sbagliato, o non scegliere affatto, rischia di trasformare decenni di risparmio in una protezione solo parziale. I mercati sono imprevedibili. I costi, no.
Il dott. Luca Rossoni è un esperto analista finanziario con oltre 30 anni di esperienza nel settore delle finanze. Ha conseguito la laurea in Economia e Commercio presso l'Università Bocconi e ha lavorato per prestigiose istituzioni bancarie e società di consulenza. Specializzato in strategie di investimento e gestione del rischio, Luca ha aiutato numerosi clienti a ottimizzare i loro portafogl...