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La crisi dell'olio italiano superato da quello tunisimo: i motivi e situazione e prospettive del settore

di Marcello Tansini pubblicato il
crisi olio italiano

Il settore dell’olio di oliva italiano affronta una fase di cambiamento: tra crescita tunisina, oscillazioni dei prezzi, sfide competitive e risposte delle aziende. Un viaggio tra cause, conseguenze e prospettive.

Il settore dell’olio di oliva internazionale assiste a una svolta storica: la Tunisia si posiziona come secondo produttore mondiale, subito dopo la Spagna, superando l’Italia per volumi di produzione. Questo cambio di scenario è frutto di una stagione agricola straordinaria che ha consentito alla nazione maghrebina di raggiungere raccolti stimati fra 380.000 e 400.000 tonnellate, proiettando il Paese fino a 500.000 secondo alcune stime interne.
L’incremento tunisino, ampiamente ripreso dall’analisi del Financial Times, sottolinea una tendenza ormai strutturale e non più episodica, spostando equilibri che per decenni hanno visto l’Italia come protagonista indiscussa nel comparto oleario. Le cause di questo sorpasso combinano fattori produttivi, dinamiche di mercato e scelte politiche, che insieme stanno rimodellando il panorama competitivo del Mediterraneo, lasciando il comparto italiano chiamato a nuove strategie e sfide di riconoscibilità e valore.

Dinamiche produttive a confronto: la crescita tunisina e le difficoltà italiane

Il confronto tra Italia e Tunisia evidenzia modelli produttivi radicalmente differenti. La Tunisia, grazie a oltre due milioni di ettari dedicati agli oliveti e circa 107 milioni di alberi, ha saputo cogliere tutte le potenzialità di un’annata favorevole e di politiche agricole orientate alla resa. Il sistema locale, esteso e capillare, ha permesso di capitalizzare rapidamente il naturale ciclo alternante dell’olivo, riuscendo a rispondere in tempi brevi alle opportunità offerte dal mercato internazionale.

Al contrario, la filiera italiana ha vissuto nel tempo una progressiva contrazione della produzione. Se fino all’inizio degli anni 2000 i volumi sfioravano le 800.000 tonnellate, oggi la media si attesta attorno alle 300.000. Diversi sono i motivi che hanno portato alla riduzione del potenziale nazionale:

  • Pressione crescente di nuovi competitor mediterranei (come Spagna, Tunisia, Turchia e Marocco) caratterizzati da modelli intensivi e costi ridotti;
  • Scarso ricambio generazionale e abbandono di circa 300.000 ettari nell’ultimo ventennio, spesso a causa della percezione di scarsa redditività;
  • Impatto del disaccoppiamento degli aiuti UE introdotto dal 2003 in Italia, che ha incentivato un distacco dalla produzione attiva, con effetti negativi sulla vitalità del settore;
  • Emergenze climatiche e fitosanitarie, che hanno colpito duramente le regioni più vocate come Puglia, Calabria e Sicilia.
La situazione italiana riflette una struttura produttiva frammentata, spesso non al passo con le innovazioni che contraddistinguono la concorrenza mediterranea. Mentre la Tunisia ha accelerato nell’adozione di strategie coordinate e politiche lungimiranti, molte aziende italiane si sono ritrovate a fronteggiare una perdita costante di competitività e marginazione nei mercati di sbocco.

Prezzi internazionali, clima ed export: fattori chiave del nuovo scenario

Il nuovo scenario competitivo è stato guidato da un insieme di variabili ambientali ed economiche difficili da ignorare. La congiuntura favorevole in Tunisia — piogge regolari e temperature ottimali — ha coinciso con crisi idriche e rese instabili nel Sud Europa. Questo quadro ha reso possibile un’impennata della produzione tunisina proprio mentre Italia e Spagna registravano una stagione particolarmente scarsa.

Dal punto di vista economico, tra il 2024 e il 2025 il prezzo all’origine dell’olio d’oliva ha raggiunto picchi di 10.000 dollari a tonnellata, catalizzando interesse mondiale verso l’offerta tunisina. L’appetibilità dei prezzi, però, non si è tradotta in maggiori ricavi per tutti: se da un lato l’export tunisino è cresciuto in maniera esponenziale (+41% su base annua), dall’altro il prezzo medio di esportazione ha subito una drastica riduzione (fino al 46% rispetto al 2024), portando a una contrazione dei ricavi complessivi.

Di seguito un riepilogo delle principali destinazioni dell’olio tunisino nel 2025:

Destinazione % Export Totale
Unione Europea ~58%
Nord America ~26%
Italia ~26% (dati parziali)
Spagna ~25%

L’export resta la leva strategica su cui la Tunisia può continuare a puntare, con un mix di mercati consolidati ed esplorazione di nuove destinazioni (Brasile, Indonesia, India). In questo scenario, l’Italia si trova a fronteggiare una concorrenza agguerrita e dinamica, in un settore sempre più esposto ai rischi di volatilità.

La questione del valore aggiunto: olio sfuso, imbottigliamento e branding

Il grande balzo nei numeri non si traduce, per la Tunisia, in un equivalente avanzamento sul fronte del valore aggiunto generato dalla filiera. Oltre l’85% dell’olio tunisino destinato all’export esce ancora in forma sfusa e non imbottigliata, trasferendo all’estero la maggior parte del valore del prodotto, che viene spesso miscelato o re-etichettato una volta giunto in Europa.

Questi dati evidenziano alcuni punti:

  • Solo una minima quota di olio tunisino arriva confezionata e marchiata, lasciando ai paesi importatori la possibilità di capitalizzare su branding e prezzo al dettaglio;
  • La filiera è altamente concentrata: pochi grandi operatori controllano logistica, confezionamento e passaggi chiave, situazione che limita l’accesso dei piccoli produttori a margini elevati;
  • Esistono ancora vincoli legati all’accesso al credito, stoccaggio e modernizzazione degli impianti di confezionamento.
Sul versante italiano invece, la strategia di valorizzazione si basa sulla qualità, sulla territorialità e sull’imbottigliamento certificato. La presenza di numerose DOP, IGP e una gestione rigorosa della tracciabilità offrono maggiori garanzie di origine e trasparenza, contribuendo a mantenere il prodotto nazionale in una fascia di mercato premium, benché sempre più minacciata dal fenomeno delle miscele e della concorrenza al ribasso.

Politiche, accordi e dazi: il ruolo dell’Unione Europea e le strategie tunisine

Il quadro normativo europeo e i negoziati internazionali rappresentano un tassello indispensabile nel nuovo ordine del settore. La Tunisia ha saputo sfruttare con efficacia il sistema europeo delle quote a dazio zero (Reg. UE 2016/1918), fissato attorno alle 56.700 tonnellate annue, e punta ora a raddoppiare questa soglia, lavorando a stretto contatto con Bruxelles per rafforzare il quadro giuridico bilaterale e arrivare a 100.000 tonnellate annue esportabili senza dazio.

Sono inoltre in corso negoziati con gli Stati Uniti — finalizzati ad abbassare i dazi sull’olio tunisino — e con paesi ad alto potenziale come Indonesia e Brasile, il cui governo ha recentemente abolito i dazi sulle importazioni di extra vergine, aumentando l’attrattività per i produttori maghrebini.

Parallelamente, la Tunisia ha avviato politiche di protezione interna, fissando un prezzo minimo di vendita (10 dinari/kg) e calmierando il prezzo per il mercato domestico (15 dinari/litro), sostenendo così produttori locali e famiglie contro speculazioni e oscillazioni di mercato.

Il contesto europeo invece mostra forti contraddizioni: il meccanismo del Perfezionamento Attivo consente ai grandi operatori di importare olio senza dazi per la riesportazione, spesso penalizzando le imprese agricole italiane e indebolendo la tutela effettiva del comparto nazionale.

Impatto sul mercato italiano: rischi, concorrenza e perdita di competitività

L’incremento delle importazioni di olio tunisino verso l’Italia — +38% nei primi nove mesi del 2025 — ha avuto impatti immediati sui prezzi all’origine e sulla sostenibilità economica per gli olivicoltori italiani. I dati ISMEA e Coldiretti confermano un calo del 20–30% delle quotazioni dell’extravergine nazionale, acuito dalla pratica della miscelazione, che spesso priva il prodotto italiano di un riconoscimento di valore effettivo sul mercato.

Le criticità emergenti riguardano:

  • La pressione esercitata dal prezzo medio d’importazione inferiore (anche 2,29 €/kg contro i valori tipici italiani oltre 4 €/kg), che minaccia la redditività delle aziende locali;
  • La crescente esposizione al rischio di frodi e inganni per i consumatori, alimentata da una filiera poco trasparente e da pratiche che permettono di spacciare come italiano olio di altra provenienza;
  • La difficoltà di difendere i margini per chi investe davvero in qualità, sostenibilità e certificazione.
Le imprese più dinamiche continuano a puntare sull’eccellenza, ma l’asimmetria della concorrenza, regolata da regimi doganali e logiche di mercato spesso penalizzanti, rende sempre più difficile mantenere le posizioni acquisite e proteggere il valore aggiunto del made in Italy.

Reazioni del settore olivicolo italiano: crisi, investimenti e risposte dei produttori

Il settore olivicolo nazionale ha risposto con preoccupazione ma anche con una nuova progettualità. Le principali organizzazioni agricole (Coldiretti, Unaprol, Confagricoltura, CIA) hanno sollecitato il Governo e le istituzioni europee ad adottare misure più stringenti contro gli effetti distorsivi delle importazioni a basso costo, chiedendo il rafforzamento della tracciabilità e l’adozione di un Piano Olivicolo Nazionale.

Alcuni segnali di rilancio sono già visibili:

  • Iniziative imprenditoriali come il progetto “Bosco Monini”, che punta a piantare un milione di nuovi ulivi entro il 2030;
  • L’introduzione di strumenti normativi che obbligano la registrazione delle olive entro sei ore dalla raccolta, per aumentare trasparenza, tracciabilità e sicurezza delle filiere italiane;
  • Investimenti crescenti in tecnologia, ricerca agronomica e nuovi modelli di aggregazione tra produttori per contenere i costi e rafforzare la difesa dei territori più fragili.
Si assiste inoltre all’emergere di una nuova generazione di produttori e frantoiani, più sensibili ai temi della sostenibilità, della valorizzazione territoriale e della comunicazione avanzata. Questi attori rappresentano una risorsa preziosa per il rilancio, pur in un contesto ancora segnato da incertezze politiche e lentezze burocratiche nella realizzazione dei piani annunciati.

Sfide strutturali e soluzioni: verso una nuova strategia per l’olio d’oliva italiano

Le principali criticità che caratterizzano oggi il settore nazionale richiedono un cambio di rotta che passi da un approccio emergenziale a una strategia di lungo periodo. Queste le sfide su cui concentrare gli sforzi:

  • Rigenerazione degli impianti e recupero degli uliveti abbandonati attraverso un piano straordinario di rinnovamento varietale e agronomico;
  • Maggiore aggregazione dei produttori in consorzi e cooperative, per accrescere il potere contrattuale e abbattere i costi di gestione;
  • Sviluppo di infrastrutture per la logistica, il confezionamento e la promozione unitaria del prodotto italiano, mettendo l’accento su qualità, tipicità e trasparenza;
  • Incentivazione della ricerca su resilienza climatica, innovazione e sostenibilità per contrastare l’impatto dei cambiamenti climatici e le nuove emergenze fitosanitarie.
I produttori chiedono inoltre una maggiore protezione normativa: è necessario rafforzare i sistemi di controllo contro le frodi, ridefinire i criteri delle miscele e rivedere i meccanismi di importazione per garantire equità e valorizzazione reale delle eccellenze locali. L’obiettivo condiviso da imprese e istituzioni resta il riposizionamento del settore su valori di qualità, sicurezza e sostenibilità riconosciuti dal mercato globale.


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