Il settore dell’olio di oliva italiano affronta una fase di cambiamento: tra crescita tunisina, oscillazioni dei prezzi, sfide competitive e risposte delle aziende. Un viaggio tra cause, conseguenze e prospettive.
Il settore dell’olio di oliva internazionale assiste a una svolta storica: la Tunisia si posiziona come secondo produttore mondiale, subito dopo la Spagna, superando l’Italia per volumi di produzione. Questo cambio di scenario è frutto di una stagione agricola straordinaria che ha consentito alla nazione maghrebina di raggiungere raccolti stimati fra 380.000 e 400.000 tonnellate, proiettando il Paese fino a 500.000 secondo alcune stime interne.
L’incremento tunisino, ampiamente ripreso dall’analisi del Financial Times, sottolinea una tendenza ormai strutturale e non più episodica, spostando equilibri che per decenni hanno visto l’Italia come protagonista indiscussa nel comparto oleario. Le cause di questo sorpasso combinano fattori produttivi, dinamiche di mercato e scelte politiche, che insieme stanno rimodellando il panorama competitivo del Mediterraneo, lasciando il comparto italiano chiamato a nuove strategie e sfide di riconoscibilità e valore.
Il confronto tra Italia e Tunisia evidenzia modelli produttivi radicalmente differenti. La Tunisia, grazie a oltre due milioni di ettari dedicati agli oliveti e circa 107 milioni di alberi, ha saputo cogliere tutte le potenzialità di un’annata favorevole e di politiche agricole orientate alla resa. Il sistema locale, esteso e capillare, ha permesso di capitalizzare rapidamente il naturale ciclo alternante dell’olivo, riuscendo a rispondere in tempi brevi alle opportunità offerte dal mercato internazionale.
Al contrario, la filiera italiana ha vissuto nel tempo una progressiva contrazione della produzione. Se fino all’inizio degli anni 2000 i volumi sfioravano le 800.000 tonnellate, oggi la media si attesta attorno alle 300.000. Diversi sono i motivi che hanno portato alla riduzione del potenziale nazionale:
Il nuovo scenario competitivo è stato guidato da un insieme di variabili ambientali ed economiche difficili da ignorare. La congiuntura favorevole in Tunisia — piogge regolari e temperature ottimali — ha coinciso con crisi idriche e rese instabili nel Sud Europa. Questo quadro ha reso possibile un’impennata della produzione tunisina proprio mentre Italia e Spagna registravano una stagione particolarmente scarsa.
Dal punto di vista economico, tra il 2024 e il 2025 il prezzo all’origine dell’olio d’oliva ha raggiunto picchi di 10.000 dollari a tonnellata, catalizzando interesse mondiale verso l’offerta tunisina. L’appetibilità dei prezzi, però, non si è tradotta in maggiori ricavi per tutti: se da un lato l’export tunisino è cresciuto in maniera esponenziale (+41% su base annua), dall’altro il prezzo medio di esportazione ha subito una drastica riduzione (fino al 46% rispetto al 2024), portando a una contrazione dei ricavi complessivi.
Di seguito un riepilogo delle principali destinazioni dell’olio tunisino nel 2025:
| Destinazione | % Export Totale |
| Unione Europea | ~58% |
| Nord America | ~26% |
| Italia | ~26% (dati parziali) |
| Spagna | ~25% |
L’export resta la leva strategica su cui la Tunisia può continuare a puntare, con un mix di mercati consolidati ed esplorazione di nuove destinazioni (Brasile, Indonesia, India). In questo scenario, l’Italia si trova a fronteggiare una concorrenza agguerrita e dinamica, in un settore sempre più esposto ai rischi di volatilità.
Il grande balzo nei numeri non si traduce, per la Tunisia, in un equivalente avanzamento sul fronte del valore aggiunto generato dalla filiera. Oltre l’85% dell’olio tunisino destinato all’export esce ancora in forma sfusa e non imbottigliata, trasferendo all’estero la maggior parte del valore del prodotto, che viene spesso miscelato o re-etichettato una volta giunto in Europa.
Questi dati evidenziano alcuni punti:
Il quadro normativo europeo e i negoziati internazionali rappresentano un tassello indispensabile nel nuovo ordine del settore. La Tunisia ha saputo sfruttare con efficacia il sistema europeo delle quote a dazio zero (Reg. UE 2016/1918), fissato attorno alle 56.700 tonnellate annue, e punta ora a raddoppiare questa soglia, lavorando a stretto contatto con Bruxelles per rafforzare il quadro giuridico bilaterale e arrivare a 100.000 tonnellate annue esportabili senza dazio.
Sono inoltre in corso negoziati con gli Stati Uniti — finalizzati ad abbassare i dazi sull’olio tunisino — e con paesi ad alto potenziale come Indonesia e Brasile, il cui governo ha recentemente abolito i dazi sulle importazioni di extra vergine, aumentando l’attrattività per i produttori maghrebini.
Parallelamente, la Tunisia ha avviato politiche di protezione interna, fissando un prezzo minimo di vendita (10 dinari/kg) e calmierando il prezzo per il mercato domestico (15 dinari/litro), sostenendo così produttori locali e famiglie contro speculazioni e oscillazioni di mercato.
Il contesto europeo invece mostra forti contraddizioni: il meccanismo del Perfezionamento Attivo consente ai grandi operatori di importare olio senza dazi per la riesportazione, spesso penalizzando le imprese agricole italiane e indebolendo la tutela effettiva del comparto nazionale.
L’incremento delle importazioni di olio tunisino verso l’Italia — +38% nei primi nove mesi del 2025 — ha avuto impatti immediati sui prezzi all’origine e sulla sostenibilità economica per gli olivicoltori italiani. I dati ISMEA e Coldiretti confermano un calo del 20–30% delle quotazioni dell’extravergine nazionale, acuito dalla pratica della miscelazione, che spesso priva il prodotto italiano di un riconoscimento di valore effettivo sul mercato.
Le criticità emergenti riguardano:
Il settore olivicolo nazionale ha risposto con preoccupazione ma anche con una nuova progettualità. Le principali organizzazioni agricole (Coldiretti, Unaprol, Confagricoltura, CIA) hanno sollecitato il Governo e le istituzioni europee ad adottare misure più stringenti contro gli effetti distorsivi delle importazioni a basso costo, chiedendo il rafforzamento della tracciabilità e l’adozione di un Piano Olivicolo Nazionale.
Alcuni segnali di rilancio sono già visibili:
Le principali criticità che caratterizzano oggi il settore nazionale richiedono un cambio di rotta che passi da un approccio emergenziale a una strategia di lungo periodo. Queste le sfide su cui concentrare gli sforzi: