L'automazione e l'IA stanno rivoluzionando il lavoro e mettono in crisi i modelli pensionistici tradizionali. Il dibattito si concentra su nuove soluzioni fiscali, coinvolgendo INPS, aziende hi-tech e istituzioni europee.
La sostenibilità del sistema pensionistico italiano è oggi al centro di una tensione mai vista: il progresso dell’intelligenza artificiale sta cambiando drasticamente i presupposti su cui si regge il welfare. Nell’ultimo anno, la domanda che inquieta i vertici dell’INPS e i principali esperti economici suona così: “Quando il lavoro umano sarà superato da algoritmi e automazione, con quali risorse si finanzierà il sistema di previdenza?”. Non si tratta di una provocazione teorica, ma di un’urgenza reale confermata dalle dichiarazioni congiunte di autorevoli figure come il presidente INPS Gabriele Fava e l’accademico Michel Martone.
Il rischio? Che il sistema fondato su contributi prelevati da chi lavora diventi, in una società a crescente sostituzione digitale, irrimediabilmente squilibrato. Non a caso un nuovo modo di pensare prende piede ai più alti livelli istituzionali e nel dibattito accademico: non basta riformare parametri come età pensionabile o coefficienti, serve ripensare radicalmente chi debba versare le risorse per sostenere il welfare in una società dove la gran parte del valore sarà generato dalle macchine.
In questo scenario la parola d’ordine è innovazione delle regole, e non solo delle tecnologie. Ogni ritardo rischia di tradursi in un vuoto di protezione sociale, minando la coesione e l’equità del sistema-Paese.
Secondo i più recenti dati demografici, l’Italia si trova tra le società più longeve e a più bassa natalità d’Europa. Il saldo tra lavoratori attivi e pensionati si restringe ogni anno: oggi in molte regioni gli over 65 superano ampiamente le nuove leve produttive, e il numero di contribuenti effettivi cala costantemente.
Questa evoluzione sarebbe già sufficiente di per sé a mettere sotto pressione il modello previdenziale, ma l’irruzione dell’automazione e dell’intelligenza artificiale ne esaspera le fragilità. Secondo i dati INPS, l’80% del gettito IRPEF arriva dal lavoro dipendente; oltre 250 miliardi di euro sono generati da contributi sociali annuali. Se le aziende sostituiscono personale con sistemi digitali e robot, la base su cui poggia il sistema si assottiglia.
Il doppio effetto si traduce in:
Secondo il World Economic Forum, nei prossimi anni la tecnologia potrebbe sostituire 85 milioni di posti nel globo, creandone sì altri 97 milioni, ma ridefinendo profondamente il mosaico professionale e riducendo le professioni a più basso valore aggiunto. Il saldo previdenziale rischia di restare o diventare negativo, a fronte di una ricchezza prodotta che però si concentra nelle mani delle imprese più automatizzate.
L'uso sempre più costante dell'intelligenza artificiale nel tessuto produttivo comporta una trasformazione senza precedenti di lavoro e fiscalità. Colossi come Amazon e Meta stanno investendo miliardi di euro in automazione, con previsioni di sostituzione di centinaia di migliaia di impiegati; questo trend esce dalla pagina della cronaca per diventare un’urgenza di natura sistemica anche in Italia.
In un Paese dove la tassazione diretta grava soprattutto su chi produce redditi da lavoro, ogni punto percentuale di calo degli occupati significa minori entrate sia per lo Stato (fisco) sia per gli enti previdenziali (INPS).
Le conseguenze immediate includono:
Dato questo quadro, numerosi osservatori e think tank, tra cui la Fondazione Randstad AI & Humanities, sottolineano che l’assenza di strumenti fiscali adatti rischia di impoverire la base contributiva dell’intera collettività.
Nel linguaggio corrente, il concetto di “tassa sui robot” è diventato una semplificazione impropria. I promotori delle nuove proposte e vari esperti fiscali sottolineano che non si tratta, in alcun modo, di mettere un bollo o una tassa diretta su ciascuna macchina o algoritmo. La ragione principale è giuridica: le macchine non sono considerate soggetti fiscali né possono esserlo senza una profonda revisione della normativa civile e fiscale.
Il dibattito italiano ha visto emergere una proposta originale: il cosiddetto “contributo automazione”, presentato da un gruppo di commercialisti bresciani al Senato. La logica è indiretta e fondata su indicatori economici oggettivi:
L’innovazione fiscale non si limita all’introduzione di nuovi contributi. Sul tavolo vi sono idee come:
Il principale ente previdenziale italiano sta già sperimentando nuovi strumenti digitali e criteri valutativi, anticipando il cambiamento, con l'introduzione di:
La dott.ssa Serena Benedetti è un'esperta previdenziale con oltre 15 anni di esperienza nel campo della consulenza e dell'assistenza previdenziale. Laureata in Economia e Commercio, ha dedicato la sua carriera all'analisi delle politiche pensionistiche e alla consulenza su temi legati al welfare e alla previdenza sociale. Grazie alla sua competenza, ha collaborato con diversi...