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Mentre si pensa di tagliare aumenti pensioni a gennaio, la pensione di 265 parlamentari è salva dopo soli 4 anni

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di Dott.ssa Serena Benedetti pubblicato il

Con la riforma elettorale 265 parlamentari matureranno la pensione il 14 aprile 2027, dopo 4 anni, 6 mesi e un giorno di mandato. Per i cittadini nessuna novità.

Due notizie sulle pensioni corrono in parallelo e hanno acceso il confronto. Da una parte la manovra 2027, dove tra le ipotesi per trovare risorse c’è un nuovo taglio alla rivalutazione degli assegni a gennaio. Dall’altra la vicenda di 265 parlamentari alla prima legislatura che, se la legislatura va avanti, matureranno il diritto a una pensione dopo poco più di quattro anni e mezzo di mandato. Vale la pena distinguere i fatti dalle ipotesi: il taglio degli aumenti è per ora uno scenario, non una decisione, e il requisito dei parlamentari è una regola che esiste da tempo.

Il taglio delle rivalutazioni a gennaio: un’ipotesi, non ancora una decisione

Ogni anno le pensioni vengono adeguate all’inflazione. Per il 2027 l’inflazione acquisita è stimata intorno al 2,9%, con un intervallo tra il 2,8% e il 3,1%: il dato definitivo arriverà con il decreto del ministero dell’Economia, atteso nella seconda metà di novembre. L’adeguamento di gennaio costerebbe circa 10 miliardi di euro lordi con il meccanismo attuale, e questo spiega perché si cercano coperture in una manovra con pochi margini.

Le ipotesi circolate sono diverse. La prima è confermare le fasce del 2026: rivalutazione piena fino a quattro volte il trattamento minimo, cioè circa 2.447 euro al mese, 90% tra quattro e cinque volte e 75% oltre. La seconda è modificare le percentuali per le fasce alte. La terza, quella più discussa, è tornare al sistema a fasce invece che a scaglioni: la percentuale della fascia in cui si cade si applicherebbe all’intero assegno, non solo alla parte che supera la soglia. Questo farebbe scendere il costo a circa 9,5 miliardi, con un risparmio di circa un miliardo, colpendo soprattutto le pensioni medio-alte. Tra le altre strade ipotizzate ci sono nuove coperture, come un prelievo sugli utili delle grandi banche, ma non risulta confermato.

Le simulazioni che circolano mostrano quanto cambierebbe. In uno scenario più severo, una pensione lorda di 2.500 euro perderebbe circa 12 euro al mese, cioè 156 euro l’anno; una da 3.500 euro circa 22 euro al mese, 291 l’anno; una da 5.000 euro circa 32 euro al mese, 416 l’anno. In uno scenario meno duro le cifre sono più basse: 8 euro al mese per i 2.500 euro lordi e 28 per i 5.000. Sono stime costruite su un’inflazione di riferimento dell’1,6%, quindi da prendere come ordine di grandezza. Per capire cosa è in gioco, con un’inflazione del 2,9% e rivalutazione piena una pensione lorda di 2.000 euro crescerebbe di circa 58 euro al mese; ogni riduzione della percentuale ne toglie una parte, e la perdita si trascina negli anni, perché l’assegno di partenza resterebbe più basso. Nessuna percentuale è ufficiale, e il quadro sarà chiaro solo con il decreto di novembre e con il testo della legge di bilancio.

I 265 parlamentari e il traguardo del 14 aprile 2027

La seconda notizia riguarda il Parlamento. Dal 1° gennaio 2012 i nuovi eletti non hanno più il vitalizio tradizionale: versano contributi durante il mandato e maturano una pensione contributiva, con metodo analogo a quello dei lavoratori, che si può percepire a partire dai 65 anni. Per accedervi servono quattro anni, sei mesi e un giorno di mandato. Il conteggio parte dal 13 ottobre 2022, giorno dell’insediamento delle Camere, e il traguardo scatta il 14 aprile 2027.

Quel giorno lo raggiungeranno 265 parlamentari, 184 deputati su 400 e 81 senatori su 200, quasi tutti alla prima legislatura, cioè circa la metà degli eletti. L’importo stimato è di circa mille euro netti al mese a 65 anni, secondo le ricostruzioni giornalistiche: non è una cifra ufficiale e dipende dai contributi versati.

È utile precisare due cose. La prima è che nel titolo si parla di “soli 4 anni”, ma il requisito è di quattro anni e mezzo, più un giorno. La seconda è che il diritto non è ancora maturato: se la legislatura si interrompesse prima del 14 aprile, quei parlamentari potrebbero non raggiungere la soglia. Per questo il tema è finito sotto i riflettori quando si è parlato di possibili elezioni anticipate.

Il collegamento viene dal calendario. Secondo le ricostruzioni, uno scioglimento delle Camere intorno a metà gennaio porterebbe al voto il 4 o 5 aprile 2027, e i parlamentari resterebbero in carica fino all’insediamento del nuovo Parlamento, quindi oltre il 14 aprile: il requisito sarebbe raggiunto comunque. Una crisi di governo in sé non farebbe decadere subito il mandato. Il rischio vero sarebbe un voto molto anticipato.

In questo scenario il via libera della Camera alla nuova legge elettorale, nei primi giorni di ottobre, ha rafforzato l’idea che la legislatura prosegua almeno fino alla primavera. Alcune ricostruzioni sostengono che dietro il via libera ci sia anche l’interesse a non andare a elezioni prima del traguardo, ma questo resta un’interpretazione politica: non risulta che il testo della legge contenga una norma sulle pensioni. Le fonti non indicano alcuna misura approvata per favorire i parlamentari, e il requisito è quello previsto dalle regole già in vigore.

Va detto anche che molti dei 265 non hanno la certezza della rielezione e che, secondo le ricostruzioni, per alcuni partiti, a partire dalla Lega, le prospettive sono incerte. Per tanti la pensione contributiva, che si riceve a 65 anni, è una prospettiva lontana nel tempo.

Il confronto: perché la notizia colpisce proprio ora

Il paragone è inevitabile e spiega l’attenzione. Da una parte c’è la possibilità che milioni di pensionati vedano ridotti gli aumenti di gennaio: l’ipotesi riguarda soprattutto chi ha assegni medio-alti, ma nello scenario più severo anche chi ne ha di più bassi, dai 1.500 euro lordi in su, con perdite di pochi euro al mese. Dall’altra c’è un gruppo di parlamentari che raggiunge un diritto dopo un mandato di poco più di quattro anni.

Il confronto, però, mette a paragone due cose diverse. La pensione dei parlamentari è contributiva, cioè legata ai contributi versati, e viene pagata solo dai 65 anni. La rivalutazione, invece, riguarda l’adeguamento all’inflazione di assegni già in pagamento. Chi sostiene che i due temi vadano tenuti separati ricorda che il metodo contributivo è stato esteso nel 2018 anche ai vecchi vitalizi, con riduzione degli assegni dal 2019. Chi critica osserva invece che, mentre si valutano sacrifici sui pensionati, è difficile spiegare il peso di un privilegio, anche solo percepito.

Per i pensionati, i tempi sono stretti: la legge di bilancio deve essere presentata e approvata entro la fine dell’anno, e gli adeguamenti sono attesi dal mese di gennaio. In concreto, restano due dati da seguire: il decreto di novembre sul tasso di rivalutazione e il testo della manovra, che dirà se il taglio degli aumenti c’è davvero e a chi si applica. Intanto il 14 aprile 2027 resta la data che i parlamentari alla prima legislatura guardano con attenzione. Per chi segue il dibattito, la differenza fondamentale è tra ciò che è già deciso, come il requisito dei parlamentari, e ciò che è solo ipotizzato, come il taglio degli aumenti: finché non ci sono numeri ufficiali, ogni cifra sul taglio va letta come una simulazione e non come una perdita certa.






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Dott.ssa Serena Benedetti

La dott.ssa Serena Benedetti è un'esperta previdenziale con oltre 15 anni di esperienza nel campo della consulenza e dell'assistenza previdenziale. Laureata in Economia e Commercio, ha dedicato la sua carriera all'analisi delle politiche pensionistiche e alla consulenza su temi legati al welfare e alla previdenza sociale. Grazie alla sua competenza, ha collaborato con diversi...