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Chi sono i grandi dimenticati sulle pensioni tra uscita a 64 anni, quota 41 e aumento assegni minimi in manovra

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di Dott.ssa Serena Benedetti pubblicato il

La Legge di Bilancio 2027 sta prendendo forma tra annunci, ipotesi politiche e richieste delle parti sociali, ma come spesso accade in tema di pensioni non tutte le categorie di lavoratori troveranno spazio nel testo finale. Chi sono i grandi esclusi.

La legge di Bilancio 2027 sta prendendo forma tra annunci, ipotesi politiche e richieste delle parti sociali, ma come spesso accade in tema di pensioni non tutte le categorie di lavoratori troveranno spazio nel testo finale. Mentre la maggioranza discute di uscite anticipate a 64 anni, di una nuova Quota 41 flessibile e di aumenti delle pensioni minime, c'è un gruppo di lavoratrici che rischia di restare fuori da ogni tavolo: quelle che negli anni scorsi speravano di poter accedere all'Opzione Donna, la misura ormai cancellata e per la quale, al momento, non è prevista alcuna proroga.

Il countdown per la nuova manovra finanziaria è già partito. Dal 1° gennaio 2027 scatterà il primo adeguamento dei requisiti pensionistici legato alla speranza di vita: la pensione di vecchiaia salirà da 67 a 67 anni e un mese, mentre per la pensione anticipata ordinaria serviranno 42 anni e 11 mesi di contributi per gli uomini e 41 anni e 11 mesi per le donne. Un ulteriore incremento di due mesi è previsto per il 2028, fino ad arrivare, secondo le proiezioni di lungo periodo, anche a 70 anni entro il 2067.

Proprio per attenuare l'effetto di questo scalino, la maggioranza ha messo sul tavolo diverse ipotesi di flessibilità in uscita, ancora tutte da negoziare e senza una copertura finanziaria definita.

Uscita a 64 anni con ricalcolo contributivo e quota 41 flessibile

La proposta più discussa arriva dalla Lega, con il sottosegretario al Lavoro Claudio Durigon in prima linea. L'idea è quella di consentire l'uscita dal lavoro a 64 anni di età, con un requisito contributivo più basso (circa 25 anni) e un ricalcolo interamente contributivo dell'assegno, che quindi risulterebbe più basso rispetto alla pensione piena. Una variante allo studio prevede di estendere questa possibilità anche ai lavoratori con contributi versati prima del 1996, oggi inseriti nel cosiddetto regime misto.

Torna anche l'ipotesi di una Quota 41 flessibile, storico cavallo di battaglia del Carroccio. A differenza della vecchia Quota 41 riservata ai lavoratori precoci, la nuova versione allo studio non richiederebbe l'appartenenza a categorie specifiche, ma comporterebbe una penalizzazione economica per chi sceglie di uscire in anticipo.

Le simulazioni circolate parlano di un doppio requisito, almeno 62 anni di età e 41 anni di contributi effettivamente versati, con una riduzione dell'assegno stimata intorno al 2% per ogni anno di anticipo, fino a un taglio massimo del 10% per chi lascia il lavoro a 62 anni.

Pensioni minime verso 700-800 euro

Sul fronte degli importi, Forza Italia continua a spingere per un rafforzamento del trattamento minimo Inps, oggi pari a 611,85 euro mensili. L'obiettivo politico indicato da Antonio Tajani e ribadito da esponenti del partito come Giorgio Mulè punta a una crescita verso 700, 800 e in alcune proposte fino a 850 euro netti al mese, con un incremento che per oltre un milione di pensionati potrebbe tradursi in circa 200 euro in più rispetto agli importi attuali.

Anche in questo caso, però, manca ancora una proposta definita con platea, tempi e costi certi: l'Inps ha già stimato in circa 450 milioni l'intervento per portare gli assegni a 800 euro, mentre per avvicinarsi ai 1.000 euro promessi in passato servirebbero risorse ben più consistenti.

Ape sociale e altre misure

Resta poi da sciogliere il nodo dell'Ape sociale, la misura che consente l'uscita dal lavoro a 63 anni e 5 mesi per disoccupati, caregiver, invalidi civili almeno al 74% e lavoratori addetti a mansioni gravose e usuranti. La misura è stata prorogata fino al 31 dicembre 2026 e la manovra dovrà decidere se confermarla anche per l'anno successivo. Circolano inoltre ipotesi più di lungo periodo, come un fondo previdenziale dalla nascita, pensato per costituire una base contributiva ai neonati.

I grandi esclusi: le lavoratrici di Opzione Donna

In questo scenario di proposte e ipotesi, c'è una platea che rischia di rimanere completamente fuori dal confronto politico: le lavoratrici che negli anni passati speravano di poter accedere all'Opzione Donna.

Introdotta nel 2004 e più volte modificata, la misura consentiva alle lavoratrici di lasciare il lavoro in anticipo accettando il ricalcolo interamente contributivo dell'assegno pensionistico. Negli ultimi anni i requisiti erano già stati resi progressivamente più stringenti: età minima elevata, platea ristretta alle categorie di caregiver, lavoratrici licenziate o dipendenti da imprese in crisi, oppure con un'invalidità pari o superiore al 74%.

Con la legge di Bilancio 2026 il Governo ha scelto di non rinnovare la misura, che di fatto risulta cancellata per chi non aveva già maturato i requisiti entro le scadenze previste, fissate al 31 dicembre 2024. Nonostante alcuni tentativi in commissione, tra cui un emendamento segnalato da Fratelli d'Italia per prorogare la misura anche nel 2026, non è mai arrivato un testo aggiornato sul piano delle coperture economiche, e Opzione Donna è così scaduta senza sostituti.

A differenza di Quota 103, misura meno utilizzata e quindi meno rimpianta per via delle forti penalizzazioni previste, Opzione Donna rappresentava per molte lavoratrici una delle poche vie di uscita anticipata realmente accessibile, seppur con un assegno ridotto rispetto alla pensione ordinaria. La sua eliminazione, senza alcuna misura sostitutiva pensata specificamente per le donne, ha lasciato un vuoto normativo che sindacati e associazioni continuano a segnalare come una delle principali criticità del sistema previdenziale attuale.

La Cgil, tra le sigle sindacali più critiche, ha definito la cancellazione della misura una scelta che penalizza in modo sproporzionato le lavoratrici, spesso già svantaggiate da carriere discontinue, part time e periodi di cura familiare che incidono negativamente sul montante contributivo e quindi sull'importo della futura pensione.

La richiesta di una nuova proroga

In vista della manovra 2027, tornano puntuali le richieste di ripristino di Opzione Donna, avanzate sia da forze sindacali sia da una parte della maggioranza. C'è chi chiede una proroga temporanea, per dare respiro alle lavoratrici più vicine ai requisiti, e chi invece propone una trasformazione strutturale della misura, così da renderla una componente stabile del sistema pensionistico e non più soggetta al rinnovo annuale in legge di Bilancio.

Al momento, tuttavia, tra le proposte concretamente in discussione per la manovra 2027 non figura, con la stessa forza politica riservata a Quota 41 flessibile o all'uscita a 64 anni, un capitolo dedicato al rilancio di Opzione Donna. Le risorse disponibili per l'intera manovra, stimate intorno ai 15 miliardi di euro a fronte di richieste complessive che superano i 30 miliardi tra fisco, pensioni e sostegno a famiglie e imprese, rendono probabile una selezione severa tra le misure che troveranno effettivamente spazio nel testo definitivo.

Va precisato che, anche senza una nuova proroga, alcune lavoratrici potranno ancora utilizzare Opzione Donna nel 2027, ma solo quelle che avevano già maturato i requisiti previsti entro le scadenze normative passate. Per tutte le altre, la strada resta chiusa, salvo sorprese nell'iter parlamentare della prossima legge di Bilancio.

Il quadro complessivo che emerge dalle proposte in campo per la manovra 2027 racconta di un dossier previdenziale in piena evoluzione, con la Lega concentrata sulla flessibilità in uscita attraverso Quota 41 e pensione a 64 anni, Forza Italia impegnata sul fronte degli importi minimi, e un tema, quello di Opzione Donna, che resta ai margini del dibattito nonostante riguardi migliaia di lavoratrici.

Trattandosi dell'ultima manovra della legislatura prima delle elezioni politiche, è plausibile che il Governo scelga di annunciare misure con un forte impatto comunicativo, capaci di intercettare il consenso di pensionati e lavoratori più vicini all'uscita dal mondo del lavoro. Resta da vedere se, tra le priorità individuate, troverà spazio anche una risposta concreta per le lavoratrici escluse da Opzione Donna, oppure se anche quest'anno il tema verrà rimandato a una manovra futura.

Fino alla pubblicazione del testo definitivo della legge di Bilancio, tutte le ipotesi restano proposte politiche prive di copertura finanziaria certa: la prudenza, in attesa di conferme ufficiali, resta quindi d'obbligo per chi sta valutando la propria strategia di uscita dal lavoro.






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Dott.ssa Serena Benedetti

La dott.ssa Serena Benedetti è un'esperta previdenziale con oltre 15 anni di esperienza nel campo della consulenza e dell'assistenza previdenziale. Laureata in Economia e Commercio, ha dedicato la sua carriera all'analisi delle politiche pensionistiche e alla consulenza su temi legati al welfare e alla previdenza sociale. Grazie alla sua competenza, ha collaborato con diversi...