Le riserve d'oro italiane custodite negli Stati Uniti tornano al centro dell'attenzione tra timori sulla sicurezza, dibattiti politici e richiami storici. Il caso tedesco riapre la questione della sovranità.
L'Italia, terza nazione al mondo per quantità di oro detenuto dalla banca centrale, custodisce parte consistente di queste riserve fuori dai propri confini. In un contesto geopolitico instabile, caratterizzato da decine di conflitti e da relazioni talvolta tese tra Europa e Stati Uniti, il tema della localizzazione dei lingotti riemerge con forza. Negli ultimi anni, personalità di spicco nel mondo accademico ed economico hanno sollevato interrogativi sulla sicurezza e sulla reale opportunità di mantenere tali beni oltreoceano.
Negli anni, in particolare dopo l'avvicendamento alla presidenza americana con un ritorno a toni meno concilianti nei confronti degli alleati europei, preoccupazioni e interrogativi sul destino del metallo prezioso tornano d'attualità. Se la custodia estera era ritenuta un dato acquisito, oggi cresce la sensibilità dell'opinione pubblica e degli stakeholder verso la detenzione diretta e immediata delle riserve. Questo dibattito coinvolge politica, economia e società civile, promuovendo una riflessione sulla sovranità e la sicurezza del patrimonio nazionale, senza tuttavia trascurare opportunità e rischi connessi a un'eventuale ricollocazione.
Il patrimonio aureo italiano ammonta a 2.452 tonnellate, valore che nel 2024 è stato stimato attorno ai 198 miliardi di euro. Questa ingente riserva rappresenta una risorsa strategica per la stabilità monetaria e finanziaria del Paese. Tuttavia, un aspetto spesso sottovalutato dell'attuale assetto è la sua distribuzione geografica: solo il 44,86% è detenuto presso la Banca d'Italia a Roma, mentre il 43,29% si trova nei caveau statunitensi, prevalentemente tra Fort Knox e la Federal Reserve di New York. Il resto è suddiviso tra Regno Unito (5,76%) e Svizzera (6,09%).
L'allocazione di quasi metà delle riserve negli Stati Uniti viene giustificata essenzialmente da due fattori principali:
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Ubicazione |
% sul totale |
Tonnellate |
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Banca d'Italia (Roma) |
44,86% |
~1.100 |
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USA (Fort Knox/FED) |
43,29% |
~1.060 |
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Svizzera |
6,09% |
~149 |
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Regno Unito |
5,76% |
~141 |
L'attuale spartizione risponde inoltre a strategie di diversificazione, necessarie per gestire meglio rischi e costi, garantendo la vendita rapida in caso di emergenza anche sui principali mercati mondiali. Resta però il nodo della disponibilità fisica immediata in caso di peggioramento delle condizioni internazionali o di criticità politiche nei Paesi ospitanti.
L'attuale scenario trae origine da snodi storici ben precisi. Sin dall'epoca del gold standard, tra fine Ottocento e prima metà del Novecento, l'oro rappresentava la garanzia ultima per il valore delle valute nazionali. Con la fine della Seconda guerra mondiale, la ricostruzione delle economie occidentali si accompagnò a nuovi assetti monetari, come sancito a Bretton Woods. Il gold exchange standard introdusse la predominanza del dollaro americano, convertibile in oro, e fissò il valore delle principali monete mondiali in relazione al biglietto verde.
L'Italia vide così trasferire parte delle proprie riserve nei caveau statunitensi sia per motivi di sicurezza sia per rafforzare l'asse economico e politico con Washington, nel quadro dell'Alleanza Atlantica e del Piano Marshall. Gli anni della Guerra Fredda, con le tensioni tra blocchi e la percezione di rischio imminente legato all'Unione Sovietica, hanno acuito l'importanza percepita di tenere l'oro in siti ritenuti inattaccabili, come Fort Knox e la Federal Reserve di New York:
Il crescente clima di instabilità mondiale e le tensioni geopolitiche hanno progressivamente portato all'attenzione il tema della localizzazione delle riserve auree. I timori si sono concentrati soprattutto dopo gli sviluppi legati alla presidenza americana e alle sue dichiarazioni sull'autonomia della Federal Reserve, che, secondo molti osservatori, potrebbero avere ripercussioni sull'accessibilità del metallo prezioso depositato negli USA.
I principali punti di preoccupazione riguardano:
Le scelte della Bundesbank tedesca rappresentano un esempio studiato a fondo in Italia e in altri paesi con quote significative di oro all'estero. Nel 2013 la banca centrale tedesca ha avviato un'operazione di rimpatrio di 674 tonnellate di oro precedentemente allocate nei caveau di Parigi e New York. In tal modo la quota detenuta fisicamente in Germania è salita, raggiungendo il 50,5% del totale, mediante un'operazione che ha richiesto grande discrezione, investimenti in sicurezza e un costo totale stimato attorno a 7 milioni di euro.
I motivi che hanno spinto la Germania a questa scelta sono molteplici:
Le valutazioni sul rimpatrio delle riserve in lingotti coinvolgono una pluralità di attori istituzionali, accademici e politici. Il fronte favorevole al rientro in patria degli asset aurei richiama diversi punti di forza:
L'approccio della Banca d'Italia resta improntato alla prudenza e alla diversificazione. Secondo le dichiarazioni ufficiali, la scelta di delegare a strutture straniere parte della custodia delle riserve risponde a una strategia di minimizzazione dei rischi e dei costi, oltre che alle consuetudini acquisite in decenni di alleanze e relazioni finanziarie. Il controllo operativo è assicurato attraverso:
In Italia, l'azione istituzionale resta allineata alle migliori prassi internazionali e alle norme in materia di gestione patrimoniale pubblica. Una riconsiderazione delle proprie politiche sarà verosimilmente oggetto di valutazione solo a fronte di un deterioramento sostanziale nei rapporti con i Paesi depositari o di mutamenti strutturali nel quadro normativo e geopolitico di riferimento.