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Oro italiano custodito negli Usa: il Governo potrebbe volerlo riprenderlo come la Germania. C'è preoccupazione

di Marcello Tansini pubblicato il
Ripresa oro negli Usa

Le riserve d'oro italiane custodite negli Stati Uniti tornano al centro dell'attenzione tra timori sulla sicurezza, dibattiti politici e richiami storici. Il caso tedesco riapre la questione della sovranità.

L'Italia, terza nazione al mondo per quantità di oro detenuto dalla banca centrale, custodisce parte consistente di queste riserve fuori dai propri confini. In un contesto geopolitico instabile, caratterizzato da decine di conflitti e da relazioni talvolta tese tra Europa e Stati Uniti, il tema della localizzazione dei lingotti riemerge con forza. Negli ultimi anni, personalità di spicco nel mondo accademico ed economico hanno sollevato interrogativi sulla sicurezza e sulla reale opportunità di mantenere tali beni oltreoceano.

Negli anni, in particolare dopo l'avvicendamento alla presidenza americana con un ritorno a toni meno concilianti nei confronti degli alleati europei, preoccupazioni e interrogativi sul destino del metallo prezioso tornano d'attualità. Se la custodia estera era ritenuta un dato acquisito, oggi cresce la sensibilità dell'opinione pubblica e degli stakeholder verso la detenzione diretta e immediata delle riserve. Questo dibattito coinvolge politica, economia e società civile, promuovendo una riflessione sulla sovranità e la sicurezza del patrimonio nazionale, senza tuttavia trascurare opportunità e rischi connessi a un'eventuale ricollocazione.

Quanto oro italiano è custodito negli Stati Uniti e perché

Il patrimonio aureo italiano ammonta a 2.452 tonnellate, valore che nel 2024 è stato stimato attorno ai 198 miliardi di euro. Questa ingente riserva rappresenta una risorsa strategica per la stabilità monetaria e finanziaria del Paese. Tuttavia, un aspetto spesso sottovalutato dell'attuale assetto è la sua distribuzione geografica: solo il 44,86% è detenuto presso la Banca d'Italia a Roma, mentre il 43,29% si trova nei caveau statunitensi, prevalentemente tra Fort Knox e la Federal Reserve di New York. Il resto è suddiviso tra Regno Unito (5,76%) e Svizzera (6,09%).

L'allocazione di quasi metà delle riserve negli Stati Uniti viene giustificata essenzialmente da due fattori principali:

  • Sicurezza logistica: durante la Guerra Fredda, le strutture americane erano ritenute insuperabili in termini di sicurezza.
  • Prossimità ai mercati finanziari strategici: New York, come Londra, è da decenni il baricentro mondiale per lo scambio e la liquidabilità dell'oro.
In chiave storica, l'abitudine deriva dagli accordi di Bretton Woods del 1944, che consacrarono il dollaro come valuta di riferimento internazionale, ancorata a sua volta al metallo prezioso. L'Italia, uscita dal secondo conflitto mondiale, stipulò accordi che prevedevano non solo assistenza economica e investimenti infrastrutturali, ma anche una serie di garanzie verso gli alleati occidentali, tra cui il trasferimento di parte dell'oro nazionale in Usa:

Ubicazione

% sul totale

Tonnellate

Banca d'Italia (Roma)

44,86%

~1.100

USA (Fort Knox/FED)

43,29%

~1.060

Svizzera

6,09%

~149

Regno Unito

5,76%

~141

L'attuale spartizione risponde inoltre a strategie di diversificazione, necessarie per gestire meglio rischi e costi, garantendo la vendita rapida in caso di emergenza anche sui principali mercati mondiali. Resta però il nodo della disponibilità fisica immediata in caso di peggioramento delle condizioni internazionali o di criticità politiche nei Paesi ospitanti.

Le ragioni storiche della presenza dell'oro italiano all'estero

L'attuale scenario trae origine da snodi storici ben precisi. Sin dall'epoca del gold standard, tra fine Ottocento e prima metà del Novecento, l'oro rappresentava la garanzia ultima per il valore delle valute nazionali. Con la fine della Seconda guerra mondiale, la ricostruzione delle economie occidentali si accompagnò a nuovi assetti monetari, come sancito a Bretton Woods. Il gold exchange standard introdusse la predominanza del dollaro americano, convertibile in oro, e fissò il valore delle principali monete mondiali in relazione al biglietto verde.

L'Italia vide così trasferire parte delle proprie riserve nei caveau statunitensi sia per motivi di sicurezza sia per rafforzare l'asse economico e politico con Washington, nel quadro dell'Alleanza Atlantica e del Piano Marshall. Gli anni della Guerra Fredda, con le tensioni tra blocchi e la percezione di rischio imminente legato all'Unione Sovietica, hanno acuito l'importanza percepita di tenere l'oro in siti ritenuti inattaccabili, come Fort Knox e la Federal Reserve di New York:

  • La funzione geopolitica dell'asset allocation all'estero rifletteva la centralità degli Stati Uniti nel sistema mondiale dei pagamenti, nonché la necessità di rassicurare le potenze vincitrici e nuovi alleati sulla lealtà e stabilità italiane.
  • Anche motivazioni pratiche: la presenza di oro a portata di mano nelle piazze di maggiore scambio consentiva maggiore agilità negli interventi d'emergenza sui mercati e garantiva una minimizzazione dei costi di trasporto e assicurativi.
La situazione cambiò parzialmente nel 1971 con la scelta presidenziale statunitense di sospendere la convertibilità del dollaro in oro. Da allora, pur cessando il vincolo diretto tra valuta e metallo, le riserve italiane sono rimaste custodite negli Usa, in parte per prassi e in parte per mancanza di criticità nei rapporti bilaterali. Nel tempo, tuttavia, l'esigenza di un controllo diretto e immediato ha iniziato a riaffiorare, stimolando il dibattito tuttora in corso.

Il dibattito e le preoccupazioni sulla sicurezza delle riserve

Il crescente clima di instabilità mondiale e le tensioni geopolitiche hanno progressivamente portato all'attenzione il tema della localizzazione delle riserve auree. I timori si sono concentrati soprattutto dopo gli sviluppi legati alla presidenza americana e alle sue dichiarazioni sull'autonomia della Federal Reserve, che, secondo molti osservatori, potrebbero avere ripercussioni sull'accessibilità del metallo prezioso depositato negli USA.

I principali punti di preoccupazione riguardano:

  • Possibile limitazione della disponibilità in caso di crisi nelle relazioni bilaterali o di pressioni politiche interne americane.
  • Rischio di strumentalizzazione delle riserve auree da parte del paese ospitante, specialmente in presenza di tensioni commerciali o politiche.
  • Accuse e teorie complottistiche sul reale stato dei depositi, che trovano eco anche nei media di rilievo internazionale.
Parlamenti europei e gruppi di pressione, come la Taxpayers Association of Europe, hanno ufficialmente richiesto la revisione dell'affidamento estero, consigliando il rimpatrio per una maggiore prontezza d'intervento e tutela della sovranità economica. Diverse banche centrali, in linea con quanto suggerito anche da sondaggi del World Gold Council, stanno rivalutando la propria strategia di conservazione dell'oro fisico. Tuttavia, le istituzioni ufficiali come la Banca d'Italia mantengono posizioni caute, sottolineando la validità dei controlli e delle ispezioni effettuate in collaborazione con le controparti internazionali, e considerando, di fatto, soddisfacente l'attuale ripartizione geografica.

Il precedente tedesco: cosa ha fatto la Germania

Le scelte della Bundesbank tedesca rappresentano un esempio studiato a fondo in Italia e in altri paesi con quote significative di oro all'estero. Nel 2013 la banca centrale tedesca ha avviato un'operazione di rimpatrio di 674 tonnellate di oro precedentemente allocate nei caveau di Parigi e New York. In tal modo la quota detenuta fisicamente in Germania è salita, raggiungendo il 50,5% del totale, mediante un'operazione che ha richiesto grande discrezione, investimenti in sicurezza e un costo totale stimato attorno a 7 milioni di euro.

I motivi che hanno spinto la Germania a questa scelta sono molteplici:

  • Restringere la dipendenza da attori esterni in un'epoca di nuova incertezza internazionale.
  • Rinforzare la fiducia sulle istituzioni nazionali per garantire la gestione sovrana delle riserve strategiche.
  • Rispondere alle pressioni dell'opinione pubblica e dei media, spesso alimenti da timori sull'ipotetica indisponibilità del metallo in caso di necessità.
L'esempio tedesco, quindi, fornisce un riferimento diretto alle discussioni attuali in Italia, sia per le modalità attuative che per l'impatto sull'immaginario collettivo. Da notare la prudenza delle istituzioni centrali: la Bundesbank, anche dopo la scelta, continua a definire gli Usa partner affidabile, a testimoniare la complessità della materia tra diplomazia, strategia e gestione degli asset statali.

Posizioni e argomenti a favore e contro il rimpatrio dell'oro

Le valutazioni sul rimpatrio delle riserve in lingotti coinvolgono una pluralità di attori istituzionali, accademici e politici. Il fronte favorevole al rientro in patria degli asset aurei richiama diversi punti di forza:

  • Controllo diretto e autonomo: solo la presenza fisica garantisce la piena disponibilità, soprattutto in contesti turbolenti.
  • Tutela della sovranità nazionale in un'epoca di crescente fragilità delle alleanze e cambiamenti degli equilibri internazionali.
  • Risposta alle preoccupazioni dell'opinione pubblica e degli stakeholder sulla effettiva sicurezza delle riserve all'estero.
Tra gli argomenti contrari alla ricollocazione prevalgono le seguenti considerazioni:
  • Sicurezza e costo: trasferire migliaia di lingotti dall'estero comporta rischi logistici, finanziari e un impatto rilevante in termini di costi, come dimostrato dall'esperienza tedesca.
  • Effetto sul sistema finanziario: una decisione di prelievo potrebbe essere percepita come segnale di sfiducia verso il Paese depositario, incrinando rapporti tra alleati e mercati.
  • Utilità della presenza internazionale: mantenere riserve presso i grandi mercati di scambio consente interventi più agili in situazioni di emergenza finanziaria.
L'argomentazione di parte governativa, oggi più moderata rispetto al passato, sottolinea l'equilibrio delicato tra sicurezza, costi e diplomazia. Gli studiosi favorevoli al rimpatrio fanno riferimento anche ai mutamenti del contesto attuale: tra le motivazioni, la perdita di attualità dei presupposti emersi dagli accordi di Bretton Woods, la ridotta affidabilità delle istituzioni americane in uno scenario sempre più multipolare, e la necessità, avvertita da settori della società e della politica, di presidiare direttamente ogni asset strategico.

Le strategie odierne della Banca d'Italia e il confronto

L'approccio della Banca d'Italia resta improntato alla prudenza e alla diversificazione. Secondo le dichiarazioni ufficiali, la scelta di delegare a strutture straniere parte della custodia delle riserve risponde a una strategia di minimizzazione dei rischi e dei costi, oltre che alle consuetudini acquisite in decenni di alleanze e relazioni finanziarie. Il controllo operativo è assicurato attraverso:

  • Attestazioni annuali da parte delle banche centrali depositarie.
  • Procedure rigorose di verifica dell'integrità e della quantità dei lingotti stoccati.
  • Slot ispezionabili a fronte di accordi specifici, sempre sotto garanzia di massima riservatezza e sicurezza.
Il confronto internazionale mostra approcci differenziati. Se la banca centrale tedesca, pur avendo rimpatriato parte delle sue riserve, continua a mantenere un rapporto stretto con la Federal Reserve, altri Paesi hanno iniziato a valutare la diversificazione delle proprie strategie, in risposta alle evoluzioni geopolitiche e all'aumento delle tensioni tra grandi blocchi economici.

In Italia, l'azione istituzionale resta allineata alle migliori prassi internazionali e alle norme in materia di gestione patrimoniale pubblica. Una riconsiderazione delle proprie politiche sarà verosimilmente oggetto di valutazione solo a fronte di un deterioramento sostanziale nei rapporti con i Paesi depositari o di mutamenti strutturali nel quadro normativo e geopolitico di riferimento.