Pil all'1% nel 2026, stime e salari al centro del confronto tra Governo e opposizioni. A Cernobbio emergono divisioni sulla politica economica e il caso della sedia vuota di Calenda.
Giancarlo Giorgetti ha indicato una crescita del Pil italiano vicina all'1% nel 2026, partendo dallo 0,6% previsto inizialmente dal Governo e dallo 0,8% già acquisito. Il ministro dell'Economia ha legato questa possibilità all'andamento degli indicatori nei prossimi mesi. Resta poi il fattore internazionale, ancora esposto alle conseguenze dei prezzi dell'energia, delle difficoltà nel commercio e delle tensioni geopolitiche.
La dichiarazione, pronunciata al Forum TEHA di Cernobbio, ha dato a una stima prudente il valore di un obiettivo politico. Non si tratta però di una nuova previsione ufficiale del Ministero dell'Economia. È la valutazione aggiornata del ministro, formulata sulla base dell'andamento dell'economia nel corso del 2026.
Il confronto con le istituzioni economiche resta perciò indispensabile. Le proiezioni oggi disponibili collocano la crescita italiana in una fascia più bassa, tra lo 0,5% e lo 0,7% per l'intero 2026.
Il numero citato da Giorgetti riguarda il Pil italiano del 2026. Non è una previsione sul 2027 e non descrive una crescita strutturale destinata a ripetersi negli anni successivi. Il quadro programmatico del Governo era stato costruito su un aumento dello 0,6% nell'anno in corso; secondo il ministro, l'economia ha già accumulato uno 0,8% di crescita e, con indicatori ancora favorevoli, il dato annuale potrebbe avvicinarsi all'1%.
Qui entra in gioco la nozione di crescita acquisita. Il dato indica quanto aumenterebbe il prodotto interno lordo nell'intero anno se, dopo il livello raggiunto, l'economia restasse ferma nei trimestri successivi. Non coincide dunque con il risultato che sarà registrato a fine 2026. Consumi, investimenti, esportazioni e produzione possono ancora spostare il bilancio complessivo, in positivo o in negativo.
Le stime ufficiali diffuse nei mesi precedenti erano state riviste al ribasso. A pesare erano stati l'intreccio delle tensioni internazionali, il costo dell'energia e la domanda europea debole. La valutazione di Giorgetti si colloca nella parte alta degli scenari disponibili, ma non li contraddice necessariamente: il ministro ha indicato una possibilità, non un risultato già raggiunto.
La distanza tra l'ipotesi politica dell'1% e le valutazioni degli organismi economici indipendenti è evidente. L'Istat, l'istituto nazionale che elabora le principali statistiche economiche italiane, stima per il 2026 una crescita del Pil dello 0,7%. La previsione arriva dopo l'aumento dello 0,5% registrato nel 2025.
La Banca d'Italia, nel documento pubblicato a giugno 2026, ha indicato una crescita dello 0,5% per il 2026, dello 0,4% per il 2027 e dello 0,9% per il 2028. La stessa analisi ha precisato che, correggendo il dato per il numero di giornate lavorative, la crescita del 2026 sarebbe stata dello 0,6%.
Lo scarto rispetto alla valutazione di Giorgetti è quindi significativo, anche se resta limitato a pochi decimali in un'economia dalla dinamica molto debole. Non è una differenza trascurabile sul piano politico, ma va letta dentro un quadro di crescita contenuta.
La Commissione europea ha previsto per l'Italia un rallentamento nel 2026 e una successiva accelerazione, comunque limitata, allo 0,6% nel 2027. Le sue proiezioni tengono conto dell'impatto dello shock energetico e della minore espansione degli scambi internazionali. La Banca d'Italia ha stimato inoltre un'inflazione armonizzata del 3,1% nel 2026, con conseguenze negative sulla spesa delle famiglie:
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Organismo o istituzione |
Crescita prevista per il 2026 |
Indicazione principale |
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Governo, valutazione Giorgetti |
Vicino all'1% |
Risultato possibile se gli indicatori resteranno favorevoli |
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Istat |
0,7% |
Stima costruita sul quadro economico del 2026 |
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Banca d'Italia |
0,5% |
Scenario esposto ai prezzi dell'energia e alla domanda interna |
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Commissione europea |
Rallentamento nel 2026 |
Ripresa moderata indicata per il 2027 |
Il confronto porta a una conclusione precisa: l'1% è raggiungibile soltanto nello scenario più favorevole. Per arrivarci, la spesa delle famiglie dovrebbe riprendere vigore, gli investimenti del Piano nazionale di ripresa e resilienza avanzare senza ritardi e l'industria evitare nuovi aumenti dei costi energetici.
A Cernobbio il Governo ha difeso una linea prudente sui conti pubblici. Giorgetti ha rivendicato il rispetto delle regole europee di bilancio e ha indicato nella stabilità di deficit e debito una condizione per non alimentare nuove tensioni sui mercati.
La strategia dell'esecutivo si muove attorno a tre priorità: selezionare la spesa, destinare le risorse disponibili agli interventi capaci di sostenere la crescita e mantenere credibile il percorso della finanza pubblica. Il margine di manovra, secondo questa impostazione, dipende anche dalla fiducia degli investitori e dalla sostenibilità dei conti.
Le opposizioni hanno contestato questa lettura. Una crescita vicina all'1%, hanno sostenuto, non basta a rappresentare la condizione concreta delle famiglie. Elly Schlein ha parlato di calo della produzione, di una crescita debole nonostante il Pnrr e di costi energetici ancora elevati. Giuseppe Conte ha riconosciuto il valore della stabilità, ma ha accusato il Governo di non avere definito una strategia economica di lungo periodo.
Angelo Bonelli ha spostato l'attenzione sui salari reali, sulla precarietà, sul prezzo dell'energia e sulla qualità del lavoro. Matteo Renzi si è concentrato invece sulla necessità di un programma comune dell'opposizione, fondato su stipendi, sicurezza ed Europa. Le posizioni dei partiti restano lontane, in particolare quando si parla di spesa pubblica, transizione energetica, difesa e politica industriale.
Il confronto politico si può riassumere così:
Giorgetti ha detto che l'esecutivo può agire attraverso leve fiscali e contributive. Alle imprese ha chiesto di considerare gli aumenti salariali un investimento, non soltanto un costo. L'idea è semplice: retribuzioni più alte possono sostenere la domanda interna, rendere meno difficile trovare personale e aumentare l'attrattività delle aziende in un Paese alle prese con l'invecchiamento della popolazione.
Tra gli interventi già previsti per il 2026 c'è l'imposta sostitutiva del 5% sugli incrementi retributivi riconosciuti ai dipendenti del settore privato in attuazione di rinnovi contrattuali sottoscritti tra il 2024 e il 2026. L'obiettivo è rendere più conveniente per il lavoratore l'aumento ottenuto attraverso la contrattazione collettiva.
La misura, però, non riguarda qualsiasi aumento. Si applica soltanto agli incrementi che rispettano i requisiti stabiliti dalla norma. Non produce quindi un aumento generalizzato degli stipendi e lascia fuori i lavoratori senza rinnovo contrattuale o impiegati nei settori con le retribuzioni più basse.
Le opposizioni hanno indicato altri possibili strumenti:
A Cernobbio la sedia vuota più discussa era quella destinata a Carlo Calenda. Il leader di Azione ha rinunciato a partecipare dopo l'invito a Roberto Vannacci, esponente di Futuro Nazionale. Calenda ha contestato la decisione degli organizzatori di affiancare la sua presenza a quella dell'ex generale.
Per Calenda, l'invito equivaleva a una legittimazione politica di posizioni incompatibili con il profilo liberale ed europeista del Forum. Vannacci ha risposto sostenendo che la sedia vuota sarebbe stata quella di Calenda, non la sua. La discussione ha così finito per spostare il baricentro del Forum dai programmi alla scelta degli interlocutori.
L'assenza di Calenda aveva un peso specifico. Avrebbe potuto rappresentare una posizione centrista, favorevole all'industria, agli investimenti e a un rapporto stretto con l'Unione europea, ma distinta sia dalla maggioranza sia dal campo progressista.
Senza di lui, il panel delle opposizioni ha riunito Elly Schlein, Giuseppe Conte, Angelo Bonelli e Matteo Renzi. Conte ha partecipato da remoto.
Durante il Forum si è verificato anche un secondo episodio simbolico. Al pranzo con Vannacci, Mario Monti ha cambiato posto, mentre una sedia destinata all'ex generale è rimasta vuota. Il gesto è stato interpretato come una presa di distanza politica e ha alimentato il racconto mediatico di una manifestazione segnata da divisioni che non riguardavano soltanto l'economia.
Il dott. Luca Rossoni è un esperto analista finanziario con oltre 30 anni di esperienza nel settore delle finanze. Ha conseguito la laurea in Economia e Commercio presso l'Università Bocconi e ha lavorato per prestigiose istituzioni bancarie e società di consulenza. Specializzato in strategie di investimento e gestione del rischio, Luca ha aiutato numerosi clienti a ottimizzare i loro portafogl...