In un contesto di dollaro debole, come gli investimenti, fondi e ETF si comportano, di solito, tra rischi, opportunitŕ e strategie su azioni, obbligazioni e materie prime.
Negli ultimi mesi, la scena finanziaria internazionale ha visto una progressiva debolezza della principale valuta di riserva mondiale. L’indebolimento del biglietto verde, registrato sia nei confronti dell’euro che di altre valute, ha spinto investitori e gestori a rivedere l’asset allocation dei portafogli globali. La dinamica sta incidendo su numerosi comparti: azioni, obbligazioni, materie prime e fondi comuni, con effetti che variano a seconda della composizione valutaria dei singoli strumenti e delle esposizioni ai mercati internazionali.
Molteplici fattori macroeconomici e politici spiegano la tendenza alla discesa della valuta statunitense. Una parte considerevole dell’indebolimento deriva dall’attuale scenario politico interno negli Stati Uniti, caratterizzato da incertezza sulle future politiche economiche e da una crescente pressione sull’autonomia della Federal Reserve. L’incertezza politica si traduce nell’aumento del cosiddetto «premio per il rischio», col risultato che istituzionali internazionali e investitori cercano valuta rifugio altrove, favorendo in particolare l’euro.
Il ciclo della politica monetaria USA ha inoltre subito una svolta, con la Federal Reserve che ha iniziato un percorso accomodante, tagliando i tassi fino a una prospettiva del 2,75% entro fine 2026. Questo riduce il differenziale di rendimento tra i Treasury statunitensi e le obbligazioni degli altri paesi sviluppati, indebolendo ulteriormente il dollaro. Parallelamente, la Banca Centrale Europea, dopo una fase di allentamento, ha mostrato un orientamento più restrittivo. Il mix di stimoli fiscali all’interno dell’Eurozona, in particolare il maxi-piano tedesco, sta fornendo ulteriore carburante alla moneta unica.
Dinamiche aggiuntive alimentano il trend: l’avanzo delle partite correnti dell’Eurozona, la riduzione dei prezzi delle materie prime, e soprattutto politiche commerciali statunitensi dubbie, con dazi e barriere che innescano tensioni e incertezze per i flussi internazionali. Infine, si sottolinea che il movimento del dollaro rappresenta oggi, più che un crollo strutturale, un ritorno alla media storica; ciò implica che, pur in presenza di ulteriore indebolimento, la valuta statunitense resta comunque punto di riferimento globale per riserve e scambi internazionali.
Il calo del dollaro influenza in modo eterogeneo gli strumenti finanziari, a seconda dell’esposizione valutaria e della natura dell’asset. Gli investitori europei vedono generalmente incrementare il valore in euro degli asset denominati in dollari, come azioni USA, ma potrebbero subire una riduzione dei rendimenti reali se la debolezza è già incorporata nei prezzi o se i costi di copertura sono elevati.
I fondi azionari e gli Exchange Traded Fund (ETF) esposti agli Stati Uniti beneficiano del dollaro debole solo nel caso in cui la svalutazione sia inferiore alla crescita delle aziende quotate. Diversamente, strumenti che fanno scommesse esplicite su una valuta, come ETF e fondi «short dollaro», possono registrare guadagni rapidi in caso di ulteriore indebolimento. Bisogna tuttavia valutare rischi e costi legati alla leva finanziaria e al ribilanciamento quotidiano.
Per quanto riguarda i portafogli obbligazionari, i titoli di stato statunitensi risultano meno appetibili per gli investitori europei se non protetti dal rischio cambio. In compenso, le obbligazioni in euro e dei paesi emergenti in valuta locale beneficiano della maggiore forza delle rispettive divise e delle politiche meno restrittive delle proprie Banche Centrali.
L’attuale scenario ha innestato una rotazione degli investimenti: gli investitori tendono a privilegiare Europa e mercati emergenti rispetto agli Stati Uniti. Le borse della zona euro, supportate da inediti piani fiscali e tassi reali favorevoli, hanno sovraperformato quelle americane nella prima parte del 2025, grazie anche a valutazioni più contenute e a un premio per il rischio elevato.
Il rafforzamento delle valute emergenti contro il dollaro può sostenere i mercati azionari EM, specie in presenza di politiche monetarie accomodanti. Cina e India restano centri d’interesse, come pure Brasile, favorita da esportazioni agricole e prospettive di taglio dei tassi. Tuttavia, il quadro rimane complesso: un dollaro in discesa penalizza le società esportatrici europee che vendono in dollari ma sostengono costi in euro, mentre favorisce realtà che acquistano materie prime in dollari e vendono in euro.
Le obbligazioni emergenti in valuta locale raccolgono benefici dall’attuale debolezza del dollaro, favorite da un trend disinflazionistico, dinamiche macro solide e ridotti rischi di deflussi. Tuttavia, occorre prudenza: un eventuale ritorno di forza del dollaro potrebbe aumentare la volatilità di questi segmenti.
Se questi strumenti si sono distinti nei contesti più recenti, va ricordato che sono adatti a una piccola parte del portafoglio per via dell’alta volatilità e dei meccanismi di gestione quotidiana. Gli ETF short a leva, nati per scommettere sul ribasso del USD/EUR su base giornaliera, presentano rischi aumentati da costi di finanziamento e compounding negativo nei periodi di volatilità. È consigliabile avvicinarsi a queste strategie solo con un’adeguata esperienza e profilazione del rischio.
Metalli preziosi e altre materie prime conservano una funzione difensiva in caso di svalutazione del dollaro. Storicamente, oro e argento presentano una correlazione inversa con la valuta statunitense: quando il valore del dollaro scende, la domanda di oro tende ad aumentare, spinta soprattutto dalla ricerca di sicurezza nei momenti di volatilità finanziaria e geopolitica.
L’incremento di riserve auree da parte delle banche centrali dei Paesi emergenti testimonia la volontà di ridurre la dipendenza dal dollaro e proteggere la stabilità dei portafogli. Il metallo giallo, ormai spesso raccomandato fino al 10% delle allocazioni totali, ha mantenuto una tendenza rialzista significativa nell’ultimo biennio e resta un pilastro per la protezione dal rischio valutario. Per gli investitori, il comparto delle materie prime rappresenta, quindi, uno strumento efficace di diversificazione, utile a compensare le potenziali perdite valutarie su strumenti denominati in dollari.
La gestione attiva del rischio di cambio passa attraverso strategie di diversificazione e copertura mirata. La diversificazione geografica consente di ridurre la dipendenza da una singola valuta, inserendo in portafoglio asset denominati in euro, dollari e altre valute forti. Altro approccio è quello della copertura tramite strumenti derivati (futures, opzioni o swap valutari): questa soluzione permette di mitigare la volatilità, ma impone costi ricorrenti che spesso superano il rendimento atteso, specie sulle asset class azionarie nel lungo periodo.