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Quanti giovani in Italia lavorano mentre studiano all'università: chi sono, cosa fanno, quanto guadagnano e se restano in corso

di Dott.ssa Marianna Bassetti pubblicato il

Quanti universitari italiani lavorano mentre studiano? Un viaggio tra dati, motivazioni, tipi di impiego, bilancio tra studio e lavoro, guadagni, meriti e rischi di abbandono, per capire chi sono questi giovani e le sfide che affrontano.

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Il quadro attuale mostra un trend che non si può ignorare: ogni anno cresce la quota di chi affianca attività lavorative e università. La pressione economica, la volontà di anticipare l'ingresso nel mondo del lavoro e la necessità di autonomia spingono sempre più universitari a non limitarsi ai soli libri. Questa realtà sta trasformando l'esperienza accademica italiana e pone implicazioni concrete su formazione, rendimento e prospettive future. 

Lavorare durante gli studi non è una scelta riservata a una minoranza: è un fenomeno che interessa centinaia di migliaia di giovani, spesso sottovalutato nelle reali dimensioni e complessità. Esistono motivazioni diverse dietro questa scelta: dal bisogno di sostenersi, all'obiettivo di sviluppare soft skills già in età accademica, dal desiderio di costruire un percorso di autonomia al tentativo di alleggerire il peso economico sulle famiglie. L'università non è più, per molti, una parentesi protetta. Diventa ogni giorno di più terreno di prova, palestra di resilienza e laboratorio di orientamento professionale.

Non cogliere queste nuove tendenze significa ignorare l'evoluzione del sistema universitario nazionale e sottovalutare l'impatto che queste scelte producono sul tessuto sociale, sulle carriere post-laurea e sulla qualità della formazione stessa. L'Italia, inserita in uno scenario europeo in cui l'unione tra apprendimento e lavoro è ormai la norma per milioni di giovani, presenta però peculiarità precise che emergono analizzando dati e storie.

Dare attenzione, analizzare statistiche, evitare errori di valutazione e costruire risposte puntuali è un dovere per chi si occupa di istruzione, orientamento e politiche giovanili. Proprio perché la scelta di lavorare mentre si studia può rappresentare sia una leva di successo, sia un potenziale ostacolo al completamento di esami e studi. Il rischio maggiore non è solo per chi non regge il peso del doppio impegno, ma per il sistema Paese, che si trova di fronte alla sfida di trattenere e valorizzare il capitale umano formato nelle sue università.

Quanti sono davvero gli universitari che lavorano: dati, tipologie di impiego e motivazioni

I numeri ufficiali aiutano a fare chiarezza su una domanda frequente: "quanti giovani, effettivamente, lavorano durante l'università in Italia"?

Diversi enti e istituti di ricerca hanno stimato la quantità di studenti-lavoratori universitari, ma la risposta varia in funzione delle metodologie adottate. Ecco una tabella riassuntiva delle principali rilevazioni:

Fonte Parametro misurato Risultato/percentuale
Unione degli Universitari & CGIL Studenti con lavoro "ufficiale", con contratto 365mila pari al 17% degli iscritti
Eurostudent Tutte le forme di impiego (part-time, lavori saltuari, stagionali, ecc.) Circa 40% della popolazione universitaria
Eurostat/Istat Giovani 15-29 anni che studiano e lavorano (sul totale giovani, non solo iscritti) 6% (22° posto in Europa)

Per comprendere davvero il fenomeno occorre soffermarsi sulla fonte Eurostudent: considerando anche lavoretti saltuari e part-time, il 40% degli universitari italiani sostiene, in varie forme, un’attività lavorativa. Questa percentuale sale al 57,9% tra chi proviene da famiglie meno abbienti, mentre nel Nord-Est si registrano punte del 47,6%. L’ampio divario regionale è una caratteristica ben radicata della società italiana e riflette sia la concentrazione di imprese, sia le differenze nel costo della vita e nella struttura dei servizi di welfare.

Ma che tipi di lavoro vengono svolti? La pluralità di situazioni è significativa:

  • Lavori stagionali e part-time in settori come ristorazione, commercio al dettaglio, turismo e servizi;
  • Collaborazioni studentesche interne agli atenei (biblioteche, supporto amministrativo, tutorato);
  • Stage curriculari e tirocini, spesso poco retribuiti ma propedeutici al percorso di studi;
  • Lavori a chiamata o saltuari, spesso gestiti tramite piattaforme digitali;
  • Posizioni qualificate per chi frequenta corsi legati a professioni tecniche, informatiche o sanitarie.
Le motivazioni possono essere distinte in tre grandi categorie:
  • Esigenza economica: sostenere spese di affitto, tasse universitarie, libri e vita quotidiana, specie per i fuori sede;
  • Ricerca di autonomia: acquisire indipendenza dalla famiglia e sperimentare la gestione delle proprie risorse;
  • Costruzione di esperienza: arricchire il cv, apprendere soft skills, creare un primo network professionale e spesso accedere a possibilità di inserimento lavorativo post-laurea.
L'esistenza di dati discordanti è effetto diretto delle diverse tipologie di impiego conteggiate. È qui che spesso sbagliano analisi e titoli impressionistici: chi lavora "regolarmente" con contratto rappresenta una minoranza, ma la vasta platea dei lavoretti, degli stage e dei lavori saltuari alza molto la percentuale dei giovani coinvolti, rendendo più credibile il valore del 40%. Resta inoltre il dato sistematico della disparità di opportunità tra Nord e Sud, confermato anche dalle statistiche AlmaLaurea sui laureati occupati.

Lavorare e studiare: effetti su percorso accademico, meritocrazia, guadagni medi e rischi di abbandono

L'impatto del lavoro sul percorso di studi universitario va ben oltre la semplice questione organizzativa. È una questione che tocca il rendimento, la qualità dell’esperienza formativa, la possibilità di restare nei tempi (restare "in corso") e, nei casi più critici, la probabilità di abbandono degli studi.

Che cosa ci dicono le ricerche? Alcuni dati di sintesi:

  • Una quota significativa di studenti-lavoratori fatica a sostenere gli esami nei tempi previsti, accumulando ritardi;
  • Secondo AlmaLaurea, la probabilità di restare "in corso" è più bassa tra chi lavora, soprattutto se il lavoro è continuativo o non collegato con gli studi;
  • Il rischio di abbandono cresce sensibilmente in presenza di carichi lavorativi eccessivi e di assenza di politiche di supporto e flessibilità;
  • L’impegno lavorativo impatta anche sulla scelta dei corsi (ci si indirizza su lauree considerate più "compatibili" con esigenze lavorative, ad esempio triennali o a frequenza meno obbligatoria);
  • L’effetto sulle competenze trasversali (problem solving, gestione del tempo, capacità relazionali) è però spesso positivo, con ricadute utili sul mercato occupazionale.
Volendo fare una simulazione, prendendo i dati 2018/2019, solo il 62,7% aveva conseguito il titolo triennale entro sei anni, il 26,4% aveva abbandonato e il 10,9% era ancora iscritto fuori termine, spesso studenti lavoratori. Secondo i dati AlmaLaurea, il 59% dei laureati del 2018 ha avuto qualche esperienza lavorativa durante gli studi, ma solo il 6% si è laureato lavorando stabilmente.

Sul versante economico il quadro reddituale rimane fragile. I lavori accessibili agli universitari hanno spesso retribuzioni modeste:

  • Lavori stagionali e part-time: guadagni tra 400 e 700 euro mensili;
  • Stage curricolari: talvolta prevedono solo il rimborso spese o piccoli compensi (tra 300 e 800 euro);
  • Lavori qualificati: pochi casi possono superare i 1.000-1.200 euro nette, generalmente solo per figure tecniche o informatiche con ruoli già strutturati.
È importante sottolineare che i guadagni raramente consentono autonomia totale, soprattutto nelle città universitarie con affitti elevati (Milano, Bologna, Roma). Nel Nord-Est la percentuale di studenti-lavoratori supera il 47%, anche per effetto delle occasioni nei distretti produttivi e di una cultura imprenditoriale più diffusa, mentre nel Mezzogiorno l’incidenza resta più bassa e si accompagna a una maggiore presenza di NEET.

Esistono errori ricorrenti nella valutazione degli effetti:

  • Confondere "occupazione" con inserimento professionale stabile;
  • Illudersi che ogni forma di lavoro aiuti la carriera universitaria;
  • Sottostimare il peso della pressione psicologica e stress da doppio impegno;
  • Dare per scontato che studenti lavoratori rinuncino sistematicamente al merito o siano meno brillanti.
Analisi approfondite suggeriscono alcune linee di intervento concreto per migliorare l’equilibrio tra studio e lavoro:
  • Maggiore diffusione di formule di didattica flessibile e blended, con accesso digitale ai materiali;
  • Incentivo a convenzioni e part-time pensati specificamente per studenti;
  • Sviluppo di percorsi di alternanza o tirocinio meglio integrati con il percorso accademico;
  • Sostegno finanziario mirato (borse di studio, prestiti agevolati, residenze universitarie);
  • Potenziamento dei servizi di orientamento per minimizzare i rischi di abbandono e favorire scelte consapevoli.
Un ulteriore aspetto chiave riguarda la meritocrazia: le ricerche dimostrano che chi studia e lavora sviluppa spesso competenze preziose, ma parte da una posizione di svantaggio oggettivo rispetto a chi può dedicare tutto il tempo agli studi. Le politiche di diritto allo studio, l’accesso a borse basate sia sul merito sia sul reddito e la possibilità di personalizzare i piani formativi sono le strade per evitare che il peso del lavoro diventi uno svantaggio sistemico.

In sintesi: lavorare mentre si studia rappresenta una risorsa e, insieme, una criticità per decine di migliaia di universitari. L’equilibrio si gioca sulla qualità dell’esperienza che si riesce a costruire. Puntare solo sui guadagni rischia di compromettere la regolarità del percorso, mentre scegliere di arricchire la propria formazione con esperienze coerenti può rappresentare un vantaggio competitivo sul mercato dopo la laurea.






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Dott.ssa Marianna Bassetti

La Dott.ssa Marianna Bassetti è una consulente esperta in ambito lavoro con oltre 10 anni di esperienza nel settore delle risorse umane. Laureata presso l’Università degli Studi di Milano in Giurisprudenza, attualmente opera a Milano e si è specializzata nell’analisi delle dinamiche lavorative dal punto di vista dei dipendenti, con particolare attenzione ai contratti collettivi e alle indennità...

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