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Quanti italiani vivono solo di sussidi senza lavorare: chi sono, dove si trovano e il costo ogni anno per lo Stato

di Dott.ssa Marianna Bassetti pubblicato il

Una simulazione basata sui dati ufficiali dell'Istituto Nazionale di Previdenza Sociale permette di stimare tra 900mila e 1,2 milioni di persone che a fine 2025 vivevano senza alcun reddito da lavoro, contando esclusivamente su ADI, Assegno unico e bonus vari.

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Quanti sono gli italiani che non lavorano, non guadagnano nulla e vivono interamente grazie ai sussidi dello Stato? È una domanda che circola spesso nel dibattito pubblico, ma raramente viene affrontata con dati precisi. La risposta esatta non esiste in nessun database ufficiale, nessun report INPS pubblica il numero di persone che vivono solo di sussidi come categoria distinta.

Esiste però una strada per arrivarci: incrociare i dati disponibili, applicare criteri conservativi e costruire una stima per difetto. È quello che abbiamo fatto, partendo dal XXV Rapporto annuale dell'INPS presentato a luglio 2026 e dagli Osservatori statistici sull'Assegno di Inclusione aggiornati a dicembre 2025.

Quello che segue è una simulazione basata su dati reali, non un numero ufficiale. I criteri di stima sono trasparenti e conservativi, ovvero tendono a sottostimare piuttosto che gonfiare la platea. 

Il punto di partenza: i 647mila nuclei ADI

La misura centrale per chi non lavora e si trova in povertà è l'Assegno di Inclusione (ADI), introdotto a gennaio 2024 in sostituzione del Reddito di Cittadinanza. A differenza del vecchio RdC, l'ADI è riservato a nuclei familiari che abbiano almeno un componente minorenne, disabile, over 60 oppure in condizione di svantaggio certificata dai servizi sociali.

Secondo l'Osservatorio INPS aggiornato a dicembre 2025, i nuclei beneficiari attivi erano quasi 647mila, per un totale di circa 1,55 milioni di persone coinvolte. L'importo medio mensile erogato era di 685 euro a nucleo.

Questi numeri da soli non dicono se i beneficiari lavorino o meno. L'ADI è compatibile con redditi da lavoro fino a 3.000 euro lordi annui, circa 250 euro al mese, senza che il sussidio venga ridotto. Chi guadagna di più vede la quota A dell'assegno scalare proporzionalmente.

Come si stima chi non ha reddito da lavoro

Il dato chiave è nella distribuzione degli importi percepiti, pubblicata dall'INPS nella Tavola 1.10 dell'Osservatorio. La logica è questa: chi ha un reddito da lavoro vede ridursi la quota A dell'ADI, perché l'assegno integra il reddito fino alla soglia massima. Un nucleo che riceve oltre 600 euro al mese di ADI sta percependo la quasi totalità della quota spettante, il che significa che il suo reddito da lavoro dichiarato è assente o del tutto marginale.

Applicando questo criterio ai dati INPS:

Nuclei con ADI oltre 600 euro/mese: il 56,9% del totale
Corrispondono a circa 368mila nuclei sui 647mila attivi a dicembre 2025
Con una media di 2,4 componenti per nucleo: circa 883mila persone
Se si allarga il criterio includendo anche chi percepisce ADI tra 400 e 600 euro, fascia in cui il reddito da lavoro, se presente, è comunque molto basso, la stima sale a circa 517mila nuclei, ovvero 1,24 milioni di persone.

La forchetta realistica è quindi: tra 900mila e 1,2 milioni di persone che a fine 2025 vivevano senza reddito da lavoro rilevante, con l'ADI come entrata principale o unica.

Chi sono: il profilo demografico certificato dall'INPS

Qui i dati diventano molto precisi. L'Osservatorio INPS di dicembre 2025 fotografa nel dettaglio la composizione dei 647mila nuclei beneficiari attivi. Il risultato smentisce l'immagine stereotipata di chi "vive di sussidi": si tratta quasi interamente di persone anziane, disabili o famiglie con minori a carico.

Anziani over 60: nei 338mila nuclei, il 52% del totale, è presente almeno un componente con più di 60 anni. È la categoria più numerosa in assoluto. Si tratta spesso di pensionati con assegni minimi insufficienti, oppure di persone uscite dal mercato del lavoro prima dell'età pensionabile senza aver maturato i requisiti. L'ADI integra una pensione troppo bassa o colma il vuoto in attesa di essa.

Persone con disabilità: nei 258mila nuclei, il 40% del totale, è presente almeno un componente disabile ai sensi ISEE. Rientrano in questa categoria le disabilità fisiche e cognitive certificate, spesso incompatibili con un'attività lavorativa continuativa. In molti casi l'ADI si affianca all'invalidità civile, che però non è "reddito da lavoro" e non impedisce l'accesso al sussidio.

Famiglie con minori: nei 238mila nuclei, il 37% del totale, sono presenti figli minorenni. Si tratta tipicamente di famiglie monogenitoriali o coppie giovani del Sud con molti figli e nessun adulto occupato, spesso intrappolate in aree con domanda di lavoro strutturalmente debole.

Persone in condizione di svantaggio: nei 12mila nuclei restanti è presente almeno un componente con svantaggio certificato dai servizi socio-sanitari: persone con disturbi mentali, ex degenti psichiatrici, persone in carico ai servizi sociali per situazioni di grave vulnerabilità.

Va sottolineato che le categorie si sovrappongono: uno stesso nucleo può avere contemporaneamente un over 60 e un disabile, o un minore e un genitore con fragilità certificata. L'INPS non pubblica i dati delle sovrapposizioni, ma è ragionevole stimare che i nuclei con una sola categoria di fragilità siano una minoranza.

Dove si trovano: la mappa geografica della dipendenza dal welfare

La distribuzione geografica è la più squilibrata dell'intera statistica INPS. Il dato è netto e si conferma in tutti gli Osservatori semestrali: il 68% dei nuclei che vive solo di sussidi senza lavorare nelle regioni del Sud e nelle Isole, quota che sale al 73% considerando le persone coinvolte.

Le quattro regioni con la maggiore concentrazione assoluta sono:

Campania: 206mila nuclei, 560mila persone, da sola raccoglie oltre il 31% del totale nazionale
Sicilia: 175mila nuclei, 464mila persone, il 26% del totale
Puglia: 84mila nuclei, 204mila persone
Calabria: 63mila nuclei, 160mila persone
Queste quattro regioni insieme concentrano l'82% di tutti i beneficiari ADI italiani.

Al contrario, le regioni del Nord, pur avendo una popolazione complessiva maggiore, raccolgono meno del 19% dei nuclei. La Lombardia, la regione più popolosa d'Italia con oltre 10 milioni di abitanti, conta appena 57mila nuclei ADI, meno di un terzo della sola Campania.

Gli importi medi mensili variano anch'essi per area geografica, ma in modo controintuitivo: i nuclei del Sud ricevono mediamente di più (689 euro in media) rispetto a quelli del Nord (614 euro), non perché abbiano più diritti ma perché mediamente hanno più componenti fragili per nucleo, la scala di equivalenza ADI cresce con il numero di disabili e minori presenti e più spesso vivono in affitto, il che attiva la quota B dell'assegno.

Cosa aggiungono gli altri sussidi

L'ADI non è l'unico strumento. Per capire il reddito reale di chi non lavora bisogna sommare le misure cumulabili di cui possono usufruire coloro che non percepiscono redditi, come la Carta Dedicata a te Social Card, i Bonus per l'infanzia, il Bonus sociale luce e gas, e altri.

L'Assegno unico universale spetta per ogni figlio a carico fino a 21 anni: con ISEE basso arriva a 203,80 euro al mese per figlio minorenne. Una famiglia con due figli incassa altri 407 euro mensili sopra l'ADI.

Il bonus bollette garantisce sconti automatici su luce, gas e acqua per chi ha ISEE sotto 9.796 euro: circa 25-30 euro al mese di risparmio effettivo.

Il Supporto per la Formazione e il Lavoro (SFL), misura separata per i 18-59enni senza requisiti ADI che partecipano a percorsi di formazione, contava altri 84.815 beneficiari attivi a dicembre 2025, con 500 euro mensili ciascuno. Per definizione, nessuno di loro lavora nel periodo di fruizione.

La simulazione: i conti per tre famiglie tipo

Profilo 1 — Anziano solo, over 60, in affitto, nessun reddito ADI quota A: ~500 € | ADI quota B affitto: ~280 € | Bonus bollette: ~25 € Totale mensile: ~805 euro

Profilo 2 — Coppia con 2 figli minorenni, ISEE sotto 17.000 €, in affitto ADI: ~630 € | ADI quota B: ~280 € | Assegno unico 2 figli: ~408 € | Bonus bollette: ~35 € Totale mensile: ~1.353 euro

Profilo 3 — Coppia con 3 figli (uno sotto i 3 anni), ISEE basso, in affitto ADI: ~750 € | Quota B: ~280 € | Assegno unico 3 figli: ~612 € | Maggiorazione figlio piccolo: ~89 € | Maggiorazione 3° figlio: ~97 € | Bonus bollette: ~35 € Totale mensile: ~1.863 euro

Il terzo profilo si avvicina a uno stipendio minimo netto da lavoro dipendente. Non è la norma ma è un caso reale, verificabile con i parametri ufficiali 2026.

Quanto costano ogni anno allo Stato

Il costo complessivo non è un numero che l'INPS pubblica in modo diretto, ma si ricava incrociando i dati disponibili.

Solo per l'ADI: 647.000 nuclei per 685 euro mensili di importo medio fanno 443 milioni di euro al mese, ovvero circa 5,3 miliardi di euro l'anno. È il costo della misura principale, al netto di tutto il resto.

Aggiungendo le misure cumulabil (Assegno unico universale, bonus bollette, Supporto per la Formazione e il Lavoro) la cifra cresce sensibilmente. I tre profili tipo calcolati in questo articolo mostrano che il costo reale per nucleo beneficiario non è quello dell'ADI da solo ma quello del pacchetto completo: da 805 euro mensili per un anziano solo fino a 1.863 euro per una famiglia numerosa in affitto. Applicando queste medie ponderate alla platea stimata di 900.000-1,2 milioni di persone senza reddito da lavoro, il costo annuo complessivo per lo Stato si colloca in una forchetta tra 8 e 11 miliardi di euro l'anno.

Per dare un termine di paragone: è una cifra paragonabile all'intera spesa pubblica italiana per l'università, superiore al budget annuo del Ministero della Cultura e pari a circa la metà di quello che lo Stato spende ogni anno per i contratti degli insegnanti di ruolo.

Va detto con chiarezza che non si tratta di spesa improduttiva per definizione. La maggior parte di questi miliardi raggiunge anziani con pensioni insufficienti, disabili e famiglie con minori in aree dove il mercato del lavoro non offre alternative reali. Ma è una spesa che cresce ogni anno, che si concentra geograficamente in quattro regioni e che nessuna misura di politica attiva ha finora ridotto in modo strutturale.

Il vero problema non è quanto costa oggi. È che nessuno ha ancora calcolato quanto costerà tra dieci anni.

I limiti della stima

Una stima onesta dichiara i propri margini di errore. La nostra non include chi percepisce anche pensione minima o invalidità civile, che non è reddito da lavoro ma è comunque un'entrata aggiuntiva. Non include chi ha esaurito i mesi ADI ed è uscito dalla misura senza trovare lavoro. I dati fotografano un momento statico: la composizione della platea cambia ogni mese, con ingressi e uscite continue.






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Dott.ssa Marianna Bassetti

La Dott.ssa Marianna Bassetti è una consulente esperta in ambito lavoro con oltre 10 anni di esperienza nel settore delle risorse umane. Laureata presso l’Università degli Studi di Milano in Giurisprudenza, attualmente opera a Milano e si è specializzata nell’analisi delle dinamiche lavorative dal punto di vista dei dipendenti, con particolare attenzione ai contratti collettivi e alle indennità...

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