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Quanti italiani investono e su che cosa? Pochissimi, solo 1 su 4 secondo ricerca XTB. Manca l'educazione finanziaria

di Marcello Tansini pubblicato il
Manca l'educazione finanziaria

La ricchezza finanziaria delle famiglie italiane resta tra le più alte d'Europa, oltre 6.000 miliardi secondo le stime più recenti, ma una quota enorme è ferma su conti correnti e depositi.

Gli italiani continuano a preferire il conto corrente all'investimento, la liquidità alla pianificazione, l'attesa alla costruzione di patrimonio. Lo dice l'ultima indagine XTB condotta con YouGov: solo 1 italiano su 4 ha effettuato almeno un investimento negli ultimi dodici mesi, mentre il 75% della popolazione non si è avvicinato a nessun prodotto finanziario, nemmeno nelle forme più semplici.

È un dato che stride con l'inflazione che ha eroso il potere d'acquisto, con i tassi che per due anni hanno riportato rendimento al risparmio e con la crescente complessità dei mercati: proprio quando sarebbe più necessario investire meglio, gli italiani investono meno o non investono affatto. E non è un'impressione: è la conferma di un Paese che resta liquido per cultura, per sfiducia e soprattutto per mancanza di educazione finanziaria, come mostrano anche i più recenti rapporti Consob, Banca d'Italia e le comparazioni Ocse in cui l'Italia scivola costantemente nella parte bassa della classifica europea.

Un Paese che risparmia ma non investe

La fotografia è paradossale: la ricchezza finanziaria delle famiglie italiane resta tra le più alte d'Europa, oltre 6.000 miliardi secondo le stime più recenti, ma una quota enorme è ferma su conti correnti e depositi che non proteggono dall'inflazione e non generano crescita. Nel 2024 la liquidità giacente sui conti è risalita sopra i 1.100 miliardi e nel 2025 si è mantenuta su livelli ancora molto alti, segnale che i cittadini preferiscono vedere il denaro piuttosto che affidarlo ai mercati. È una scelta che nasce da due fattori intrecciati: la memoria delle crisi passate, che ha reso il risparmiatore italiano prudente fino all'eccesso, e un deficit di comprensione degli strumenti finanziari che rende l'investimento percepito come complicato, rischioso, adatto agli altri. Il risultato è che il risparmio c'è, ma è mal allocato rispetto al rischio reale e al ciclo economico.

Questo radicamento nella liquidità è anche culturale. Il risparmiatore italiano continua ad associare la sicurezza alla giacenza, non alla diversificazione. Vedere il saldo sul conto significa sentirsi al riparo, anche se i prezzi crescono e il denaro perde potere d'acquisto. L'investimento, al contrario, è vissuto come un passo che richiede di fidarsi di un intermediario o di un mercato spesso raccontato solo quando crolla. Per questo la percentuale di chi investe non riesce a superare quella soglia del 25% fotografata da XTB e da YouGov nel 2025. Finché la sicurezza verrà identificata con l'immobilità del capitale e non con la sua protezione nel tempo, il mercato retail italiano continuerà a restare sottodimensionato rispetto al potenziale.

Proprio gli anni in cui l'inflazione è tornata sopra il 5% e i tassi hanno dato di nuovo rendimento a Btp e obbligazioni avrebbero potuto essere la porta d'ingresso per migliaia di famiglie verso prodotti semplici e remunerativi. Eppure non è accaduto. Molti non hanno tradotto in comportamento l'idea che tenere i soldi fermi equivale a perderli piano, perché manca la capacità di collegare inflazione, tasso di interesse e rendimento reale. È la prova che senza alfabetizzazione finanziaria anche i contesti favorevoli non bastano a far crescere il numero degli investitori.

Chi investe davvero: uomini più delle donne, Nord più del Sud, laureati più dei diplomati

La ricerca XTB è molto netta: investe il 32% degli uomini e solo il 19% delle donne. È una forbice ampia, non episodica, che coincide con ciò che già le indagini Consob rilevano da anni: le donne hanno in media più bassa fiducia nelle proprie competenze finanziarie, dichiarano più spesso di non capire i prodotti e tendono a delegare le decisioni. La scarsa presenza femminile tra chi investe non è quindi un fatto anagrafico ma educativo, e porta con sé un rischio di minore autonomia finanziaria nel lungo periodo, soprattutto in un Paese dove l'aspettativa di vita femminile è più alta e la pensione spesso più bassa. Colmare quel divario significa investire in programmi di educazione mirata, in linguaggi più inclusivi e in canali che intercettino le donne nei momenti di decisione economica.

Anche la geografia ripropone un'Italia a velocità diverse: nel Nord investe il 29%, al Centro il 26%, al Sud e nelle Isole si scende al 21%. Dove il tessuto produttivo è più dinamico, dove banche, consulenti e reti sono più presenti, dove si parla di più di finanza personale, lì si investe di più. Non è un fatto di ricchezza assoluta, ma di presenza di servizi finanziari e di stimoli: le famiglie che incontrano più spesso la finanza la percepiscono come normale; quelle che non la incontrano la considerano distante. È un divario che potrebbe ampliarsi se i servizi di investimento resteranno concentrati nelle aree economicamente più dense.

Il livello di studi è forse il discriminante più forte: tra i laureati investe il 39%, tra i diplomati il 26%, tra chi ha solo la scuola dell'obbligo si scende al 19%. Non è solo una questione di reddito disponibile, ma di capacità di comprendere rischio, orizzonte temporale, inflazione, diversificazione. Le indagini Ocse e quelle di Banca d'Italia sugli studenti mostrano lo stesso schema: chi ha più strumenti cognitivi sa leggere meglio le informazioni e sa riconoscere l'utilità di investire anche piccole somme. Finché l'investimento sarà appannaggio di chi ha più capitale culturale, l'Italia resterà un Paese di risparmiatori e non di investitori.

Su cosa investono gli italiani che investono

Tra coloro che hanno investito, la classifica degli strumenti è molto rivelatrice: obbligazioni al 32%, azioni italiane al 28%, fondi comuni al 26%, piani di accumulo al 25%, poi ETF al 18% e criptovalute al 16%, soprattutto tra i 18 e i 34 anni. È un portafoglio che dice due cose. La prima è che l'italiano che investe continua ad avere un'anima prudente: il ritorno dei tassi ha riportato in auge il reddito fisso, percepito come chiaro e controllabile. La seconda è che la componente azionaria resta molto domestica, poco internazionale, legata a ciò che l'investitore conosce. È un modo di ridurre la complessità, ma anche di esporsi al rischio di concentrazione sul ciclo italiano.

La presenza dei piani di accumulo e degli ETF segnala però che una parte della popolazione ha iniziato a recepire i messaggi della consulenza e dell'educazione digitale: investire poco e spesso, diversificare in modo automatico, usare strumenti a costo contenuto. È una buona notizia perché questi veicoli sono quelli più adeguati a chi parte da importi ridotti e ha obiettivi di lungo periodo, come la pensione o l'indipendenza finanziaria. Ma i numeri restano modesti se confrontati con i Paesi del Nord Europa, dove l'investimento indicizzato e i versamenti ricorrenti sono diventati quasi la norma per il ceto medio. In Italia siamo ancora in una fase di adozione iniziale, non di massa.

L'ingresso delle criptovalute al 16%, con una concentrazione evidente tra i più giovani, è il controcampo dell'alfabetizzazione incompleta. Chi ha tra 18 e 34 anni è più esposto ai social, ai contenuti veloci sul trading, alle promesse di guadagno rapido, e tende a vedere il mondo cripto come un modo per saltare le tappe. Ma senza basi di gestione del rischio, senza educazione su volatilità e orizzonte temporale, questa scelta può diventare una porta aperta alle perdite. Anche qui la ricerca XTB e le analisi Consob convergono: la domanda c'è, ma manca il livello di protezione informativa che trasformi l'interesse in investimento consapevole.

Il nodo vero: l'Italia non sa abbastanza di finanza

Se solo 1 su 4 investe, è perché almeno 3 su 4 non si sente in grado di farlo. Le indagini Ocse/INFE e i focus italiani mostrano che una quota molto ampia di adulti non padroneggia concetti di base come interesse composto, rapporto tra rischio e rendimento, effetto dell'inflazione, ruolo della diversificazione. Nel 2025 vari osservatori hanno ribadito che l'Italia è ancora sotto la media europea e che in alcuni casi è stata superata persino da Paesi con redditi inferiori. È un deficit che non dipende solo dalla scuola, ma anche dal fatto che la finanza personale non è entrata davvero nella cultura popolare: resta qualcosa per addetti ai lavori. Finché sarà così, il conto corrente resterà il rifugio standard.

La ricerca XTB lo fa capire tra le righe: non basta avere prodotti migliori, app più intuitive, consulenti più digitali se poi il cittadino non sa perché dovrebbe usarli. Per questo la vera riforma non è sul lato dell'offerta, ma su quello della conoscenza diffusa. Portare l'educazione finanziaria nelle scuole in modo strutturale, legarla ai momenti di passaggio della vita (primo lavoro, mutuo, nascita di un figlio), renderla disponibile in versioni semplificate per le donne, per il Sud, per gli over 55, significa allargare la platea degli investitori e non solo migliorare i portafogli di chi investe già. È una politica economica perché più cittadini che investono significa più risparmio che finanzia l'economia reale e meno ricchezza che si svaluta ferma sul conto.

L'Italia è maestra nella cultura del risparmio, ma è ancora debole nella cultura del capitale. Risparmiare significa mettere da parte; investire significa mettere al lavoro. Il passaggio dall'una all'altra è il vero salto che l'indagine XTB rende evidente: oggi solo 1 italiano su 4 lo fa, e lo fa spesso con strumenti semplici e tradizionali. Se vogliamo diventare un Paese in cui il patrimonio delle famiglie non è solo grande ma anche produttivo, l'anello mancante è proprio l'educazione finanziaria, cioè la capacità di trasformare il risparmio in scelta consapevole. Il resto - prodotti, piattaforme, mercati - c'è già. Manca chi sa usarli.

Le risorse utili da consultare sull'educazione finanziaria

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