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Stellantis, preoccupazione per cassa integrazione e licenziamenti nelle fabbriche pur con piano aggiornato per rilancio

di Marcello Tansini pubblicato il
Cassa integrazione e licenziamenti

Tra cassa integrazione e licenziamenti nelle fabbriche italiane, Stellantis affronta un difficile momento di crisi. Il rilancio aziendale, la transizione elettrica e le strategie industriali.

L'attuale scenario industriale di Stellantis in Italia è segnato da incertezza, dove cassa integrazione e drastici ridimensionamenti occupazionali sono ormai la quotidianità per migliaia di lavoratori. Gli stabilimenti storici attraversano una fase di progressiva contrazione, tanto nella produzione quanto nei livelli occupazionali, mentre le attese per una vera svolta si scontrano con un contesto segnato da nuove strategie industriali e una domanda di mercato instabile.

Il tessuto sociale ed economico delle città legate alla filiera automobilistica risente pesantemente di queste dinamiche, tra fabbriche rallentate o ferme e lavoratori sospesi tra la speranza di nuovi investimenti e il timore di ulteriori tagli.

Crollo della produzione e riduzione dei dipendenti:

Nell'ultimo quinquennio, le fabbriche italiane di Stellantis hanno subito una perdita superiore a 9.600 unità lavorative, secondo i dati forniti dalle principali organizzazioni sindacali dei metalmeccanici. Una riduzione massiva degli addetti ottenuta in gran parte con piani di esodo incentivato, accanto a una drastica limitazione delle nuove assunzioni e a una diminuzione degli orari di lavoro. A oggi, oltre il 60% della forza lavoro italiana è coinvolta in strumenti di ammortizzazione sociale quali la cassa integrazione, un fenomeno che sottolinea la portata della crisi in atto.

La produzione complessiva nazionale ha registrato una pesante contrazione: tra il 2004 e il 2024 la differenza si attesta su oltre mezzo milione di veicoli in meno. Nel periodo gennaio-settembre 2025 la produzione totale di auto e veicoli commerciali si è fermata a 265.490 unità, segnando un ulteriore -31,5% rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente. Le auto hanno risentito della crisi maggiormente, con una flessione del 36,3%, pari a sole 151.430 unità prodotte. Anche il mercato interno mostra segnali preoccupanti, dato che la quota di vendita nazionale del gruppo si è ridotta dal 35,2% nel 2022 al 29,2% nel 2025:

Anno

Auto prodotte

Quote di mercato

2022

~400.000

35,23%

2024

289.154

29,13%

2025 (prev.)

~200.000

29,2%

Il contesto resta segnato da nuove delocalizzazioni e investimenti all'estero. Negli stabilimenti italiani, la discesa delle produzioni coinvolge tutti i siti, con percentuali di riduzione che variano dal 17% al 65%. L'obiettivo storico di raggiungere il milione di vetture prodotte l'anno appare così sempre più distante, mentre la pressione sociale nei territori cresce a causa della perdita sistemica di posti di lavoro e reddito.

Cassa integrazione e licenziamenti: gli effetti sulle sedi italiane (Mirafiori, Melfi, Pomigliano d'Arco, Termoli)

La situazione dei principali poli produttivi nazionali riflette altrettanti percorsi di crisi e riorganizzazione. A Mirafiori sono stati annunciati 610 esuberi con incentivo all'esodo, colpendo non solo la linea di montaggio ma anche reparti stampa, centri ricerca e servizi con personale coinvolto in piani di prepensionamento e riconversione. Il ricorso frequente e prolungato alla cassa integrazione interessa larga parte dei dipendenti: nella sola produzione della 500 Bev, tra gennaio e settembre 2025 sono state costruite meno di 19.000 vetture, in gran parte destinate all'estero.

A Melfi, la crisi produttiva si è tradotta nell'attivazione di cassa integrazione sia per i dipendenti diretti sia per quelli dell'indotto, con centinaia di lavoratori coinvolti in sospensioni a zero ore. 50 dipendenti delle aziende di logistica hanno ricevuto lettere di licenziamento a seguito del mancato rinnovo degli ammortizzatori sociali, generando proteste e nuove richieste d'intervento istituzionale.

Nel polo di Pomigliano d'Arco si susseguono interventi di cassa integrazione ordinaria e straordinaria: nel corso dell'ultimo anno i numeri hanno evidenziato una riduzione occupazionale superiore al 20%. L'assenza di nuovi piani industriali e la saturazione degli ordini per i modelli Panda e Tonale stanno comprimendo ulteriormente la capacità produttiva. Allo stabilimento di Termoli invece è stato sottoscritto un contratto di solidarietà fino a fine agosto 2026, coinvolgendo 1.823 dipendenti: una misura considerata temporanea per arginare la mancanza di commesse dopo l'abbandono della gigafactory:

Sito

Dipendenti in cassa integrazione/solidarietà

Licenziamenti/uscite 2025

Mirafiori

~3.800

610 (incentivato)

Melfi

~2.500 (+ indotto)

50 (indotto)

Pomigliano

~1.000

-

Termoli

1.823

-

Ogni realtà locale mostra dunque gli effetti di una crisi sistemica, accentuata dall'incertezza strategica e dalla mancata introduzione di nuovi modelli in tempi utili per rilanciare l'occupazione effettiva.

L'impatto sull'indotto: crisi e licenziamenti nelle aziende

Il deterioramento del quadro industriale sta colpendo con durezza anche l'ampio tessuto dell'indotto. Le aziende legate alla logistica, alla componentistica e ai servizi hanno subito tagli improvvisi e forti difficoltà nel mantenere l'occupazione. Un esempio emblematico riguarda le società Lgs e Las di Melfi: il mancato accordo sulla proroga della cassa integrazione ha condotto al licenziamento di una cinquantina di operai, dopo mesi trascorsi in presidio per chiedere il riconoscimento dei loro diritti e la continuità dell'occupazione.

La pressante contrazione della domanda di veicoli e la scelta del gruppo automobilistico di concentrare in altri paesi le produzioni di nuovi modelli hanno determinato la perdita di commesse per decine di imprese di piccole e medie dimensioni, con effetti sistemici sull'intera filiera. Nel comune di San Nicola di Melfi, le strutture logistiche sono andate incontro a una vera e propria emorragia occupazionale, mentre per aziende come Marelli è stata necessaria l'attivazione di cassa integrazione straordinaria per più di 200 addetti:

  • Dismissione di commesse storiche e perdite di mercato per i fornitori
  • Scarsa riconversione produttiva e insicurezza rispetto ai futuri investimenti
  • Difficoltà di accesso agli ammortizzatori e rischio di desertificazione industriale in territori chiave
Secondo gli esponenti dei sindacati metalmeccanici, la crisi dell'indotto rischia di accentuarsi ulteriormente se non verranno adottate politiche straordinarie e strumenti efficaci per la riqualificazione professionale dei lavoratori. L'appello riguarda sia il potenziamento dei fondi destinati alle aree di crisi complessa sia l'inclusione di programmi di formazione e reinserimento.

Le cause: transizione verso l'elettrico e strategie industriali

L'analisi delle cause di questa fase di grande difficoltà individua nell'accelerazione della transizione ecologica e nella revisione delle strategie industriali del gruppo due fattori principali. Negli ultimi anni, la pressione regolatoria a livello europeo - con l'obbligo di dimezzamento delle emissioni di CO2 entro il 2030 e il blocco delle vendite termiche dal 2035 - ha spinto i costruttori ad anticipare i piani di elettrificazione, senza però il necessario adattamento delle filiere e senza garanzie di sostenibilità sociale per l'occupazione.

Il gruppo automobilistico ha deciso di investire fortemente in innovazione tecnologica e produzione green, ma molti degli investimenti più consistenti hanno privilegiato altri paesi europei e extra-europei, in virtù di incentivi e condizioni di mercato più favorevoli. Ne sono esempio la realizzazione di una gigafactory in Spagna e un piano di 10 miliardi di dollari di investimenti in America, mentre in Italia la pianificazione della fabbrica di batterie a Termoli si è arenata:

  • Esternalizzazione di fasi produttive e compressione dei costi tramite delocalizzazioni
  • Introduzione di modelli ibridi con volumi non ancora sufficienti a riassorbire i livelli occupazionali persi
  • Rallentamento nel lancio di nuovi prodotti e affidamento di modelli strategici a siti esteri
La bassa domanda nazionale di veicoli elettrici, ancora intorno al 5% delle vendite, e la lentezza con cui arrivano gli ecobonus statali, hanno ulteriormente complicato un contesto già segnato da una domanda generale fiacca. Il rallentamento della transizione e la mancanza di una politica industriale condivisa rischiano così di aggravare uno scenario di incertezza per l'intero settore.

Sindacati, istituzioni e lavoratori: proteste e richieste

La tensione generata da anni di ristrutturazioni, sospensioni e chiusure si manifesta in azioni di protesta, presìdi e richieste costanti di confronto sia nei siti produttivi diretti che nell'indotto. Le principali organizzazioni sindacali - tra cui Fiom, Fim-Cisl e Uilm - chiedono un'accelerazione dei piani di rilancio, un confronto trasparente con la direzione aziendale e l'anticipo dei nuovi investimenti già previsti per garantire livelli occupazionali più stabili.

I rappresentanti dei lavoratori hanno espresso forte preoccupazione per la scelta del gruppo di investire pesantemente all'estero, denunciando il rischio di grande fuga dal territorio nazionale. Viene inoltre richiesto il ricorso a strumenti straordinari, come l'istituzione di tavoli di crisi territoriali e l'aggiornamento alle esigenze della transizione attraverso programmi di formazione e riqualificazione. Le proteste hanno assunto le forme di scioperi, blocchi simbolici e presìdi davanti alle aziende dell'indotto, a testimonianza di una domanda sociale insoddisfatta e di una fiducia deteriorata nei confronti delle promesse industriali non mantenute.

In Parlamento e nelle amministrazioni regionali si sollecita l'utilizzo di fondi per le aree di crisi complessa (rif. legge n. 70/2017 e s.m.i.) e il coinvolgimento attivo dei Ministeri del Lavoro e dello Sviluppo Economico per la gestione delle vertenze aperte. La richiesta unitaria degli attori sociali e istituzionali è quella di un nuovo piano nazionale per l'automotive, integrato da una strategia europea che garantisca tempi, strumenti di supporto e una riconversione sostenibile sia a livello ambientale che sociale.