Il lavoro è lo stesso ma gli stipendi cambiano nettamente: perchè c'è un così grande divario, da cosa dipende e cosa dovrebbe cambiare in Italia per sostenere gli aumenti dei guadagni.
C'è un dato che sta facendo discutere molti professionisti del settore tecnologico italiano, ed è quello relativo agli stipendi degli ingegneri informatici. A parità di mansioni, competenze e responsabilità, chi lavora in Italia guadagna una frazione di quanto percepisce un collega all'estero. Una differenza che non riguarda profili di nicchia o super specializzati, ma la retribuzione media di una delle professioni più richieste dal mercato del lavoro contemporaneo.
Secondo le stime raccolte dai principali portali online per la ricerca di lavoro, lo stipendio medio annuo di un ingegnere informatico in Italia si attesta attorno ai 34mila euro lordi. Secondo le stime dei maggiori portali online per la ricerca di lavoro, lo stipendio medio per un ingegnere in informatico in Italia si aggira attorno ai 34mila euro l'anno. Una cifra che, presa da sola, potrebbe sembrare in linea con il costo della vita nazionale. Il problema emerge quando si mette questo numero a confronto con quanto guadagna, per lo stesso identico lavoro, chi ha scelto di trasferirsi in altri Paesi europei.
Il primo confronto arriva dal Regno Unito, dove un ingegnere informatico può contare su uno stipendio medio che sale a oltre 67mila euro, ovvero quasi il doppio rispetto a quanto percepito in Italia. Si tratta di una differenza già di per sé significativa, che spiega in parte perché Londra e le altre città britanniche continuino a esercitare un forte richiamo sui talenti tecnologici italiani, nonostante le complicazioni burocratiche legate alla Brexit.
Il secondo termine di paragone riguarda la Germania, meta storicamente privilegiata dai lavoratori italiani in cerca di migliori condizioni economiche. Qui la retribuzione media per lo stesso profilo professionale si attesta sui 65mila euro l'anno, quasi il doppio rispetto al dato italiano. Un divario confermato anche da altre analisi di settore, secondo cui la retribuzione media in territorio tedesco per un profilo IT si collocherebbe tra 60.000 e 70.000 euro annui, circa il 130% in più rispetto all'Italia.
Ma è il terzo confronto quello che colpisce di più. In Svizzera, e nello specifico a Lugano, lo stipendio di un ingegnere informatico sfiora gli 89mila euro l'anno. Tre volte quanto offerto in Italia. Non a caso, secondo alcune stime, il mercato del lavoro informatico nell'area di Lugano risulterebbe particolarmente dinamico grazie alla presenza di colossi come Google, IBM e Microsoft, aziende che contribuiscono a tenere alte le retribuzioni medie della zona.
Il dato che rende questo confronto particolarmente significativo non è tanto l'entità delle singole cifre, quanto il fatto che si tratti dello stesso identico lavoro. Non stiamo parlando di ruoli diversi per seniority, responsabilità o settore di applicazione, ma della stessa figura professionale, con le stesse competenze tecniche, che in base al Paese in cui viene esercitata arriva a guadagnare quasi il triplo.
Questo tipo di squilibrio alimenta da anni un fenomeno ormai strutturale: la fuga dei cervelli italiani verso l'estero. Solo nell'ultimo anno, circa 200mila italiani hanno lasciato il Paese in cerca di migliori condizioni di vita e di lavoro, e i dati Istat mostrano un trend in crescita costante nell'ultimo ventennio. Tra le mete più gettonate figurano proprio Regno Unito, Germania e Svizzera, ma non solo: negli ultimi anni si sono registrati aumenti significativi anche verso l'Irlanda e la Danimarca, Paesi in passato considerati marginali nelle scelte di emigrazione dei giovani professionisti italiani.
Il confronto tra gli stipendi degli ingegneri informatici non è un caso isolato. Analizzando altre professioni, il quadro che emerge è altrettanto preoccupante. Basti pensare al settore dell'istruzione: un professore di scuola secondaria di primo grado in Italia percepisce poco più di 23mila euro lordi l'anno, almeno nei primi anni di carriera, in un sistema che si regge peraltro su oltre 200mila lavoratori precari. In Germania lo stesso ruolo garantisce oltre 60mila euro, in Francia si arriva a circa 37mila euro, mentre in Spagna la cifra si attesta sui 33mila euro, comunque superiore a quella italiana.
Tornando all'ambito tecnologico, anche altri profili IT confermano la tendenza. Per un ingegnere DevOps, ad esempio, in Italia lo stipendio medio si aggira attorno ai 40mila euro, mentre a livello internazionale, calcolando la media tra Stati Uniti, Regno Unito, Germania, Australia e Canada, la retribuzione media raggiunge circa i 79mila dollari, con punte fino a 146mila dollari per i profili più esperti. Anche i data scientist italiani, dopo cinque anni di esperienza, arrivano a percepire circa 65mila euro, contro una media estera che si aggira sui 75mila dollari.
Le cause di questo divario sono molteplici e si intrecciano tra loro. Da un lato pesa la struttura del mercato del lavoro italiano, ancora fortemente orientato verso piccole e medie imprese che faticano a competere, in termini di budget, con le grandi multinazionali tecnologiche presenti in altri Paesi europei. Dall'altro incide il diverso peso della tassazione e del cuneo fiscale, che in Italia rimane tra i più alti d'Europa e incide pesantemente sullo stipendio netto percepito dai lavoratori.
Va inoltre considerato il fattore della domanda e offerta: in mercati come quello svizzero o britannico, la carenza di personale qualificato nel settore informatico spinge le aziende ad alzare le retribuzioni per attrarre i migliori talenti, anche stranieri. In Italia, al contrario, nonostante la carenza di competenze digitali sia un problema riconosciuto da anni, questa tensione non si è ancora tradotta in un adeguamento significativo degli stipendi medi.
Il rischio concreto è quello di un impoverimento progressivo del capitale umano nazionale. Ogni ingegnere informatico che decide di trasferirsi all'estero rappresenta infatti un investimento formativo che il sistema Italia perde, spesso senza alcun ritorno economico o fiscale. Si tratta di professionisti che hanno studiato, spesso in università pubbliche italiane, e che una volta acquisita l'esperienza necessaria scelgono di mettere le proprie competenze al servizio di economie estere, contribuendo alla crescita di altri Paesi anziché del proprio.
Questo fenomeno, se non affrontato con politiche mirate, rischia di aggravarsi ulteriormente. Le aziende italiane, soprattutto quelle di piccole e medie dimensioni, faticano già oggi a trovare profili qualificati nel settore informatico, e la competizione con i mercati esteri rende questa ricerca sempre più complessa. Il paradosso è evidente: mentre il Paese ha un disperato bisogno di competenze digitali per sostenere la propria transizione tecnologica, gli stessi professionisti che potrebbero garantirla scelgono di emigrare proprio a causa delle condizioni economiche poco competitive offerte in patria.
Per contenere questa emorragia di talenti, gli esperti del settore indicano alcune direzioni possibili. Innanzitutto, una revisione della tassazione sul lavoro, con particolare attenzione ai giovani professionisti e ai profili tecnologici, potrebbe rendere più sostenibili gli stipendi offerti dalle aziende italiane. In secondo luogo, servirebbero incentivi mirati per le imprese che investono in ricerca e sviluppo, così da renderle più competitive nell'attrazione di talenti, anche rispetto ai competitor esteri.
Non meno importante è il tema della formazione continua e dell'aggiornamento delle competenze, in un settore, quello informatico, che cambia rapidamente e richiede investimenti costanti. Solo attraverso un ripensamento strutturale delle politiche del lavoro e della fiscalità sarà possibile ridurre un divario che, come dimostrano i numeri, rischia di privare l'Italia di una parte importante delle proprie risorse migliori.
Nel frattempo, per chi valuta un trasferimento all'estero, il confronto tra le retribuzioni resta un elemento decisivo. E con differenze che arrivano a triplicare lo stipendio percepito in Italia, a parità di mansione, è facile comprendere perché sempre più ingegneri informatici italiani guardino oltre confine per costruire il proprio futuro professionale.
La Dott.ssa Marianna Bassetti è una consulente esperta in ambito lavoro con oltre 10 anni di esperienza nel settore delle risorse umane. Laureata presso l’Università degli Studi di Milano in Giurisprudenza, attualmente opera a Milano e si è specializzata nell’analisi delle dinamiche lavorative dal punto di vista dei dipendenti, con particolare attenzione ai contratti collettivi e alle indennità...