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Pensioni Governo Renzi riforma ultime notizie: calcolo INPS rivalutazione negativa e modifiche con quota 100,contributivo,prestito

Come funziona l’attuale calcolo pensionistico, modifiche sistemi e cosa potrebbe cambiare dopo ultima notizia rivalutazione pensioni negative




Si chiedono ormai da mesi aumenti e rivalutazioni delle pensioni più basse: dagli ultimi dati resi noti dall’Inps, su 16 milioni di italiani, la maggior parte percepisce assegni inferiori ai mille euro e alcuni (circa 2 milioni) arrivano in maniera stentata a percepirne 500. Si tratta certamente di numeri decisamente allarmanti perché appare piuttosto evidente come sia difficile riuscire a vivere in maniera dignitosa con tali somme a disposizione ogni mese.

Ma la nuova batosta arriva dalle stime delle rivalutazioni delle pensioni che potrebbero sconfinare addirittura in territorio negativo a causa dell’andamento negativo del Pil italiano. Per la prima volta, infatti, il coefficiente di rivalutazione del montante contributivo quest’anno è negativo (-0,1297%), e, chiaramente, se è negativo il coefficiente, invece di rivalutare le pensioni, le svaluta. Come risolvere questa ulteriore situazione di grande difficoltà per i pensionati già fortemente in crisi?

Lello Di Gioia (Psi), presidente della commissione bicamerale di vigilanza degli enti previdenziali, ha fatto sapere“A quanto mi risulta ci si sta muovendo perché già in questa legge di Stabilità possa essere inserita la modifica alla modalità di calcolo del tasso annuo di capitalizzazione in modo che non possa diventare negativo”. In base al sistema di calcolo attualmente in vigore, seguendo una simulazione del Sole 24 Ore, prendendo il caso di un lavoratore nato nel 1954  che ha iniziato a lavorare nel 1980 e andrà in pensione il 31 dicembre 2020, per il calcolo della pensione bisognerà considerare il sistema misto e, fino al 1995 il retributivo che non risente del prodotto interno lordo (Pil), mentre da gennaio 1996 il sistema contributivo, che calcola la somma dei contributi versati dal datore di lavoro e dal lavoratore  e che vanno a costituire il montante previdenziale della propria vita lavorativa.

Questo montante, ogni anno, viene rivalutato sulla base del Pil, e in base a questa rivalutazione, risulterebbe che il nostro lavoratore del’esempio, se impiegato pubblico, assunto presso un ente locale nel 1980, con retribuzione al 1996 di 17mila euro con incrementi annuali dell’1,5%. Alla fine del 2020 ha uno stipendio di 24.300 euro con 41 anni di contributi, con valore delle quote retributive di 9.475 euro, a cui si somma il montante previdenziale che, in base all’andamento negativo ipotetico del Pil da quest’anno e fino al 2019, sarà di 12.430 euro.

Se, invece, il lavoratore nato nel ’54 e che ha iniziato a lavorare nel privato nel 1980; la retribuzione al 1996 è di 68.172 euro con incrementi annuali pari al massimale contributivi e alla fine del 2020 riceverà uno stipendio di 106.300 euro con 41 anni di contributi. Il valore delle quote retributive, in questo caso, sarebbe di 27.200 euro cui sommare il montante previdenziale decisamente più elevato rispetto all’esempio precedente, di 53.793 euro.

Gli scenari potrebbero cambiare se invece il governo approvasse modifiche alla riforma pensioni attuale con sistema di uscita anticipata, a costo zero, che prevedono, in ogni caso, il raggiungimento dei 35 anni di contributi, dal prestito pensionistico, al sistema contributivo per tutti, donne e uomini, all’uscita anticipata a 62 anni e con penalizzazioni. Discorso leggermente diverso con l’uscita a Quota 100 che, come spiegato solo qualche giorno da Cesare Damiano, deriverebbe dalla somma dell’età anagrafica, 62 anni, e di quella contributiva, 38 anni.   

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Autore: Marianna Quatraro
pubblicato il