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Amazon, nuovi licenziamenti settimana prossima. Chi sarà colpito e motivi

di Marcello Tansini pubblicato il
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Amazon annuncia nuovi licenziamenti, riflettendo cambiamenti globali nel mercato del lavoro influenzati da instabilità, innovazione tecnologica e intelligenza artificiale.

Amazon si prepara a un nuovo ciclo di licenziamenti che interesserà la prossima settimana il colosso dell’e-commerce, ponendo sotto i riflettori le nuove sfide del lavoro globale e i timori sulla precarietà che si allargano ormai ben oltre il perimetro della tech economy. Questo evento catalizza l’attenzione su un mercato del lavoro sempre più fluido, dove i tagli di personale non rappresentano solo dinamiche interne all’azienda, ma segnali di trasformazioni sistemiche tra digitalizzazione, crisi industriali e nuove tecnologie

Il caso Amazon: motivazioni e categorie colpite dai nuovi licenziamenti

La conferma dell’arrivo di nuovi licenziamenti in Amazon la settimana prossima – secondo fonti aziendali e sindacali – rappresenta un nuovo segnale dei trend globali della tech economy. Se in epoca post-pandemica la società guidata da Andy Jassy aveva già attuato pesanti misure di riduzione del personale in dipartimenti come Alexa, AWS, logistica e customer service, il nuovo ciclo di tagli si stima possa colpire diverse centinaia di dipendenti a livello globale, con ricadute che toccano sia i white collar (impiegati, manager, specialisti IT) che le mansioni operative nei centri di distribuzione e nell’organizzazione del magazzino automatizzato.

I motivi ufficialmente addotti dal management si intrecciano tra:

  • Riposizionamento strategico degli investimenti verso servizi cloud, AI e automazione avanzata
  • Miglioramento dell’efficienza e taglio dei costi a fronte di una congiuntura economica difficile
  • Risposta alle nuove esigenze del mercato e adattamento al cambiamento delle abitudini di acquisto dei consumatori
  • Razionalizzazione di strutture duplicate e ottimizzazione delle filiere
  • Necessità di sostenere l’enorme sforzo di innovazione nel comparto intelligenza artificiale e robotica
Le dichiarazioni interne sottolineano il bisogno di "rendere Amazon più agile e pronta per le nuove sfide" favorendo "un ambiente di lavoro più orientato ai risultati e meno alla crescita per la crescita". In questa fase a subire i colpi non sono solo le figure con mansioni prettamente operative, ma anche quelle legate alla progettazione di nuovi servizi, alle attività di marketing, e alla gestione delle piattaforme digitali. Nonostante molte categorie colpite siano oggi ancora coperte da soluzioni di outplacement e programmi di ricollocazione, restano forti elementi di incertezza specialmente per i lavoratori a tempo determinato e nelle regioni dove la presenza logistica è più recente.

Per quanto riguarda la situazione italiana, il quadro presenta elementi di resilienza e specificità: secondo fonti sindacali e aziendali la struttura nazionale è per ora marginalmente coinvolta dai tagli, anche grazie ai buoni risultati segnati in termini di performance logistica e rapporti con il territorio. Tuttavia, la pressione su alcune filiali regionali e la crescente incidenza dell’automazione dei magazzini lasciano aperta la porta a possibili aggiustamenti nel prossimo futuro. Resta delicata la posizione dei lavoratori con contratto a termine e delle categorie più suscettibili al turnover su grandi volumi, come i driver, il customer service e alcune mansioni di supporto IT.

Contesto globale: Sicurezza e instabilità nel mondo del lavoro

L’ultima analisi HR Monitor 2025 di McKinsey, raccolta su migliaia di dipendenti di realtà multinazionali, evidenzia come la priorità assoluta dei lavoratori sia tornata ad essere la sicurezza del posto di lavoro. Dopo anni in cui il “purpose”, la flessibilità e la work-life balance dominavano la narrazione collettiva, il contesto 2026 si staglia come un’epoca di ritorno alle radici dell’occupazione, spinta dalla percezione di una crescente instabilità economica e geopolitica. Secondo la ricerca, il 39% dei lavoratori considera oggi la stabilità prioritaria, davanti a requisiti come la conciliazione tra vita e lavoro (34%) e le relazioni tra colleghi (33%).

Questa inversione di tendenza non riguarda solo l’Europa o gli Stati Uniti, ma anche l’Asia e il resto del mondo sviluppato dove la rincorsa al “posto fisso” si giustifica come un’esigenza di protezione contro una crescente incertezza: crisi energetiche, conflitti, pandemia e la rapidità delle trasformazioni produttive hanno minato le tradizionali sicurezze del mercato. Il fenomeno delle dimissioni di massa («great resignation») è stato gradualmente surclassato dal desiderio di radicamento, con gran parte della forza lavoro costretta ad affrontare decine di cambiamenti in una carriera che si fa sempre meno lineare.

Tuttavia, nonostante il desiderio di stabilità, resta una pressante difficoltà delle aziende a trattenere i talenti: solo il 56% delle offerte di lavoro viene effettivamente accettato e meno di metà delle assunzioni si trasforma in rapporto stabile entro sei mesi. C’è poi una diffusa insoddisfazione rispetto alla formazione e alle politiche di feedback, con il mismatch tra ciò che le imprese dichiarano e ciò che i lavoratori percepiscono che alimenta il rischio di “quiet quitting”, ovvero una forma di disinvestimento personale silente che innesta nuovi rischi di produttività e coesione aziendale.

L’impatto dell’intelligenza artificiale sui licenziamenti e sulle assunzioni

Il peso crescente dell’automazione e delle tecnologie intelligenti nell’organizzazione dei processi aziendali crea nuove tensioni tra le aspettative degli occupati e le strategie delle imprese. Secondo i più recenti report internazionali, in Europa soltanto il 19% dei processi HR core è stato già automatizzato tramite intelligenza artificiale generativa (Ia generativa), mentre altre realtà sono ancora nella fase pilota (32%). Questa lenta ma inesorabile penetrazione dell’AI sta già determinando una ridefinizione delle skill richieste e delle politiche di recruiting: i ruoli entry-level e ripetitivi sono i primi ad essere a rischio, mentre le figure legate a competenze ibride o creative ritrovano centralità nella competizione globale.

Una delle criticità maggiori emerse riguarda la difficoltà per le imprese di prevedere quali siano le professioni davvero “a prova di AI”: basti guardare al settore bancario europeo, dove si stimano 200.000 tagli di personale al 2030, spesso legati proprio alla progressiva automazione e digitalizzazione dei servizi. Nel comparto tech, i grandi licenziamenti sono spesso giustificati dalla necessità di ridurre costi e razionalizzare l’organico per investire proprio in tecnologia e capitale computazionale, anche a scapito della forza lavoro "tradizionale".

Se la transizione tecnologica colpisce in prima battuta i ruoli meno specializzati, anche le professioni qualificate sono oggi sottoposte a un processo di ridefinizione accelerata: dal settore legale a quello della comunicazione, passando per il marketing e la gestione dei dati, il valore differenziale rimane la capacità di collaborazione, empatia e flessibilità. Nello stesso tempo, l’evoluzione della domanda spinge i lavoratori a inseguire senza sosta la formazione continua, mentre il rischio maggiore è la perdita di senso nei percorsi di crescita e un aumento delle posizioni intermittenti e a progetto.






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