Nel 2025 la Cina raggiunge un record storico nel surplus commerciale, ridefinendo equilibri globali ed europei. Cerchiamo di analizzare cause, settori coinvolti, tensioni con USA ed UE, e riflettere sulle ripercussioni per l'economia italiana.
L’anno 2025 ha segnato una svolta storica negli equilibri del commercio internazionale: Pechino ha registrato un surplus commerciale in beni che ha superato i 1.000 miliardi di dollari. Si tratta di una soglia che ridefinisce rapporti di forza e prospettive economiche a livello globale. In questo scenario, la Cina rappresenta circa il 15% delle esportazioni mondiali di beni, imprimendo una pressione senza precedenti su prezzi, quote di mercato e margini dei competitor internazionali. La natura strutturale di questa crescita non appare episodica, ma è legata a un modello di sviluppo che privilegia l’export e l’innovazione manifatturiera, collocandosi in una fase di ridefinizione delle dinamiche globali tra grandi potenze economiche e partner commerciali regionali.
L’accumulazione senza precedenti di surplus registrata dalla Repubblica Popolare si radica nelle scelte strategiche degli ultimi dieci anni. La politica industriale "Made in China 2025" ha rivoluzionato la struttura produttiva indirizzandola verso settori tecnologicamente avanzati come veicoli elettrici, batterie, energie rinnovabili e produzione di semiconduttori. Questo modello è sostenuto da robusti sussidi governativi, investimenti pubblici e alleanze strategiche, che hanno permesso di espandere la capacità produttiva e di posizionare le imprese cinesi ai vertici delle filiere internazionali.
Il Quarto Plenum dell’ottobre 2025, parte integrante della definizione del 15° Piano Quinquennale (2026–2030), ha confermato questa direzione: “rafforzare la manifattura avanzata, l’innovazione tecnologica e la sicurezza delle catene del valore” sono rimasti obiettivi prioritari. Mentre il sostegno al consumo interno viene reiterato nei documenti ufficiali, la crescita reale dei consumi agisce più come conseguenza delle strategie industriali che come motore autonomo di riequilibrio macroeconomico.
La crisi del settore immobiliare e la progressiva riduzione della domanda interna hanno ulteriormente spinto il governo a indirizzare l’eccesso di offerta verso i mercati esteri. L’evoluzione dei comportamenti di import-export rivela che Pechino mira progressivamente all’autosufficienza tecnologica per limitare la dipendenza dall’estero e rafforzare la propria resilienza sistemica. Questo orientamento spiega la massa crescente di prodotti destinati all’esportazione: la Cina non mira solo a vendere, ma a conquistare spazi strategici nelle value chain globali.
Le conseguenze di queste scelte vanno oltre la semplice statistica commerciale: incidono sui rapporti di forza, alimentano guerre commerciali e pongono nuove sfide competitive agli attori europei e italiani.
Diversi comparti industriali del paese asiatico hanno sviluppato una capacità produttiva assai superiore alla domanda locale e globale, alimentando crescenti esportazioni in segmenti ad alto valore aggiunto. Il fenomeno dell’overcapacity non coinvolge più soltanto settori storici come acciaio e cemento, ma si estende oggi a elettrificazione, green tech e tecnologia digitale.
I settori protagonisti di questa espansione sono:
“La Cina sta rendendo il commercio impossibile”, ha scritto un autorevole commentatore del Financial Times, evidenziando come l’obiettivo sia emanciparsi tecnologicamente e progressivamente ridurre anche l’import di tecnologie e beni intermedi occidentali. Tutto ciò si riflette in un surplus strutturale che mantiene alte le tensioni con le economie industrializzate.
Il valore record del saldo commerciale di Pechino ha accentuato le tensioni tra le principali economie mondiali. Da un lato, gli Stati Uniti hanno minacciato e, in parte, applicato nuovi dazi – raggiungendo picchi del 47,5% su molti beni dopo una tregua commerciale siglata tra le due potenze a fine ottobre 2025. La risposta cinese ha incluso dazi su specifiche esportazioni statunitensi e su asset strategici come le terre rare, generando incertezze sulle catene di approvvigionamento globale.
Nel frattempo, l’Unione Europea ha adottato una doppia strategia di contenimento e salvaguardia, attraverso:
L’asimmetria strutturale nei rapporti commerciali tra la Cina e le economie avanzate rischia di limitare strumenti di pressione tradizionali, come i dazi, e di favorire una geoeconomia nella quale la leadership tecnologica diventa il vero terreno di scontro.
L’Italia, storicamente orientata all’export, si trova esposta a una doppia pressione. Da un lato, la frenata della domanda interna cinese – dovuta a debolezza dei consumi e crisi immobiliari – riduce le occasioni di vendita di prodotti Made in Italy, soprattutto in segmenti come meccanica, beni di lusso e prodotti intermedi. Dall’altro, la crescente presenza della produzione cinese sui mercati terzi intensifica la concorrenza internazionale, soprattutto su base di prezzo.
Le ripercussioni sulla bilancia commerciale italiana sono evidenti:
| Settore | Impatto diretto | Impatto indiretto (mercati terzi) |
| Meccanica | Diminuzione export verso Cina | Aumento concorrenza cinese in Africa/Latam |
| Chimica e materiali intermedi | Pressione sui prezzi e sui margini | Quote perse su alcuni mercati |
| Beni durevoli / Lusso | Contrazione domanda cinese | Maggior presenza di prodotti cinesi in paesi emergenti |
| Componentistica | Difficoltà d’accesso diretto in Cina | Competizione su segmenti price sensitive |
Le aziende italiane devono affrontare sfide di adattamento competitive, ricalibrando strategie di differenziazione, puntando sulla qualità, i servizi e la personalizzazione dell’offerta, oltreché sulla solidità delle relazioni con i clienti esteri.
Oltre all’impatto diretto sulle esportazioni, la pressione competitiva si manifesta anche sulle filiere di fornitura europee integrate, dove la riduzione dell’export verso la Cina produce effetti a catena su occupazione e investimenti interni.
Nel contesto attuale, la sola attesa di un riequilibrio spontaneo dell’economia asiatica non appare sostenibile. Servono risposte articolate e coordinate tra i diversi livelli istituzionali e industriali. In questa prospettiva:
L’analisi degli ultimi dati e delle strategie industriali conferma che il fenomeno osservato non è un episodio ciclico ma un punto di svolta strutturale nelle dinamiche commerciali mondiali. In assenza di cambi radicali nella politica economica cinese, il surplus proseguirà a influenzare la distribuzione del valore aggiunto globale, innescando nuove ondate di adattamenti competitivi, protezionismi e negoziazioni bilaterali.
Per l’Italia e l’Europa intera, la trasformazione delle regole del gioco richiede scelte di lungo periodo che combinino investimenti in innovazione, potenziamento delle competenze e maggiore resilienza industriale. Il futuro del commercio globale dipenderà dalla capacità collettiva di rispondere a una Cina che, oggi più che mai, detta la rotta del mercato internazionale, mantenendo alta l’attenzione sulle conseguenze dirette e indirette di tale cambiamento strutturale.