Aumenti di stipendio e pensione possono tradursi in maggiori entrate per il Fisco: una tassa invisibile che pesa diversamente sui redditi. Ecco come nasce, quanto incide e quali misure potrebbero tutelare il potere d’acquisto.
Le simulazioni degli economisti Marco Leonardi e Leonzio Rizzo stimano in 8,1 miliardi di euro il drenaggio fiscale che potrebbe interessare dipendenti e pensionati nel 2026-2027, con un’inflazione cumulata del 5,2%. Circa 6 miliardi ricadrebbero sui lavoratori dipendenti, altri 2 sui pensionati. È un prelievo poco visibile: se prezzi e redditi nominali aumentano mentre scaglioni Irpef e detrazioni restano invariati, una parte degli aumenti può tradursi in maggiori imposte senza un guadagno equivalente in potere d’acquisto.
Le cifre cambiano al cambiare dell’inflazione. Con un aumento cumulato dei prezzi del 6%, la stima sale a 9,35 miliardi; all’8,2% raggiunge 12,74 miliardi. Non compare una trattenuta separata in busta paga o sul cedolino della pensione: il drenaggio deriva dall’effetto combinato della progressività fiscale e di parametri che non vengono adeguati all’inflazione. Per capire perché uno stipendio o un assegno più alto possa lasciare in tasca meno del previsto, bisogna seguire il percorso che porta dall’aumento dei prezzi al reddito imponibile.
L’Irpef è progressiva. Il reddito viene diviso in scaglioni e a ciascuna fascia si applica la propria aliquota. Un aumento di retribuzione, quindi, non fa passare automaticamente tutto il reddito all’aliquota più alta. Può però spingere una quota maggiore dell’imponibile nelle fasce superiori; inoltre, se le detrazioni dipendono dal reddito, il loro importo può ridursi. In entrambi i casi il prelievo complessivo rischia di crescere più rapidamente.
Il passaggio da tenere presente è quello tra aumento nominale e valore reale. Un rinnovo contrattuale può far salire la busta paga mentre aumentano anche i prezzi. Il dipendente riceve più euro, ma non per questo riesce a comprare più beni e servizi. Se scaglioni e detrazioni rimangono fermi, le nuove somme vengono tassate secondo regole che non incorporano il rincaro del costo della vita. Il reddito reale resta fermo, mentre la quota assorbita dalle imposte può aumentare.
Si può pensare a una persona che riceve un incremento lordo per compensare il rincaro delle spese quotidiane. Su quell’aumento si applicano le regole Irpef e, a seconda del comune e della regione di residenza, le relative addizionali. Se sale anche il reddito complessivo usato per calcolare le detrazioni, queste possono diminuire. Così il netto aggiuntivo è più basso dell’aumento lordo; in alcuni casi, il miglioramento che resta è contenuto.
Non nasce una nuova imposta, con una propria aliquota. L’espressione descrive piuttosto un maggiore gettito generato dall’inflazione quando i parametri fiscali non sono indicizzati. L’effetto può durare: dopo l’aumento del reddito nominale, il contribuente continua a pagare secondo soglie che non si sono spostate insieme ai prezzi.
Le proiezioni di Leonardi e Rizzo, aggiornate alle previsioni di giugno della Banca d’Italia, riguardano il biennio 2026-2027. Nello scenario con inflazione cumulata al 5,2%, il drenaggio è pari a 8,1 miliardi di euro: circa 6 miliardi a carico dei dipendenti e 2 miliardi dei pensionati. Se l’aumento cumulato dei prezzi arriva al 6%, la stima complessiva è di 9,35 miliardi. Con l’8,2% sale a 12,74 miliardi.
Sono stime di gettito riferite all’insieme dei contribuenti, non importi che ogni famiglia si troverà a pagare. L’effetto individuale varia con il reddito imponibile e con la composizione delle entrate; contano anche gli scaglioni interessati, le detrazioni e le addizionali locali. A parità di aumento lordo, due persone possono quindi ritrovarsi con variazioni nette diverse. La media di una simulazione non si può attribuire, senza distinzioni, a ciascun contribuente.
Per i pensionati, l’aumento dell’assegno lordo non si trasferisce necessariamente per intero sul conto corrente. La pensione è un reddito imponibile: l’Irpef si calcola sull’importo complessivo e le addizionali locali entrano nel conteggio del netto. Al crescere dell’imponibile possono anche ridursi le detrazioni previste per i redditi da pensione. Di conseguenza, l’aumento netto può essere più contenuto di quello comunicato in termini lordi, soprattutto se si sommano più voci fiscali.
Nel cedolino di un lavoratore dipendente concorrono invece retribuzione, contributi, imposte, detrazioni e addizionali. Il fiscal drag riguarda la componente fiscale: non è un aumento delle aliquote contributive. Tenere distinti i due aspetti aiuta a leggere il netto. Un beneficio fiscale può far crescere lo stipendio disponibile nell’immediato, ma non modifica automaticamente i contributi previdenziali versati e, di conseguenza, non produce lo stesso effetto sulla pensione futura.
Il fenomeno si è già manifestato durante la forte impennata dei prezzi del 2022-2023. Per lavoratori dipendenti e pensionati, la stima del drenaggio in quel periodo è di circa 25 miliardi di euro. Il dato si riferisce a una fase di inflazione elevata e a soglie fiscali che non venivano aggiornate automaticamente. Gli effetti sono passati attraverso la crescita dei redditi nominali e delle imposte dovute.
Per il 2024, il gettito aggiuntivo attribuito al solo fiscal drag è stimato in 17 miliardi di euro. Con un’inflazione al 2%, il drenaggio strutturale viene invece quantificato in circa 3 miliardi l’anno. Sono dati che riguardano periodi e ipotesi diverse: il valore riferito al 2024 e le proiezioni per il 2026-2027 non vanno sommati come se fossero la stessa misura o parti di un’unica previsione.
Una valutazione dell’Ufficio parlamentare di bilancio, organismo indipendente che analizza i conti pubblici, ha rilevato che il taglio del cuneo fiscale e la revisione dell’Irpef non avrebbero compensato il drenaggio. Secondo quella valutazione, avrebbero contribuito ad aumentarlo di circa 300 milioni di euro l’anno. LaVoce ha stimato che, a parità d’inflazione del 2%, il drenaggio potenziale prodotto dalla struttura Irpef del 2025 sarebbe stato superiore di 385 milioni rispetto a quello della struttura del 2022. Sono confronti basati su ipotesi specifiche. Il punto è che una modifica delle aliquote, da sola, non aggiorna nel tempo soglie e detrazioni.
Il drenaggio riguarda i redditi soggetti all’Irpef progressiva, soprattutto quelli di dipendenti e pensionati. Si nota di più quando l’aumento nominale porta una parte del reddito in fasce con aliquote marginali più alte o modifica il diritto a una detrazione. Anche le addizionali regionali e comunali si sommano all’imposta nazionale. Per questo, a redditi simili possono corrispondere importi netti diversi se i contribuenti vivono in territori differenti.
I redditi assoggettati a regimi sostitutivi seguono altre regole. Chi paga una flat tax o un’imposta sostitutiva non è esposto nello stesso modo al drenaggio degli scaglioni Irpef; l’effetto dipende dal regime specifico e dalla sua disciplina. È il caso, per esempio, dei contribuenti in regime forfettario, soggetti a un’imposta sostitutiva. Non si può attribuire loro automaticamente lo stesso aumento di prelievo stimato per chi paga l’Irpef ordinaria.
La differenza tra i regimi cambia anche la distribuzione del carico fiscale. Se le soglie dell’imposta progressiva rimangono ferme e i redditi nominali aumentano, il maggior prelievo interessa soprattutto chi dichiara entrate sottoposte al sistema ordinario. Può crescere la pressione fiscale complessiva e aumentare il gettito anche senza una nuova aliquota presentata esplicitamente come aumento d’imposta. Per molti contribuenti, il meccanismo resta così poco visibile.
Dal 2024 gli scaglioni Irpef sono passati da quattro a tre. La riforma è poi diventata strutturale con la legge di Bilancio 2025. La stessa manovra ha trasformato il taglio contributivo del cuneo in un intervento fiscale, estendendolo ai redditi fino a 40.000 euro. Questi interventi possono aumentare il netto, ma il loro effetto va considerato insieme a quello dell’inflazione su soglie e detrazioni.
Per il 2026 è stata discussa una possibile riduzione della seconda aliquota Irpef, dal 35% al 33%, con un’estensione della fascia interessata fino a 60.000 euro. Per chi rientra nei requisiti, un’aliquota più bassa può lasciare una quota maggiore di reddito disponibile. Non aggiorna però automaticamente gli scaglioni negli anni successivi. Se i prezzi continuano a salire e le soglie restano le stesse, il fiscal drag può ripresentarsi e ridurre gradualmente parte del beneficio.
Un taglio fiscale e una protezione permanente dall’inflazione sono due interventi diversi. Il primo cambia il prelievo in base a una decisione di bilancio, con una platea e una durata che possono essere definite. Per proteggere stabilmente i contribuenti serve invece una regola che aggiorni i parametri fiscali. Senza un meccanismo di questo tipo, una nuova fiammata dei prezzi può far salire l’imponibile nominale e il gettito anche quando il potere d’acquisto non è aumentato.
Il Dott. Giovanni Matano è un esperto di fiscalità pratica e consulente fiscale con oltre 15 anni di esperienza nel settore. Laureato in Economia e Commercio presso l'Università Bocconi di Milano, ha dedicato la sua carriera a supportare piccole e medie imprese nella pianificazione fiscale e nell'ottimizzazione delle agevolazioni fiscali. La sua competenza si estende anche ...